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Assassinata in Honduras l’attivista
Berta Cáceres, Goldman Prize 2015

Nelle notte è stata uccisa, in Honduras, la leader indigena che nel 2015 aveva vinto il “Nobel alternativo” per l’ambiente. Secondo la Ong Global Witness, il Paese centroamericano è il più pericoloso per essere un attivista ambientale negli ultimi 5 anni, con 101 assassinii registrati tra il 2010 e il 2014.
Nell’ultima intervista con
Altreconomia diceva: “Dopo il Colpo di Stato del 2009 si sono dimenticati di noi” di Luca Martinelli – 3 marzo 2016

Ripubblichiamo l’intervista con cui raccontavamo, meno di un anno fa, le lotte che avevano portato Berta Cáceres, attivista ambientale e per i diritti dei popoli indigeni dell’Honduras, leader del COPINH, al riconoscimento del Goldman Environmental Prize. Berta è stata assassinata questa notte nella sua casa, a La Esperanza, nel dipartimento di Intibucá.

“In un Paese caratterizzato dalla crescita delle disuguaglianze socio-economica e violazioni dei diritti umani, Berta Caceres (a destra nella foto) ha fatto scendere in piazza gli indigeni Lenca e ha organizzato una campagna della società civile contro l’impresa costruttrice di dighe più grande al mondo, che ha poi rinunciato alla costruzione dell’impianto denominato di Agua Zarca”. Con queste motivazioni, Berta Cáceres è stata insignita del Goldman Environmental Prize, il “Nobel alternativo” per l’ambiente assegnato ogni anno a 6 ambientalisti di tutti i continenti.
La cerimonia di premiazione si terrà a Washington,
mercoledì 22 aprile. Il 20 aprile è stato diffuso il comunicato stampa che annunciava i nomi dei 6 “Goldman Prize” (vedi sotto),
la Ong
Global Witness ha pubblicato il suo nuovo rapporto sugli omicidi consumati nel mondo ai danni di attivisti ambientali e per i diritti umani, dal titolo eloquente: “How Many More?”.
Secondo la Ong, l’Honduras è il
“Paese più pericoloso per essere un attivista ambientale negli ultimi 5 anni, con 101 assassinii registrati tra il 2010 e il 2014”. Per raccontare che cosa accade in Honduras, Global Witness cita proprio il caso e le parole di Berta Cáceres: “Mi hanno seguita, hanno cercato di uccidermi, di rapirmi. Hanno minacciato la mia famiglia. Questo è ciò che dobbiamo affrontare”.
Le minacce riguardano -in particolare- le proteste che il COPINH (
Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras), l’organizzazione indigena di cui la Cáceres è leader, ha realizzato contro la costruzione della diga di Agua Zarca, la mobilitazione che le è valso il Goldman Prize. Secondo Global Witness, “si tratta di un caso emblematico degli attacchi sistematici nei confronti dei difensori dell’ambiente in Honduras”.
Dal 2013, tre membri del COPINH sono stati uccisi, ricorda l’organizzazione statunitense. Oltre agli attacchi personali, lei ha invece subito un processo, dopo esser stata falsamente accusata di detenzione illegale di armi (Altreconomia ne aveva dato conto qui).
A fine ottobre, la Cáceres è stata in Italia. Ha partecipato, a Roma, all’incontro di Papa Francesco con i movimenti sociali di tutto il mondo. In quei giorni,
Altreconomia l’ha incontrata, raccogliendo le sue riflessioni: “Ho potuto parlare a tu per tu con lui per quattro volte, e gli ho chiesto di prendere posizione sull’Honduras, sulla situazione di terrorismo permanente e sulla persecuzione che il governo e parti del potere ecclesiale portano avanti anche contro i settori più progressisti della gerarchia cattolica, come i gesuiti -ci ha spiegato-. Chi mi ha introdotto, durante l’incontro, ha presentato il mio caso come esempio di criminalizzazione, delle persecuzioni e delle minacce. Per me è stato importante che Papa Francesco si rendesse conto che coloro che erano presenti a quell’incontro non sono persone che siedono a una scrivania, ma attivisti che affrontano e vivono la repressione. Ho consegnato anche una lettera a nome di tutto il COPINH, che racconta l’Honduras, oggi diventato nuovamente un ‘Paese coloniale’, il problema della militarizzazione, e ho chiesto che faccia pressione per la libertà  dei prigionieri politici. Abbiamo bisogno di una Chiesa che accompagna i più poveri e le più povere, e non una Chiesa che benedice il Colpo di Stato”.

Dopo il Colpo di Stato, Berta Cáceres è stata in prima fila nel movimento di resistenza alla dittatura, e per la rinascita democratica del Paese: “L’opinione pubblica mondiale si è dimenticata di noi. Per molti, tutto è finito con le elezioni, è tornata la democrazia, ma non è così”.

La Cáceres ha riconosciuto l’importanza del “messaggio del Papa sui temi dell’accesso alla terra, a una casa degna e a un lavoro, ma senz’altro queste affermazioni preoccupano la parte più retrograda della Chiesa. È per questo che è importante che il suo messaggio arrivi nel nostro Paese”, dove la Chiesa è guidata dal Cardinale Oscar Andres Rodriguez Maradiaga, che non ha mai preso distanza dagli autori del Colpo di Stato che nel giugno 2009 ha deposto l’allora presidente dell’Honduras, e -ricorda- ha sempre “fatto campagna elettorale per il Partito Nazionale, per i conservatori”.

Perché la spinta e il messaggio di Papa Francesco non cadano nel vuoto, però, “sarebbe necessario istituire dei meccanismi di monitoraggio dell’effettiva implementazione dei principi”, ricordava già in ottobre Berta Cáceres. Una riflessione lucida, e capace di cogliere (probabilmente) la debolezza di un incontro epocale il cui portato di cambiamento rischia però di perdersi con troppa facilità. Fine intelligenza e capacità di vedere oltre rappresentano, del resto, due delle principali caratteristiche di Berta Caceres: oltre dieci anni fa, nel 2003, è stata tra i promotori di una campagna internazionale contro le istituzioni finanziarie internazionali, World Bank, Fondo monetario internazionale e Banca inter-americana di sviluppo. Nello stesso anno, intanto, i “copinhes”, contadini e indigeni proveniente dalle montagne del Dipartimento di Intibucá, nella zona Sud-occidentale dell’Honduras, erano in prima fila durante le protesta a Cancun contro il vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO). Negli stessi anni, il COPINH era tra i promotori degli incontri sociali mesoamericani, per mettere in rete tutte le esperienza di resistenza indigena e contadina degli Stati del Sud-est messicano e dei Paesi dell’America centrale .

La grandezza di Berta Caceres, però, è anche quella di essere oltre a un’attivista, una donna e una madre. A fine ottobre, lasciando Milano si sarebbe imbarcata per l’Argentina: dopo il Colpo di Stato, due dei suoi 4 figli sono stati costretti, per ragioni di sicurezza, a trasferirsi nel Paese sudamericano. E lei, che aveva appena incontrato il Papa, si preoccupava solo di non aver potuto stampare in anticipo il biglietto che, in seguito, l’avrebbe riportata da Buenos Aires a Tegucigalpa, aveva paura di essere rispedita indietro. Nata in un Paese povero, sa che lei non può viaggiare; che è, potenzialmente, un’emigrante. Che davanti al suo viso trova molte porte chiuse. Ed è anche per questo che, insieme al COPINH, lotta. Così si chiudono tutti i comunicati dell’organizzazione: “Con la forze ancestrale di Iselaca, Lempira, Mota ed Etempica si alzano le nostre voci piene di vita, giustizia, libertà e pace!”.

Gli altri cinque del Goldman
Oltre a Bertha Caceres, leader indigena honduregna, il
Goldman Environmental Prize (www.goldmanprize.org) è stato assegnato al birmano Myint Zaw, che ha guidato il movimento che è riuscito a frenare la costruzione di uno sbarramento sull’Irrawaddy, a Phyllis Omido (Kenya) per aver guidato una comunità che chiedeva la chiusura di un impianto industriale altamente inquinante; all’attivista canadese Marilyn Baptiste, che ha guidato la propria comunità fino a bloccare una delle più grandi miniere d’oro e rame della British Columbia; a Jean Wiener (Haiti) e Howard Wood (Scozia) che hanno lottato per l’istituzione “dal basso” di aree marine protette nei rispettivi Paesi.

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Una centrale idroelettrica sul Vajont

Sfrutterà le acque del bacino e sarà realizzata in località Campelli

digaMiserie e ricchezze

 La funesta parola “sfruttamento” torna ad affacciarsi sul Vajont. Già c’erano stati, in passato, altri progetti, tutti giustamente naufragati sull’onda dell’indignazione che avevano suscitato. Ora viene presentato il progetto di un nuovo impianto idroelettrico, i cui contenuti sono ancora tutti da chiarire, ma che ha comunque un inaccettabile punto di partenza: l’utilizzo dell’acqua del torrente Vajont, in un territorio dove la logica della privatizzazione di un bene comune, l’acqua, è arrivata alle sue estreme conseguenze.

 La parola “sacro” non va spesa alla leggera, ma quel territorio, quella diga, quei paesi non possono essere un’altra volta oggetto di sfruttamento in nome di un malinteso “sviluppo”. Quel territorio e quell’acqua sono “sacri” perché conservano non soltanto i segni di una tragedia, ma custodiscono una memoria comune non solo delle popolazioni del Vajont, ma dell’umanità intera.

 Il Vajont ha ottenuto nel 2008 (Anno internazionale del Pianeta Terra) un riconoscimento significativo dall’Onu: quello di essere stata la più grande tragedia al mondo che si poteva evitare, provocata dall’incuria umana, cioè dall’uomo e non dalla natura, esempio negativo del fallimento di ingegneri e geologi. Il Vajont è così entrato al primo posto di una graduatoria mondiale che, per quanto “negativa”, lancia un monito a lavorare tutti per evitare che tragedie simili si ripetano. Se le cause della tragedia del Vajont sono da ricercare nella corsa al profitto e nello sfruttamento delle risorse della natura, l’iniziativa propugnata dalle Società EN&EN – Martini e Franco e dalle Amm. di Castellavazzo, Longarone ed Erto Casso va nella direzione opposta.

 L’affermazione più sconcertante viene da Franco Roccon, sindaco di Castellavazzo, che rende più che esplicito il punto di caduta culturale e politico: l’Associazione Superstiti e Comitato sopravvissuti, dice Roccon, “difendono la memoria”, mentre gli altri, quelli che “vivono oggi sui territori devastati un tempo dalla tragedia, guardano al futuro”. I superstiti, dunque, sarebbero persone prigioniere di un passato che non vuol passare, ancorati a una tragedia superata? E a quale futuro bisognerebbe guardare?

 Il “futuro” è contenuto nel nuovo progetto idroelettrico che evidentemente tanto “progetto” non è, visto che già ci sono accordi precisi con il Bim Gsp, che gestirà l’opera e di cui è presidente, guarda caso, proprio il sindaco Roccon. Nessuno, fino ad oggi, ne sapeva niente: ma evidentemente è già stato presentato negli uffici e condiviso dai sindaci, prima ancora di sottoporlo alla discussione e al vaglio della popolazione.

 Quel “futuro” è un passato già visto. Già visto sul Vajont, dove la gente a suo tempo è sempre stata tenuta all’oscuro di cosa si stava facendo sulla sua pelle. Già visto nei molti comuni dove in anni più recenti si è continuato a saccheggiare un bene comune, l’acqua, e a compromettere l’ambiente e gli ultimi torrenti della montagna con la richiesta e la costruzione di decine di nuove centrali idroelettriche. La filosofia di fondo è ancora quella di una volta: “valorizzare”, “sfruttare”, “utilizzare” fino all’ultima goccia l’acqua della montagna, in nome dello “sviluppo” e assecondare la progressiva privatizzazione di Beni Comuni paradossalmente riconosciuti come Patrimonio dell’Umanità.

Altro che ricchezza inutilizzata, questa assenza di un’idea sostenibile e dignitosa di futuro è la vera miseria che non è povertà: è la miseria di amministratori rassegnati che si dicono costretti a svendere il territorio per far fronte ai tagli indiscriminati di un governo “amico” e federalista, è la miseria morale di chi dice che il passato è passato e che è meglio sfruttare noi ogni rivolo d’acqua comprese quelle del Vajont prima che ci pensi qualcun altro.

La storia del Vajont in realtà ci ha lasciato l’inesauribile valore e testimonianza di chi ha denunciato gli scempi del prima e del dopo, di chi ha lottato per la giustizia sociale ed ambientale, di chi ha sempre ribadito che la dignità e la memoria non avevano e non hanno un prezzo.

 Da questi esempi e da questa ricchezza partiranno i cittadini bellunesi per impedire la realizzazione di questo progetto.

 Associazione Culturale Tina Merlin – Comitato Acqua Bene Comune

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testata_corrieresabato 30 gennaio 2010

L’AUTORE

Contro fascismo, nazismo e comunismo

L’uomo che disse tre volte no

Il grande vecchio ha quasi un secolo: Boris Pahor, 97 anni, è un testimone d’eccezione. Nato nel 1913, ha oltrepassato il XX secolo attraversando per intero le sue grandi tragedie storiche. «Avrei preferito volentieri farne a meno», ha risposto a uno studente che ieri mattina lo interrogava nella sala del Centro Giovanni XXIII a Belluno. Ha avuto la lingua tagliata da piccolo, è stato deportato in un lager nazista, è stato uno dei pochi a uscirne, è stato messo al bando da Tito. Ha detto «Tre volte no», come recita il titolo del suo ultimo libro (Rizzoli), scritto insieme a Mila Orlic´: no al fascismo, no al nazismo, no al comunismo. Ieri mattina era a Belluno, invitato da Isbrec, Verba Volant e Rete Scuole non tanto per raccontare i suoi libri (che gli hanno valso la candidatura al premio Nobel) ma per raccontare la sua vita. Come tutti i grandi vecchi coraggiosi può permettersi di dire senza veli e ipocrisie ciò che pensa fino in fondo. Cosa che, del resto, ha sempre fatto. Per questo ha pagato un prezzo alto. Sloveno, nato nel 1913 nella Trieste un tempo multiculturale e plurilingue, Boris Pahor ha assistito all’incendio della Casa della Cultura slovena, ai roghi dei libri, agli sputi in bocca agli scolari che parlavano sloveno, alle bastonate e alle fucilazioni di chi si opponeva, poi ha vissuto la deportazione nei campi di concentramento nazisti, il ritorno amaro, l’ostracismo della Slovenia comunista. Antifascista vicino ai cristiano-sociali, non è mai stato comunista, ma neanche un anticomunista per partito preso. Eppure subì l’ostracismo, non potè pubblicare né in Italia né nella Jugoslavia di Tito. In Italia è noto soprattutto per «Necropoli» (1967, ma tradotto nel 1997), «Il rogo nel porto» (1959, tradotto nel 2001), «Qui è proibito parlare» (1964, tradotto nel 2009), «Il petalo giallo» (1999, tradotto nel 2004). I racconti, che sono forse la migliore produzione, devono ancora essere tradotti in italiano. Gli studenti delle quinte classi delle superiori hanno lavorato sui suoi libri (soprattutto «Necropoli») e ieri lo hanno intervistato. E forse non a caso a porre le domande sono state cinque ragazze. Perché, come ha detto Pahor che, dopo il lager ha scoperto a Parigi che con l’amore la vita era ancora possibile, «la donna sarà sempre migliore dell’uomo: è lei che può insegnare il valore del corpo, della libertà, della giustizia».

Una mattinata a colloquio con un testimone delle persecuzioni fasciste e naziste

I RAGAZZI INTERVISTANO PAHOR

Pahor a ruota libera. Ecco le domande poste dagli studenti e le risposte dello scrittore.

 Deva De Pra: «Perché il libro è sato pubblicato dopo 40 anni dalla sua prima edizione in sloveno?

 «Devo raccontare cosa è stato prima. Tutto inizia a Trieste nel 1920, due anni prima che il fascismo andasse al potere. E’ il primo fascismo, brigantesco, che brucia la Casa della Cultura slovena, i libri e i giornali, le biblioteche e le scuole slovene. Poi il fascismo proibì agli sloveni di essere sloveni: italianizza i nomi delle persone e dei luoghi, annulla tutte le associazioni slovene, anche la squadra di calcio. Chi si oppone viene fucilato. O messo in prigione. Hitler disse che Mussolini era il suo maestro. Per questo ho detto che la fiamma dei forni crematori è stata accesa la prima volta a Trieste: sono le fiamme della Casa della cultura slovena, di lì si è propagato l’incendio europeo. Trieste fino al 1866 era una città multiculturale e plurilinguistica, gli sloveni non erano “minoranza”. Sotto l’Austria non c’erano divieti. C’erano 600 mila sloveni e croati, insieme a italiani, ungheresi, austriaci, greci. Il fascismo tagliò la nostra lingua. La guerra di liberazione nazionale, per noi, fu un tutt’uno con la guerra di liberazione nazionale slovena. Nel 1945 arrivò Tito, poi gli inglesi fino al 1954, ma il problema sloveno rimase. Per questo un editore italiano non se la sentiva di pubblicare un autore sloveno. Quando proposi “Necropoli” a editori italiani, compreso Feltrinelli, nessuno lo accettò: furono decisive le pagine nelle quali racconto il fascismo italiano. C’era la tendenza a rimuovere quello che aveva fatto il fascismo, forse perché si pensava che così si sarebbe fatto il gioco dei comunisti. Francia e Germania hanno fatto un esame serio di queste vicende, l’Italia no: ma ai giovani bisogna dire tutta la verità».

 Manuela Furlin: la tragedia del campo di concentramebnto è comunicabile?

 «Primo Levi dice di no. Io dico di sì. Ma è difficile che chi legge possa rivivere quello che hanno vissuto gli uomini e le donne ridotti a un numero, lo stato di degradazione, la fame, l’annientamento fisico e spirituale. Ma la verità è trasmissibile. Vedete, io non maledico i tedeschi, maledico i nazisti. Tutti i popoli, anche il nostro, possono diventare così: basta che arrivi un capo. E’ successo anche ai russi. Hanno incominciato bene, per un ideale di giustizia sociale, poi sono arrivati Stalin e la polizia segreta. La Germania ha fatto i conti con la sua storia, l’Italia no: non ci sono stati solo i lager nazisti, ci sono stati anche 6-7 lager italiani. E a fianco degli ebrei, nei lager sono morti anche tre milioni e mezzo di triangoli rossi, cioè di politici».

 Fabiana Perin: lei scrive che forse neanche l’Araba Fenice si liberava dalla cenere da cui aveva preso il volo. C’era speranza? Lei aveva davvero un po’ di speranza?

 «Dimenticare è impossibile. E’ difficile che l’uomo “prima del lager” e quello di “dopo il lager” possano incontrarsi. Nel mondo animale non esiste un animale che ne attacca un altro, se non per fame. L’uomo lo fa. Nel campo lo vedi nel modo più tangibile e concreto. Quello che esce non è lo stesso uomo di prima. Però quando esci, con la ragione sei scettico, ma con il corpo e con l’animo continui a sperare. Nei primi tempi, uscito dal lager, ero senza volontà. Bisognava però riprendere a vivere, e la prima cosa era mangiare. Io ce l’ho fatta, forse per il carattere della gente del Carso, gente che lavorava duro, forse per un corpo ereditato dai miei avi. Ho scoperto che con l’amore la vita era ancora possibile. L’amore è una speranza forte. Del resto, l’ha detto il cristianesimo 2000 anni fa. Ma quanti cristiani si comportano da cristiani? E’ la donna che deve insegnare il valore del corpo, della libertà, della giustizia. E’ il vostro compito, ragazze, anche nella politica, nella società: la donna sarà sempre migliore dell’uomo».

 Irene De Pellegrini: lei parla di una sua gelosia per i luoghi dove ha vissuto l’esperienza della deportazione. In che modo si può essere gelosi di un luogo di dolore?

 «Diceva Imre Kertész, lo scrittore ungherese: molte volte sento nostalgia del campo. Sembra un assurdo, ma era una parte della nostra storia disgraziata. Io non ho parlato di gelosia, ma di un bisogno di ritornare in quei luoghi. Ritornarci non come una specie di commemorazione una volta all’anno: dobbiamo ricordare cosa fu il XX secolo. Perché anche questa è Europa, è Europa cristiana. Italia, Spagna, Germania, sono cristiane. La Russia è ortodossa. La Croazia è anche Ante Pavelic. Tutti battezzati, tutti resi schiavi dai loro governi dittatoriali. Può succedere ancora. Dopo i lager abbiamo vissuto Hiroshima, il Vietnam, Pol Pot, Serajevo».

 Fabiana Perin: Solo un film, si dice in «Necropoli», potrebbe trasmettere ciò che avveniva nel lager.

 «Cercare i pidocchi frugando nei peli con una lampada. O avere la dissenteria e andare al gabinetto con un dito nel retto, altrimenti sono bastonate. Io posso raccontarlo, ma un film è molto più diretto. Alain Resnais, il regista francese, ha fatto un film sui luoghi, senza alcuna persona, con una voce narrante nel fondo. E’ una scelta. Non mi piace invece Benigni: i bambini bisogna portarli davanti a un forno crematorio, e spiegare. Quanto ai libri, bisogna trasformarli in coscienza. Remarque scrisse dopo la prima guerra mondiale “All’ovest niente di nuovo”: nonostante quel libro c’è poi stata la seconda guerra mondiale».

 Romina Darman: mentre ripercorre i luoghi della deportazione, lei ha l’impressione che gli altri visitatori del campo percepiscano che è un ex deportato. Un deportato è un deportato a vita? E quanto continua a pesare in chi è tornato il senso di colpa per chi è ritornato?

 «Sei legato a quel campo, gli altri sono come dei turisti. Questo sentimento dipende anche dal vissuto personale. Per me, per esempio, anche dal senso di discriminazione che provavo da bambino perché ero sloveno. Vedete, il sindaco di Trieste voleva darmi un riconoscimento, ma nella motivazione era citato solo il nazismo, non anche il fascismo. Ho ringraziato, ma non l’ho voluto: se parli di nazismo, mettici anche il fascismo a Trieste. Mi sono sentito come uno che “tira in ballo” cose del passato. I generali italiani fascisti non hanno pagato. A Lubiana nel ’42 c’erano 350 mila sloveni, 30 mila finirono nei campi di concentramento. Nessuno fu estradato. Dobbiamo certo parlare delle foibe, ma non ci finirono solo italiani, ci finirono anche collaborazionisti sloveni e oppositori politici, non fu una “pulizia etnica”. E non si dice mai cosa avevano fatto, prima, i sanguinari fascisti. Solo nel campo di Rab morirono 7-8000 sloveni: nessuno di quei criminali di guerra italiani fu condannato.

 Quanto al senso di colpa, i superstiti si chiedevano: perché ho avuto la fortuna di uscirne e gli altri sono morti? In fondo, sei stato messo a lavorare per le SS, ti sei salvato grazie al tuo mestiere, eppure c’era chi sabotava la produzione, sapendo di rischiare la vita. Io ho avuto fortuna, quella di lavorare come infermiere e come interprete. Non ho patito quanto gli altri, ma pensavo anch’io con lo stomaco. Perché l’uomo è nato per vivere: cerchi di scansare la morte, poi la senti come una colpa. Ma cosa potevamo fare?». (t.s.)

testata_corriere26/01/2010

DA BELLUNO A BOLZANO COSI’ FU PIANIFICATA LA DEPORTAZIONE

Belluno-Bolzano: quelle deportazioni erano pianificate In occasione del Giorno della memoria esce il secondo volume di «Il libro dei deportati». Dopo il primo volume edito lo scorso anno, che conteneva le note biografiche di tutti i deportati politici, Mursia aggiunge questo secondo lavoro che contiene studi e approfondimenti sulla deportazione nelle varie parti d’Italia. Il piano dell’opera prevede ad aprile l’uscita del terzo volume che conterrà le analisi elaborate dal gruppo centrale di ricerca e le storie dei diversi Konzentrationslager nazisti. Il libro verrà presentato giovedì e venerdì a Torino, in un convegno nazionale che farà il punto sulla ricerca, coordinata da Brunello Mantelli dell’Università di Torino. Al convegno parteciperanno gli autori, tra i quali Adriana Lotto. L’iniziativa verrà conclusa da una tavola rotonda con gli storici Enzo Collotti, Brunello Mantelli, Nicola Tranfaglia. Adriana Lotto si è occupata di «Resistenza, rastrellamenti, deportazione nel Bellunese». Poiché il campo di concentramento di riferimento per i bellunesi era quello di Bolzano, risulta utile anche un altro saggio, scritto da Cinzia Villanio: «Il Durchgangslager di Bolzano 1944-1945». La Lotto ripercorre le tappe principali degli arresti dei bellunesi e della loro deportazione, distinguendo tre periodi: luglio-agosto 1944, gennaio-febbraio 1945, settembre-dicembre 1944. La deportazione fu sistematica solo nell’autunno 1944, non a caso subito dopo la grande offensiva partigiana dell’estate. Dal marzo 1945 invece i nazisti interruppero la deportazione e passarono direttamente alle impiccagioni (che del resto non erano mancate in precedenza). Fu in questo periodo infatti che avvennero gli episodi più drammatici con l’impiccagione dei resistenti o presunti tali. La sorte degli arrestati non fu uguale per tutti. Il numero preciso dei deportati bellunesi non è ricostruibile ma, mettendo a confronto diverse fonti documentali e orali, si ritiene che nei KL finirono oltre 250 persone (tra i quali 63 ebrei stranieri presenti in provincia dopo l’8 settembre 1943), mentre gli ostaggi e i rastrellati internati a Bolzano e nei campi di lavoro satelliti (Merano, Bressanone, Colle Isarco, Sarentino, Vipiteno, Certosa) furono circa 600. Tenendo conto che nel campo di via Resia passarono 7982 deportati, i bellunesi furono dunque circa il 10 per cento. Dei 200”politici” deportati nei campi di Mauthausen, Dachau e Flossemburg sopravvisse solo il 15 per cento. E’ stata notata una coincidenza puntuale tra i convogli in partenza da Bolzano per i lager in Germania e l’arrivo a Bolzano di convogli da Belluno. In sostanza ogni volta che partiva un convoglio da Bolzano ne arrivava uno da Belluno. Esisteva dunque un nesso tra lo spazio fisico disponibile nel campo, le richieste di mandopera schiava in Germania e la disponibilità di manodopera. Ne consegue che doveva necessariamente esistere una pianificazione delle deportazioni, una macchina organizzativa ben oliata che faceva funzionare il lager di via Resia come centro di smistamento. In quest’ottica si spiega anche una certa casualità delle deportazioni, a volte osservata: non sempre e non necessariamente la deportazione nei KL corrispondeva al motivo dell’arresto o alla gravità delle accuse. In questo senso, inoltre, i rastrellamenti rispondevano a diverse logiche: da un lato miravano a disarticolare e annientare le formazioni partigiane, dall’altro a terrorizzare la popolazione (12 i paesi interamente bruciati) e ad addossare ai partigiani la responsabilità delle rappresaglie, ma anche a garantire «pronta consegna» un approvvigionamento di manodopera coatta per il Reich.

Toni Sirena

Lettera al giornale – Il Corriere delle Alpi – di martedì 13 ottobre 2009

 

A SOVERZENE

Un conticino matematico

per spiegare il Vajont

ALCUNI anni fa scelsi di non vedere il film Vajont di Martinelli. Volevo trattenere una mia ricostruzione immaginata, odorata sui libri e sulle foto a bianco nero. Quando martedì decidevo di visitare la centrale di Soverzene, secondo quanto promosso da quella genuina e splendida rassegna che è Oltre le Vette, mi attendevo una sensibilità simile alla mia, viste anche le responsabilità storiche che restano nel nostro silenzio e nella nostra conoscenza. L’incaricato all’accoglienza dei visitatori (non certo di accento locale) dopo brevi e veloci cenni sulle condotte e sui serbatoi del Piave, sfiora il discorso Vajont. E lo riprende approfonditamente a fine discorso spiegando che un fascicolo di studi scientifici ritrovato proprio recentemente spiega molte cose e dimostra che erano state fatte simulazioni d’onda tradite dalla velocità (mai verificatasi prima) della frana: il monte, anziché scendere in un minuto, rovina in venti secondi. E poiché la potenza è in relazione al quadrato del tempo, un tempo tre volte ridotto comporta una potenza nove volte amplificata, con un’onda non di venti ma duecento metri. Capito tutto? Chiaro? E qui finisce la presentazione con i visitatori che, accompagnati da un tecnico, vengono condotti fra le turbine.

 Ora, posso pensare che tutto sia stato detto in buona fede, ma un maestro insegnava a chiedermi sempre ”a chi giova?”. E allora mi domando perché insinuare questo piccolo conticino matematico, di fronte al quale tutti i visitatori annuiscono, esibendo solo la loro prontezza con tabellina del tre e la loro curiosità di visitare quella cosa che romba laggiù, in fondo al lungo corridoio.

 Eppure questo breve schemetto matematico poco parla del Vajont e delle sue meccaniche di responsabilità e molto tace.

 Voglio credere nella bontà dell’Enel che gentilmente offre la visita guidata ma mancavano solo tre giorni all’anniversario e anche questa volta mi sa che nessuno mi ha regalato niente.

 Voglio credere che i bellunesi come me conoscano questa storia, e se vogliono solo vedere tre turbine non per questo occorre loro un maestro dell’Enel a chiarire la vicenda della grande onda.

 Mi piace infine pensare che dal prossimo anno nelle visite alla centrale di Soverzene non si insegnerà più il Vajont: Oltre le Vette è una rassegna affermata e stimata e non merita regali interessati. Sopra le teste del cimitero di Fortogna passano i fili dell’alta tensione, la nostra storia di paradossi è già sazia.

 

Francesco Vascellari

VAJONT, Le ragioni della terra sommersa
di Renzo Franzin
Il 1960 è un buon anno per cominciare questa storia: a Milano, si processa L’Unità, o meglio una sua giornalista, Tina Merlin, bellunese, rea di aver scritto sul giornale contro la SADE, azienda del monopolio elettrico in mano ai padroni di Porto Marghera, per la diga che si sta costruendo sù, al Vajont. Lei e gli abitanti di Erto, il paese che s’affaccia sul bacino artificiale, accusano la SADE di fare la diga in un posto sbagliato, pericoloso. Tina e gli ertani verranno assolti perché “.. nell’articolo incriminato non si trovano notizie né false, né esagerate, né tendenziose”, ma chi doveva fermare i lavori alla diga non lo fa. La storia sembra chiudersi, tre anni dopo, con un saldo di 2000 morti, senza unanime condanna morale e penale per i responsabili e con un equivoco mai chiarito per cui a molti  la natura, in quel caso, è parsa matrigna di suo.

In quei giorni, il Piave, non ancora macchiato dall’alluvione del 1966, è una leggenda dalle “amate sponde”, l’industria degli occhiali la maggiore entrata del Cadore e il 1960 l’anno in cui in un lindo sussidiario per le elementari si legge che una delle più importanti occupazioni dei bellunesi, fra selvicoltura e il nascente turismo, è l’emigrazione: un lavoro ambito se oggi 1.800.000  se ne stanno ai quattro angoli del globo e solo 200.000 acasa loro.  In una regione svuotata di braccia e di cuori è facile continuare ad arraffare tutto, anche dopo quel 9 ottobre 1963 in cui sul Vajont pareva crollato insieme al Toc il mito della tecnica come antidoto di ogni miseria.

Continua lo sfruttamento insensato della montagna che quei migliaia di morti non sono riusciti a fermare e continuano anche gli articoli di Tina Merlin:  “E’ diventato normale transitare per luoghi allagati, buttare l’occhio distratto su distese di campi sommersi e non pensare alla tragedia delle famiglie colpite, lasciate alla loro mercè, al duro lavoro che deve incominciare daccapo per bonificare una terra destinata la prossima stagione ad essere nuovamente sommersa”. E’ il 30 ottobre 1966, qualche giorno dopo, ancora una volta, l’ennesima, le sue parole inascoltate, hanno una tragica conferma. L’alba del 5 novembre illumina il mondo alpino ormai disfatto da settimane di pioggia insistente, scavato dal rotolare di centinaia di frane e spazzato dall’onda di piena dei torrenti impazziti. Decine le vittime e i dispersi, numerosissime le case distrutte, molti chilometri di strade cancellate, migliaia i senzatetto.

L’apocalisse non è giunta improvvisa, l’avevano pronosticata, oltre all’infaticabile Merlin,  i testimoni delle alluvioni in Comelico, nel 1965, a S. Pietro di Cadore, nel marzo 1966, e il giorno prima del fatidico 4 novembre, il tam tam dei sindaci di tutti i comuni agordini. In poche ore, l’armata dei fiumi s’è improvvisamente ingrossata: al Cordevole s’aggiunge il Rudados, il Bios, il Fiorentina e tutto finisce nel vortice del Piave già colmo da giorni. Migliaia di metri cubi di fango e detriti invadono la statale Alemagna, scardinando ponti e frantumando case. Saltano gli acquedotti, manca l’energia elettrica. Nell’isolamento i bellunesi vedono sbriciolarsi il lavoro di generazioni e morire i vicini. L’enormità della tragedia confonde i primi soccorritori giunti sui luoghi del disastro con grande difficoltà: vicino a Cencenighe si contano i morti, ma il Cordevole ha arato il camposanto disseppellendo le salme e confondendole con quelle delle nuove vittime. Un altro cimitero viene rivoltato dal Piave, è quello di Sant’Andrea Barbarana, il fiume ha rotto in pianura e svuota il suo carico di morti e macerie sul contermine lagunare, incontra il mare dieci chilometri prima della foce perché lo scirocco ha alzato le onde dell’Adriatico sopra  le difese della Serenissima. Tutto il fragile sistema della natura, manomesso da mezzo secolo di insensati interventi dell’uomo, collassa e viene travolto. In quei giorni, nel fango, taccuino alla mano per continuare ad informare, insieme ad altre quindici donne, Tina Merlin guida in Comelico, un’autocolonna dell’UDI di Ferrara che porta i primi soccorsi nei paesi isolati.

Ma chi è la Tina Merlin di allora, con i suoi quarant’anni così coraggiosi da sopportare tanta solitudine come solo la democrazia può riservare a chi non ne accetta il tradimento? Cosa sta dietro quella faccia aperta da contadina, gli occhi scuri, un’infanzia dura nella Valle del Piave, a Trichiana, in un fazzoletto di terra e una casa sulla Marteniga, torrentello magro di piene improvvise, come tutto da quelle parti? Cosa vuole questa corrispondente locale dell’Unità, perennemente inquieta, orgogliosa perché povera e povera perché fedele alle promesse della Resistenza, da staffetta nella brigata “7° Alpini”? Cosa aiuta questa donna autodidatta, mai promossa in quarta elementare, nella lotta contro il colosso SADE e poi a sfidare altri poteri, tutti i poteri, mai arresa al compromesso, al silenzio, alla rinuncia che ognuno avrebbe capito e su cui molti avrebbero sorriso? Chi è veramente Tina Merlin, acuta e valente giornalista, cancellata dagli annali della cultura veneta perché comunista con l’aggravante d’essere donna e dimenticata nel glamour sinistroso che principiava negli anni immediatamente successivi ad affermarsi, perché troppo aspra, polemica, insomma troppo distante dalle necessità del compromesso?

La migliore definizione è quella di un suo simile. Ha scritto di lei Mario Rigoni Stern: “Tina Merlin non era scrittrice da rotocalchi, né aveva padrini che contavano, né titoli accademici”, punto e a capo. E gli amici? Molti e sinceri nella Resistenza, qualcuno nella lotta quotidiana che l’aiutava a far passare trenta righe al suo giornale per una zona in cui i lettori dell’Unità erano sparuti e soprattutto lontani dall’epopea operaia e industrialista, una valanga post-mortem quando in tanti scoprirono le sue qualità con vent’anni di ritardo e ancora troppi silenzi.

Nonostante i fatti avessero tragicamente confermato tutte le sue previsioni e le sue denunce, Tina Merlin ha peregrinato per un ventennio, di editore in editore, per poter pubblicare, solo nel 1983, il suo libro più importante, Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont, Cierre Edizioni Verona 1997,  la più asciutta e convincente testimonianza scritta in questo Paese, sul formarsi del grumo velenoso dei poteri che hanno bloccato ogni ambizione di verità per trent’anni e che ancora oggi la rendono incerta.. 

Solo il teatro di Marco Paolini, qualche anno fa e trent’anni anni dopo, è riuscito a restituirle, in parte, quello che era suo, tenacemente documentato prima e dopo il Vajont, con l’adesione che soli hanno i poveri quando s’impossessano della virtù del raccontare e possono farne grimandello per l’indifferenza. 

E di suo c’è ancora molto altro, prima e dopo questa storia del Vajont,  nelle decine di puntuali corrispondenze all’Unità, che raccontano, fra gli anni sessanta e settanta, di una montagna che fatica a sollevarsi, del benessere che non c’è ancora, dell’ostinazione generosa di chi vuole un Paese migliore, dell’abitudine dei più deboli alla disperazione, dell’insulsa incuria con cui si tratta la natura, del ritratto di una classe dirigente abile solo ad ingannare i cittadini.

Conoscendo la  parabola umana e professionale di Tina Merlin, è naturale pensare che nessun altro avrebbe potuto denunciare e scrivere quanto succedeva in una delle zone più marginali d’Italia, se non lei proprio per chi era e per come era ed anche per il duplice legame che seppe tessere e mantenere vivo, sempre, con gli ultimi e con il PCI, il suo partito, che dagli ultimi era nato.

In ambedue due i casi non fu un rapporto facile, sia per il temperamento di Tina Merlin, poco disponibile alle mediazioni anche con chi riteneva deprivato di diritti fondamentali, sia per il prevalere di una cultura fordista che, negli anni sessanta, stava mutando il PCI, accentuandone il carattere modernista in opposizione a tutto ciò che, estraneo alla fabbrica, era ancestralmente legato ai ritmi e alle regole della natura.

Ma Tina Merlin da questa realtà proveniva, dai luoghi in cui la porziuncola del campo sulla Marteniga era servita a far vivere una famiglia numerosa, insidiata dai bisogni e dalle guerre, mai comunque immaginata fuori da quel riquadro in cui i segni della povertà, limiti di ogni bene appena superfluo, erano anche confine alla miseria nera e disperata di altri che nella stessa valle pietivano giornalmente un piatto di minestra.

Terra, acqua e alberi che avevano protetto e  nutrito, fuor di metafora, la sua vita  che, dopo la lotta di liberazione, aveva impennato verso orizzonti diversi da quella valle, impegnando le passioni e le forze in un campo, quello del giornalismo, che le aprirà orizzonti nuovi e darà ideale ed epica continuità ai desideri di libertà e giustizia affermati, poco prima, con le armi. Su tutto questo una madre, la sua, che è, insieme, perno della famiglia, icona del dolore per la perdita feroce di tutti i figli maschi, specchio del durissimo lavoro per sostenere e proteggere il tabernacolo familiare nelle vicende burrascose fra le guerre e nella guerra più atroce, quella civile, e con cui bisogna recuperare il filo della propria vita, riannodare il dialogo appena percettibile dell’infanzia, ricostruire le ragioni di sé e degli altri.

 Il diario di questo riavvicinamento alla madre e il riconoscimento della sua propria dipendenza vitale dalla terra, è raccolto in un altro bellissimo libro di Tina Merlin, La casa sulla Marteniga, Il Poligrafo, Padova,  uscito postumo nel 1993.  Diario in cui il racconto stabilisce e ordina senso e verità di una crescita umana e intellettuale, quella di Tina appunto, strabiliante anticipazione dell’archetipo che, trent’anni dopo, il cerchio dell’autocoscienza femminile, riconoscerà come il luogo dell’incontro con la madre. Per Tina,  segno indelebile della necessità di essere confermata nella natura coraggiosa di quella “sua” madre scura di preoccupazioni e lutti e, tuttavia, lontana per il senso d’indipendenza scelto che solo la liberazione, qui piena e  realizzata, le ha consentito lasciando la casa sulla Marteniga per le altre case che in Italia (Vajont, Valdagno, Porto Marghera) e persino in Europa  (l’Ungheria socialista) ospitavano conflitti nuovi e impensati e le offrivano orizzonti di riscatto come quelli che erano stati oltrepassati nella esperienza giovanile.

Leggere di Tina Merlin in questa intimità familiare fra la madre appunto, il fratello Toni  che le “… insegnò fin da piccola il coraggio alla trasgressione e ad oltrepassare le regole sociali”, partigiano ucciso poche ore dopo il 25 aprile, o Remo disperso in Russia o ancora il fantasma degli altri fratelli, morti di miseria, come Nuto perché “..non ingoiava il brodo d’ortiche”, unico pasto possibile, non è solo dire della fatica di sopravvivere, fra le due guerre,  nella valle del Piave,  per i piccoli contadini proprietari di un pezzo di terra e sassi, è anche riconoscere un universo minimo, simbiotico alla natura, da cui si ricavano equilibri e conferme ancestrali e da cui promanano culture a cui riconoscere finalmente senso e valore anche per il futuro.

Lo sguardo della Merlin  comprende il mondo delle piante e degli animali della Marteniga con la stessa emozionante innocenza rintracciabile nel legame profondo che unisce molte delle voci singolari che hanno animato il Veneto degli ultimi cinquant’anni, da Pascutto a Zanzotto,  alla terra, un’adesione all’altare naturale che non è meramente estetica ma biologica, perciò vitale e quindi ideologicamente alternativa al modello di sfruttamento immanente, conflittuale con ogni dinamica di omologazione perché riassume in sé il ritmo consaguineo all’esistenza che la provoca. Un’esistenza, quella di Tina, solo apparentemente racchiusa fra la sofferenza e il riscatto, piuttosto una coscienza antica, questa sì! fatta dal sedimentarsi di tanti piccoli gesti quotidiani, che si nutre della materialità di ogni pensiero e presume un al di là in cui nobilitare il senso della propria origine. Il sentimento pagano di appartenere ad un mondo le cui regole sono scritte dai soli e dalle lune, in cui sono riconoscibili gli umori e rintracciabili i sensi di persone, cose e animali, bagaglio indispensabile per ogni progetto prometeico come quello di rivoluzionare il mondo degli altri inglobandone le virtù.

Tina Merlin fu, nella sua instancabile lotta, una delle prove viventi dell’esistenza di questa cultura, del suo coincidere immediato con le ragioni della valle, della terra, dell’acqua, degli uomini che  le abitavano. Il suo incontro con la diga sul Vajont non fu un caso o uno scoop, fu un appuntamento esemplare preparato da anni di tenace, indomabile testimonianza sui disastri che l’altra cultura, quella dello sviluppo ad ogni costo, aveva provocato in tutta la montagna, una strada lungo la quale, vent’anni dopo, lei ancora interrogava: “Oggi, chi si ricorda del Vajont? Chi conosce la sua vera storia dall’inizio alla fine? I giovani non possono sapere, perché sono nati dopo. Gli anziani hanno vissuto, in questi vent’anni, tante altre tragedie. I superstiti hanno ‘rimosso’ quel fatto dalle loro coscienze, come unica possibilità di sopravvivenza” e poi, disperata ma non stanca né piegata da altre alluvioni, altri morti, da altri sfruttamenti criminali, confermava a se stessa e agli altri una domanda che ha una sola risposta:  “Ma si può dimenticare il Vajont?”
articolo apparso su IL MANIFESTO del 7 ottobre 2000

                                              Tina Merlin: il rumore della coscienza
                                                             di Riccardo Strada
Il giro enorme di soldi e di potere che gravita intorno a un progetto di tale portata spingerà i più ad accogliere con favore i lavori, nessuno ascolterà i malumori degli abitanti di quelle montagne che, già poverissime, vengono depredate del loro bene primario, l’acqua, nessuno ascolterà i pareri scientifici che consideravano la zona “geologicamente pericolosissima”, né tanto meno qualcuno si curerà del buon senso contadino che diceva che non si può costruire una diga ai piedi di un monte, il Toc, che in dialetto significa “marcio”, in una valle, del Vajont, che significa “va giù”.
Di fronte alla SADE, che si muoveva sprezzante di ogni norma e di ogni diritto tra espropri di terre e illeciti di ogni tipo, di fronte all’impotenza di quella povera gente depredata e offesa dagli uomini del potere che li definiva “straccioni e morti di fame”, di fronte ancora all’ignoranza vigliacca di chi si lasciò comprare per poco, una donna tra pochissimi, Tina Merlin, alzò la voce in mezzo a un silenzio che diventava sempre più cupo.
Era la voce della coscienza che andava a svegliare altre coscienze, non solo scrivendo duri moniti sulla pericolosità sfacciata di quell’opera dalle pagine del suo giornale, ma bussando casa per casa, parlando con la gente, la sua gente.
Ma Tina Merlin aveva tre grandi limiti, tre handicap che parevano enormi nell’Italia di quegli anni: era una donna, era comunista e diceva la verità.
Difficile dunque ascoltare una coscienza come quella, scomoda, che colpisce nel segno e contrasta miliardari interessi economici e politici, era sicuramente più facile accusarla di voler frenare lo sviluppo e di ostacolare la crescita del paese, più facile deriderla, ingiuriarla, fare beceramente leva sulla sua presunta debolezza di donna, arrivare addirittura a un processo che la vedrà accusata di “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”, e da cui verrà pienamente assolta.
Ma Tina Merlin non si perse mai d’animo e continuò a scrivere, a lottare, a dare voce alla paura di molti che aumentava giorno per giorno di fronte a quella diga sempre più alta, a battersi contro chi, imbracciando l’arma tristemente nota del progresso e di nuovi posti di lavoro, difendeva unicamente i propri interessi; Tina Merlin continuò a squassare il silenzio dell’omertà con il rumore della coscienza.
Intanto gli interessi economici aumentavano innalzando spaventosamente i limiti imposti alla diga, la nazionalizzazione dell’impresa ridusse i tempi di consegna e accelerò continui invasi e svasi che erodevano paurosamente la base della montagna; adesso non era più sola Tina Merlin, insieme a lei urlava la natura, la montagna che molti giuravano di veder “camminare”, le piccole continue frane che ormai atterrivano la popolazione.

Sembra quasi di vederla oggi Tina Merlin, grande donna in mezzo a piccoli uomini, caparbia e dignitosa, testimone scomoda, come lo fu Pasolini, degli angoli più bui dell’anima di questo paese a cui saprà rivolgersi anche il giorno dopo la sciagura, con sagge parole: “Oggi tuttavia non si può soltanto piangere, è tempo di imparare qualcosa”.
E se il processo che seguì vide sentenze vergognose e un’unica condanna a un anno di prigione, Tina Merlin non dimenticò mai quella storia e continuò il suo processo alle coscienze lottando al fianco dei sopravvissuti, battendosi affinché non si dimenticasse, affinché questo paese non soffocasse la memoria del proprio passato nell’arroganza del proprio futuro.
Nel 1983 pubblicherà con molta fatica un libro bellissimo: Sulla pelle viva, come si costruisce una catastrofe, una testimonianza dura e sofferta, un libro dalla cui lettura, stando alle parole di Giampaolo Pansa, si esce umiliati.
Il prossimo 22 dicembre ricorreranno quindici anni dalla morte di questa donna, importante esempio di professionalità e di coscienza civica, testimone e memoria di una storia che con lei dobbiamo ricordare, perché con lei ce la portiamo dentro, o meglio addosso, sulla pelle viva.
L’elefante, trimestrale direttore responsabile: Riccardo Strada – redattore capo: Carlo Batà.

 

testata_DEP Nelle carceri argentine:
la storia di Estela Robledo

a cura di Adriana Lotto

Estela Robledo nasce il 6 marzo 1956 da una famiglia che dal nord dell’Argentina si era trasferita nella città di Còrdoba, polo industriale del centro del paese. Cresce in un quartiere popolare di Còrdoba dove svolge attività sociali legate alla parrocchia, gestita da un prete appartenente al “Movimento di Sacerdotes para el Tercer Mundo”, in un periodo di grandi lotte e mobilitazioni operaie e studentesche. Lì conosce Daniel Pittuelli, suo marito e compagno.

Legata a settori del peronismo rivoluzionario, viene imprigionata subito dopo il golpe militare del 24 marzo 1976 assieme a suo marito, operaio alla fabbrica di autoveicoli Renault e militante sindacale. Al momento dell’arresto ha un figlio di un anno e mezzo ed è incinta di 6 mesi.

Dopo i primi giorni di detenzione nelle dipendenze del Centro di informazioni della polizia provinciale, il famigerato D2, luogo di detenzione, tortura e morte, viene trasferita al carcere penitenziario UP1 nella stessa città di Còrdoba. In questo istituto, che è un misto tra carcere semilegale e campo di concentramento, resta detenuta in condizioni estreme fino al dicembre del 1976. In questo periodo nasce sua figlia Cecilia, che è costretta a consegnare subito dopo il parto a sua madre.

Viene in seguito trasferita nel carcere di Villa Devoto, nella città di Buenos Aires, dove vengono concentrate tutte le detenute politiche del paese. Qui inizia un lungo periodo di detenzione in una prigione che voleva essere una vetrina per il mondo esterno, ma che in realtà aveva come obiettivo l’annientamento fisico e psichico delle detenute. Questo periodo viene raccontato in maniera coinvolgente nel libro Memoria del buio, racconto collettivo di 112 prigioniere politiche, recensito in questo numero della rivista.

Liberata nel luglio del 1979, decide di andare in esilio in Italia con il marito, espulso dall’Argentina nel settembre del 1979, e i loro due figli. Arrivata in Italia, si unisce ad altri esuli politici argentini in una intensa attività di informazione e denuncia della situazione del loro paese e della violazione dei diritti umani. Dopo la caduta del governo militare, nel gennaio 1985, torna in Argentina con tutta la famiglia, cui si è aggiunto nel frattempo un nuovo membro, Paolo, nato appunto in Italia, ma la catastrofica situazione economica, i pericoli di altri golpe militari e una società ancora piena di paura e diffidenza fanno sì che alla fine del 1987 tutta la famiglia si stabilisca definitivamente in Italia.

L’attività di Estela in Italia è sempre stata legata alle problematiche argentine: i desaparecidos e il sostegno alle Madres de Plaza de Mayo, attività culturali e di aggregazione rivolte ai connazionali argentini e sostegno ai progetti di cooperazione indirizzati ai settori più bisognosi del suo paese di origine.

Estela Robledo, ora ha tre figli, quattro nipoti, tra cui la quindicenne figlia di Cecilia. Ha finito la scuola superiore già adulta ottenendo il diploma di operatore dei servizi sociali. Lavora come dipendente del Comune di Torino, occupandosi di disabilità fisico-motoria specificamente di immigrati, e continua a svolgere la sua militanza con la comunità argentina di Torino e del Piemonte. Dall’intervista che ci ha gentilmente concesso emergono vari temi cari a questa rivista: quello della resistenza alle violenze, della maternità rivendicata con forza, della solidarietà tra compagne, dell’esilio, dell’aiuto nel paese di accoglienza, della memoria, che, guardando al futuro, sia di stimolo all’impegno civile.

D: Estela, tu sei stata detenuta per oltre tre anni durante il periodo della dittatura militare in Argentina. Quando e come è avvenuto il tuo arresto?

R: Quando mi hanno imprigionata, ero giovanissima, avevo vent’anni, ma avevo già un figlio ed ero incinta. Mia figlia nascerà in carcere nel mese di giugno 1976. Durante la mia prigionia, durata tre anni e mezzo, ho visto pochissimo i miei figli, così che dopo questo tempo mi sono trovata con due figli che quasi non conoscevo in un paese che non era il mio. Ma ero comunque una sopravvissuta e quindi una privilegiata. Mi hanno arrestata assieme a mio marito, che era delegato sindacale alla Renault, io invece facevo attività nel mio quartiere nella Città di Còrdoba. La notte del 2 marzo 1976 arrivarono a casa di mia madre, con la quale abitavamo. Dalle 2 di notte in poi la vita cambiò. Subito ci separarono: io in una macchina, messa dietro e coperta perché non vedessi fuori, e lui in un’altra. Mia

madre la lasciarono a casa perché così potesse curare Adrian, (nostro figlio) che aveva un anno e mezzo. Ci portarono al centro ora denominato D2, allora era chiamato Dipartimento di Informazione, e lì cominciò l’interrogatorio con tutto quello che ciò significava. Verso le 5 del mattino, più o meno, credo, iniziai ad avere delle contrazioni (ero al sesto mese di gravidanza). Continuarono a picchiarmi, più picchiavano più la mia pancia diventava dura, fino a che il medico che controllava disse “questa lo partorisce qui”. Allora mi caricarono su una macchina e mi portarono alla Maternità Provinciale che era l’ospedale dove nascevano i bimbi, che però era piccolo e lontano del centro della città di Còrdoba.

Là c’erano dei medici che subito mi accolsero dicendo che si sarebbero presi cura di me, e che però la polizia che mi accompagnava non poteva entrare. I poliziotti accettarono. E lì, da sola con i medici, la prima cosa che mi dissero fu di non pensare più a niente, perché il bambino aveva 7 cm di dilatazione e se nasceva non sarebbe sopravvissuto. Così passai tre giorni, continuamente piantonata, senza comunicare con le altre donne che erano nella mia stanza, però, nel pomeriggio del 5 marzo, vidi apparire mia madre e mia suocera che furono subito fermate dalle poliziotte. La sera, verso le 22, venne a prendermi uno dei capi incaricati dell’ “interrogatorio”, il Gatto. I medici mi dissero che non potevano trattenermi ancora, insomma, non potevano far niente. Tornata al Dipartimento di Informazione, ricominciò l’interrogatorio; questa volta senza nessuna violenza, tranne il tono minaccioso e il fatto che avevo gli occhi bendati. Lì mi comunicarono che il giorno dopo mi avrebbero portato in un carcere denominato “il Penitenziario”, che mi marito era già là, che in carcere non si torturava e non ti picchiavano più. Entrai in quel carcere il 6 marzo 1976. Lì fu un altro inferno, un inferno diverso, però. Mi toccò inaugurare il 2°piano, quello destinato alle persone detenute dal giorno del golpe militare. Erano delle celle singole, le porte erano di acciaio all’interno e fuori di legno, con un piccolo finestrino o spioncino che era stato tagliato perché quando il Vescovo della città lo aveva inaugurato disse che non era cristiano che la porta fosse tutta intera; il letto veniva incastrato nel muro, in basso, a modo di sarcofago, nella cella successiva veniva ricavato sempre come sarcofago, però nella parte alta; le finestre non si aprivano mai e non si usciva né all’interno, cioè nel corridoio, né all’esterno. Tutti i bisogni si facevano all’interno, una volta al giorno a turno, si puliva la cella, si faceva la doccia con acqua fredda e dovevi lavare gli abiti che avevi addosso in 20 minuti. Non esisteva contatto con l’esterno, non si aveva l’ora d’aria, non arrivavano lettere, non c’erano visite; qualche volta entrava un giudice: a noi toccò di essere una tra le prime cause da discutere. In quel carcere furono ammazzati, con la scusa di “intentare la fuga”, 29 compagni, li ammazzarono qualcuno fuori del carcere, altri all’interno, sia sparandogli, sia con il metodo del “staqueo” che vuol dire metterlo per terra, aprirgli tutti quattro gli arti e legarli ognuno a una corda e buttarli acqua cosi il corpo per il freddo si contorce e provoca dolori. I militari arrivavano in qualsiasi momento, soprattutto di notte, e subito ci mettevano a far degli esercizi militari; le donne incinte, che erano 6 o 7, le mettevano da un’altra parte a fare altri tipi di esercitazione. Mia figlia Cecilia è nata il 26 giugno 1976, ma non all’interno del carcere. Da quel carcere siamo state poi trasferite in gruppo a quello di Villa Devoto attorno al 20 dicembre 1976. Io sono stata liberata il 26 luglio 1979, con una specie di libertà vigilata dovendo presentarmi una volta alla settimana al commissariato, però avevo una specie di arresto domiciliare poiché non potevo muovermi di casa senza avvisare dove e chi veniva a casa di mia suocera, che era il posto dove ero andata a vivere. A mio marito, invece, fu data la possibilità di uscire dal paese, per cui, tramite il Consolato Italiano, gli fu concesso il visto come discendente d’italiani e arrivò in Italia nel settembre dell’anno 1979. Nel settembre dello stesso anno mi fu comunicato che anch’io potevo uscire del paese: fu così che assieme i miei due figli, Adrian aveva già 5 anni e Cecilia 3, arrivammo in Italia alla fine di ottobre dell’anno 1979.

D: Che cosa pensavi quando eri in carcere?

R: Quando ero a Còrdoba pensavo che prima o poi saremmo usciti; questo in un primo momento, poi, vedendo che venivano uccisi compagni e compagne a caso, ho pensato che mai saremmo usciti vivi; era come se uno vivesse alla giornata, senza pensare ad altro che a sopravvivere. Lì ci siamo organizzati a parlare con le mani: nelle prime celle avevamo la possibilità di vedere quando arrivava qualcuno e allora avvisavano la cella successiva e così via fino all’ultima cella. Ci raccontavamo anche dei film, di cui, una volta usciti fuori, capimmo che ci eravamo inventati il finale. A seconda del turno di guardia potevamo organizzare corsi di matematica o far ginnastica. L’importante era il morale, l’aiuto e la forza che ognuna cercava di dare alle altre.

D: Come sei riuscita a sopportare torture e detenzione?

R: Pensando, soltanto pensando. Il corpo è vero che percepisce il dolore, però se tu hai un ideale pensi che comunque quello alla fine trionferà.

D: Quanto e come vi siete aiutate tra prigioniere?

R: Tantissimo, sono convinta che se le compagne non ci fossero state sarei diventata sicuramente una “quebrada”; questo termine per noi voleva dire che loro ti avevano piegato totalmente nel senso di non volerne sapere più niente di fare qualcosa, di chiuderti nel tuo guscio e sopravvivere soltanto per te.

D: Del periodo dal dicembre ‘76 alla liberazione non mi hai detto molto, come mai?

R: Quello non lo racconto perché sul libro trovi tutto: è per questo che “noi” diciamo che ci sentiamo totalmente identificate nel libro. Personalmente posso dirti che ad esempio venivo molto aiutata a scrivere lettere ai miei figli e così i disegni, visto che io non sapevo farli, e non volevo, anche perché mi mettevo a piangere disperatamente. Ho sofferto anche perché a giugno del 1977 il giudice mi ha comunicato che venivo lasciata libera penalmente e che probabilmente uscivo perché non avevo un famoso decreto per il quale tutti prigionieri, anche se non avevano una causa, rimanevamo a disposizione del Potere Esecutivo Nazionale (per lo stato d’assedio). Come ti dicevo il giudice mi comunica questo per cui le compagne mi salutano, mi dicono chi trovare e come muovermi fuori; poi invece mi hanno tenuto in carcere fino a che non è arrivato il decreto che anche per me valeva questo Potere Esecutivo Nazionale. Da lì in poi mi ero promessa che non avrei mai più pensato alla libertà.

D: Quando sei stata liberata che cosa hai provato?

R: Ho provato paura, gioia e dolore. Paura: perché non ero più protetta dal gruppo, dovevo arrangiarmi da sola. Gioia: perché avrei visto i miei figli anche se non sapevo come sarebbe stato visto che in carcere li avevo visti soltanto una volta in tre anni. Dolore: per le compagne che rimanevano in carcere. Per prima cosa mi hanno liberato a Buenos Aires, città che io non conoscevo, mi sono rivolta al bar che era di fronte al carcere, dove si trovavano sempre i famigliari, e così loro mi hanno accompagnata a prendere il pullman che allora partiva soltanto alla sera verso Còrdoba; mi hanno coccolata e detto di non parlare con nessuno, di non scendere a nessuna fermata, anche perché uscivo senza documento, avevo soltanto

un pezzo di carta che diceva “la detenuta Robledo de Pittuelli Estela Julia appartenente alle bande sovversive marxiste -leniniste da oggi è in libertà controllata”. Capirai, se mi fermavano rischiavo di sparire oppure di subire di nuovo tutto il “trattamento”. Quando sono arrivata nella mia città erano le sei del mattino, così ho visto in viaggio sul pullman il mio primo amanecer (alba), i miei sentimenti in quel momento ancora me li ricordo: vedere nascere il sole così come fa ogni giorno, che però nel carcere non potevamo vedere! ma lui era lì come a dire: c’è il buio però io ci sono sempre! L’incontro con l’esterno mi ha fatto venire un mal di testa incredibile, tutti rumori nuovi ed il corpo sempre in attesa di qualcosa, intendo di qualcuno che ti urli o ti dica cosa devi fare.

D: Che cosa ha significato l’esilio per te e la tua famiglia, sia il primo sia quello definitivo?

R: In un primo momento ha significato la gioia di essere tutti quattro assieme, con una grande difficoltà per sopravvivere sia lavorativamente che socialmente; ha voluto dire dedicarsi anche a far solidarietà per quelli che erano rimasti in carcere e raccontare tutto ciò che avevamo vissuto. Il secondo ritorno è quello che mi ha distrutto di più perché non c’era niente da fare… sarei dovuta vivere in questo paese e morire qui (questo è quello che pensavo allora) dopo aver toccato il fondo con l’alcool, mi hanno aiutato sempre le donne di “fuori”, cioè italiane, colleghe di lavoro (ho sempre lavorato in casa di riposo), amiche e i gruppi di auto-mutuo aiuto. È per questo che mi occupo di stranieri e di donne sole, non vorrei che nessuno vivesse quello che io ho vissuto la seconda volta. Sono convinta, e lo vedo attraverso le compagne, ché ci scriviamo ogni giorno dopo la presentazione del libro Memoria del buio o Nosotras presas politicas, che siamo quel che siamo perché in mezzo al dolore siamo cresciute e diventate forti; certe volte mi manca quel raccontarsi ogni giorno vita e miracoli di ognuna e confrontarsi se è giusto o non giusto o come fare.

D: Hai citato il libro Memoria del buio. Perché è così importante essere riuscite a mettere insieme le vostre memorie?

R: Quella che ti ho raccontato è la mia storia di detenuta politica, ma ci sono migliaia di storie come questa, di donne imprigionate. Adesso alcune di queste storie sono raccolte in un libro che le nostre compagne hanno scritto e che siamo riuscite a far pubblicare in Italia con l’aiuto di amici italiani impegnati e sensibili a queste tematiche. Perché crediamo che questa società, questi amici e compagni che ci hanno accolti e aiutati hanno il diritto di conoscere le nostre storie e che è importante fissare questa memoria in un libro perché resti come monito per il futuro. La dittatura militare argentina nel tragico periodo della sua permanenza al potere ha colpito tutta la società argentina.
Lo testimoniano:

-prima di tutti quelli che non ci sono più, scomparsi e assassinati. La eliminazione fisica di reali o presunti oppositori;
-i loro parenti e famigliari che hanno subito e portano ancora questo dolore che alcuni hanno trasformato in lotta: le madri, le nonne, i familiari e i figli, e che altri hanno sopportato nel silenzio e nella disperazione;
-la società tutta immersa in una lunga notte di terrore e morte;
-gli esiliati che a centinaia di migliaia hanno vagato per il mondo in attesa del ritorno che non è stato mai lo stesso;
-i detenuti, imprigionati e tenuti in condizioni al limite della legalità, in carceri che assomigliavano sempre di più a campi di  concentramento con il loro carico di soprusi, violenza e talvolta anche di morte.

Memoria del buio racconta queste storie. Storie di resistenza collettiva di fronte ad un nemico che voleva la nostra distruzione non solo come militanti ma anche come persone, come donne. Quante volte ci siamo sentite dire: “di qua uscirete o morte o matte”. Non siamo morte, non siamo matte grazie alla solidarietà e al mutuo sostegno che a volte solo le donne riescono ad esprimere. E così come la sopravvivenza è stato frutto della resistenza collettiva, anche questo libro è frutto di un lavoro collettivo. Un gruppo di 112 donne che hanno versato i loro vissuti, i loro sentimenti attraverso le loro lettere, i loro disegni, i loro racconti. Sono passati molti anni. A volte perdiamo la nozione di quel periodo, di quel momento storico così  particolare di cui siamo figlie e che serve per capire gli atteggiamenti di questa generazione. Non riusciamo a dare senso e giustificazione a quello che abbiamo passato e per questo lo abbiamo rimosso per molto tempo e abbiamo parlato e scritto solo trent’anni dopo. Se ora ci siamo decise è in nome del futuro, della libertà e della democrazia, dei nostri figli e nipoti.