La cronologia dei fatti

1900, 10 gennaio

Prima domanda di utilizzo delle acque del Vajont

L’industriale di Longarone Gustavo Protti chiede l’utilizzazione delle acque del torrente Vajont come forza motrice per una cartiera a Codissago. Il progetto prevede una diga di 7,40 metri in comune di Erto Casso, una condotta fino alla cartiera con un ponte-canale, la derivazione di 700 litri/secondo, la restituzione dell’acqua nella roggia del Vajont.

1905, 31 gennaio

Nasce la Sade

Fondata in gennaio dall’imprenditore veneziano Giuseppe Volpi (1877-1947), la Società Adriatica di Elettricità si propone inizialmente di fornire elettricità per l’illuminazione delle città venete, collegando in una rete gli impianti di produzione esistenti, rilevando piccole concessioni ed impianti, stipulando accordi con i maggiori fornitori. Il capitale iniziale è di 300 mila lire (tremila azioni). I soci sono il conte e senatore Nicolò Papadopoli (400 azioni), Giovanni Battista del Vò direttore della agenzia della Banca commerciale italiana di Venezia (500 azioni), il conte Giobatta Venier (300), il conte Ruggero Revedin (700), Luigi Levi (500), Tito Braida consigliere delegato della Cellina (100), l’avvocato Ugo Pantaleo (125), il conte Giuseppe Polcenigo (50), il conte Piero Foscari (100), il cavaliere Angelo Sperti (100 azioni), Giuseppe Volpi (125). I soci sono tutti veneziani, tranne il bellunese Sperti, avvocato e politico (deputato al Parlamento tra 1892 e 1895). L’atto notarile (notaio Carlo De Toni) è firmato negli uffici della Comit, banca collegata al capitale tedesco, già in affari con Volpi e che lo seguirà in tutte le sue successive imprese. Direttore generale è il feltrino Achille Gaggia (1875-1953), presidente è Revedin, nel Consiglio di amministrazione siedono il conte Amedeo Corinaldi, Tito Braida, Del Vo. Volpi è consigliere delegato Nello stesso anno ci sarà la nazionalizzazione delle ferrovie e si renderanno disponibili sul mercato ingenti capitali: entreranno imprenditori ferroviari meridionali e il capitale sociale salirà a 4 milioni 750 mila lire.

 

1905

La Sade assume il controllo della Cellina

La Cellina (nata nel 1900), così chiamata per aver realizzato nel 1905 nella omonima valle in Friuli il primo importante impianto idroelettrico, ma il cui vero nome è “Società anonima per l’utilizzazione delle forze idrauliche del Veneto”, era partecipata dalla Sviluppo, ovvero “Società per lo sviluppo delle imprese elettriche in Italia”, finanziaria creata dalla Gesellschaft fur Elektrische Unternehmungen e dalla Commerciale Italiana. Alla Cellina faceva capo all’epoca anche il progetto dell’impianto Piave-Santa Croce con i tre salti del Fadalto e una derivazione dal Piave a Soverzene inizialmente di 6 metri cubi al secondo (domanda presentata il 19 luglio 1900 e concessione assentita, dopo alterne vicende, nel maggio del 1917, poco prima dell’occupazione aistriaca). Sul Piave avevano presentato progetti anche le Province consorziate di Belluno, Treviso e Venezia (da Perarolo a Fener) ma senza risultati.

 

1906

Si costituisce la Società forze motrici Cismon-Brenta

Il pacchetto di maggioranza è in mano alla Edison, tra i soci c’è la Brioschi-Finzi (controllata Sade). Presidente è Carlo Esterle, nel consiglio di amministrazione c’è Giuseppe Volpi, nel collegio dei sindaci Achille Gaggia.

 

1908

In funzione la diga di Ponte Serra sul Cismon

E’ il più antico impianto idroelettrico del Veneto, in comune di Lamon. La domanda di concessione era stata presentata nel 1898 dall’impresa Tullio Tommasini di Fonzaso. La diga ad arco unico è alta 44,40 metri e lunga al coronamento 40 metri.

 

1910

La Sade crea la Siv, Società idroelettrica veneta

La Siv sarà la società principale attraverso cui, per molti anni, opererà la Sade in provincia di Belluno.

 

1914

La Sade si sviluppa

Alla vigilia della guerra mondiale il capitale sociale sale a 30 milioni. Volpi è presidente dal 1912, nel consiglio di amministrazione si trovano ora Adolfo Rossi, direttore generale delle Ferrovie Meridionali; Daniel Gauchat, direttore della Societé pour enterprises russes di Pietrogrado; Giovanni Barberis, direttore della Sviluppo; Carlo Zander, direttore della Banque pour entrerprises electriques di Zurigo, Carlo Esterle, consigliere delegato della Edison. Direttore generale della Sade è Achille Gaggia, arriverà poi il finanziere Vittorio Cini (1885-1977), ferrarese, proprietario dal 1910 anche di una società di grandi lavori stradali e ferroviari con sede a Chioggia. La Sade costruisce una rete di trasporto a 60 mila Volt. Il Gruppo Volpi si occupa di elettricità, porti, ferrovie, turismo e alberghi, banche, navigazione. Negli anni precedenti, Volpi si era già occupato di assicurazioni (per una compagnia francese), di commercio (con l’Ungheria), di miniere (antracite in Carnia, carbone, zolfo e zinco in Turchia), di progetti portuali e ferroviari (in Albania, Montenegro e Serbia), di tabacchi (in Montenegro) costituendo ogni volta nuove società e collegando insieme imprenditori, finanzieri, uomini politici. Grazie alla sua abilità nel tessere rapporti e collegare interessi diversi Volpi diventa anche referente diplomatico del governo (Giolitti) in Medio Oriente, conducendo le trattative di pace con la Turchia che portano al riconoscimento della sovranità italiana sulla Libia.

 

1915

Volpi si arruola volontario

Il 29 aprile è nominato sottotenente della milizia territoriale, il 10 maggio è al terzo reggimento genio telegrafisti di stanza a Firenze, città dove ha sede, fra l’altro, la Galileo, settore meccanica di precisione, nel cui consiglio di amministrazione siede come uomo di fiducia della Comit (l’azienda era stata risanata dal gruppo Orlando e dalla Comit nel 1906). Il 22 maggio Volpi viene spostato alle dirette dipendenze del ministero come “persona di speciale competenza tecnica” e fa parte della commissione centrale chiamata a decidere sugli esoneri temporanei dal servizio militare dei richiamati appartenenti ad imprese che lavorano per conto dell’Esercito. Diventa commissario speciale presso i comandi di Firenze, Bologna, Verona, Milano, Torino, Alessandria e Genova. Su sua richiesta viene poi inviato alla direzione del Genio di Venezia per l’importanza del suo lavoro alla Sade, e poi in congedo.

 

1916

La corsa alle concessioni

Tra settembre e novembre del 1916, due decreti legge stabiliscono che le concessioni per lo sfruttamento idroelettrico, la cui durata viene fissata in 50 anni (e in seguito portati a 60), devono essere assegnate in via prioritaria e immediata alle industrie belliche e che la precedenza va data a progetti di “speciale e prevalente interesse pubblico”. I decreti verranno convertiti on legge solo nel 1919, ma intanto parte la corsa degli elettrici e dei siderurgici, in antagonismo fra loro, ad accaparrarsi le concessioni, grazie anche alla disponibilità di denaro derivante dalle forniture belliche. Tra 1917 e 1919 verranno presentate nuove domande di concessione per 5,2 milioni di kW

(erano 1,3 nel 1917).

 

1917

Il progetto “Porto Marghera”

Il 1° febbraio Volpi costituisce il “Sindacato di studi per imprese elettro-meccaniche e navali nel porto di Venezia”. Vi partecipano la Sade e la Cellina, del Gruppo Volpi, aziende di amici e di soci con i quali già da anni era in affari (Piero Foscari – deputato dal 1909, poi sottosegretario alle Colonie – Nicolò Papadopoli, Gino Toso, Antonio Revedin e altri), società ferroviarie e navali, siderurgiche e meccaniche. Il progetto viene presentato tre mesi dopo e prevede un’area industriale, moli e banchine, raccordi ferroviari, canali navigabili, fornitura di energia elettrica dal Veneto settentrionale e da una centrale termoelettrica della Sade (30 mila kW iniziali). E’ un vero salto di qualità rispetto al dibattito sull’espansione del porto di Venezia che si protraeva da alcuni decenni. Lo sviluppo era fino ad allora avvenuto tra il canale della Giudecca e l’attuale area della Marittima. L’idea di spostarlo a Marghera era stata avanzata già nel 1905 da Piero Foscari che aveva proposto un Piano regolatore (porto e zona edilizia a Marghera). Ma ora il porto non è più solo commerciale, diventa industriale.

 

1917, 12 giugno

Si costituisce la Società Porto Industriale di Venezia

In piena guerra il progetto Porto Marghera brucia le tappe. Viene presentato il 10 maggio, il 15 maggio è approvato dal Consiglio Superiore dei Lavori pubblici, il 12 giugno si costituisce la Società Porto Industriale, il 23 luglio Società Porto Industriale e governo firmano la convenzione, il 22 ottobre viene convertita in legge. La convenzione è firmata da Volpi, Grimani (sindaco) e Bonomi (per il governo). La Società ottiene appalto, concessione e delega dei poteri, compreso il potere di espropriazione. In questo modo le industrie che partecipano al progetto potranno anche eludere il pagamento dell’imposta sui profitti di guerra dalla quale risulteranno esenti se l’investimento in determinati settori è quadruplo rispetto all’imposta dovuta.

 

1919, 2 marzo

Progetto per il Boite a Podestagno

Il Comune di Venezia presenta domanda per la creazione a Podestagno (Cortina) di un serbatoio di 25 milioni di metri cubi. In seguito subentrerà la Sid (Società idroelettrica Dolomiti, gruppo Barnabò) e poi la Sade.

 

1920

Volpi è nominato conte “per i servigi resi al Paese”

 

1920

Nasce il Consorzio Piave-Brenta

Le Province venete e le Camere di commercio, seguendo l’esempio di quanto già fatto in Friuli Venezia Giulia e sull’Adige e Garda, costituiscono il comitato promotore di un consorzio per lo sfruttamento pubblico dei fiumi veneti. Ad un gruppo di docenti dell’Università di Padova (tra i quali il geologo Giorgio Dal Piaz che prima della guerra era stato fra l’altro anche consigliere provinciale a Belluno) viene affidato l’incarico di preparare un progetto di sfruttamento complessivo del bacino del Piave, iniziando dai torrenti Boite, Costeana e Oten. Il consorzio verrà formalmente costituito il 30 dicembre 1923, presenterà vari progetti anche importanti che però non otterranno le concessioni – date invece ai privati – e non verranno realizzati.

 

1920, 3 settembre

Santa Croce, il progetto si amplia

La Cellina chiede di aumentare la derivazione dal Piave a Soverzene, portandola a 30 metri cubi al secondo di media (da 8 minimi a 80 massimi) per immetterli nel lago di Santa Croce, ampliato e sistemato a serbatoio stagionale della capacità di 120 milioni di metri cubi. Anche in questo caso la Provincia si oppone perché la derivazione impedirebbe future maggiori e più razionali utilizzazioni del Piave a valle di Soverzene, e perché trovandosi le centrali di produzione in provincia di Treviso, non ne ricaverebbe nemmeno i canoni previsti dalla legge. Appoggia invece un progetto dell’Ilva che prevedeva una potenza installata di ben 120.000 cavalli (88.320 kW). In seguito l’Ilva ritirerà la domanda dopo essere scesa a patti con la Sade. La concessione viene accordata alla Sade il 28 dicembre 1922 (due mesi dopo la marcia su Roma) e prevede che debbano comunque rimanere nel Piave 12 metri cubi al secondo (misurati all’altezza della stretta di Ponte nelle Alpi), riducibili a 9 in primavera e autunno.

 

1921

Volpi governatore della Tripolitania

 

1921

La Sade cresce ancora

Aumento di capitale da 60 a 100 milioni di lire. Volpi è azionista di 55 società, è nel Cda di 46 aziende, è presidente o vicepresidente di 20: 11 sono elettriche, una bancaria, due immobiliari, vi sono poi cantieri navali e acciaierie, il Porto industriale di Venezia, la Compagnia di Antivari in Albania (porto e ferrovie), una cartiera, la Ciga (Compagnia italiana grandi alberghi). Inoltre è presidente dell’Associazione fra le Società per azioni.

 

1922

Volpi nominato senatore

All’epoca il Senato era di nomina regia, sulla base di particolari meriti professionali, economici, artistici, o per censo. Volpi è senatore per censo.

 

1922

Accordo con un’ala del fascismo

Volpi si accorda con Giuriati contro Marsich, esponente del fascismo “anarchico” veneziano, ostile a Volpi e ai suoi progetti. Il fascismo veneziano diventa così fin dai primi tempi un fascismo “d’ordine” filo-industriale.

 

1922

La marcia su Roma

Volpi scrive: “Possiamo guardare con serenità l’avvenire con un Governo giovane e forte che si ispira al bene e ai diritti della Nazione”. Il 29 ottobre è subito in visita da Mussolini, ufficialmente per parlargli della situazione in Tripolitania. Volpi risulta iscritto al Fascio dal 22 luglio 1923, ma gli verrà riconosciuta in seguito l’anzianità antemarcia (dal 26 gennaio 1922) dal Fascio di Tripoli per ricordare la data dell’occupazione di Misurata in cui Volpi aveva giocato un ruolo determinante.

 

1923

Si inaugurano gli impianti del Fadalto

Il primo grande impianto alimentato dal lago di Santa Croce viene inaugurato alla presenza di Mussolini e del ministro dei Lavori pubblici. Intanto a Marghera si sono insediate già 40 industrie con 3000 operai.

 

1924, 12 settembre

Si costituisce la Sfiac, gruppo Barnabò

La Società per l’utilizzazione delle forze idrauliche dell’Alto Cadore (Sfiac) nasce per iniziativa del finanziere cadorino (di Domegge) Marco Barnabò (1866-1971), in collaborazione con un gruppo finanziario inglese proprietario della “Società miniere e cave di Predil” (vicino a Tarvisio) per l’estrazione di zinco con procedimento elettrolitico. Alla Sfiac passano precedenti istanze e concessioni di Barnabò. Negli anni seguenti Barnabò crea una serie di imprese insieme con Federico Giolitti (figlio dello statista) e Giovanni Battista Zanardo: in particolare la Compagnia Industrie Montanistiche (con partecipazioni nella Sava), la Sid (collegata alla Sip, Società idroelettrica piemontese), la Società anonima lavorazione Leghe Leggere di Marghera, la Sava (Società Alluminio Veneto Anonima), la Società idroelettrica Val Cismon (controllata da Sava), la Smirrel (Serbatoi montani per irrigazione ed elettricità, anch’essa controllata Sava). Barnabò parteciperà inoltre alla Sibat (Società idroelettrica Bartolomeo Toffoli, gruppo Vascellari), altra importante società idroelettrica cadorina, ed ha stretti rapporti con l’Aiag (Aluminium Industrie Anonyme Gesellshaft), colosso svizzero dell’alluminio e con la Montecatini. Forti gli intrecci con la Sade: la Sfiac verrà rilevata dalla Sade nel 1933, ma Barnabò è anche nel consiglio di amministrazione della Ciga e della Telve, nella San Marco Elettrometallurgica e in Leghe Leggere insieme a Gaggia, ed in altre.

 

1925

Volpi ministro delle Finanze

Volpi è l’uomo del capitale al governo, chiave di volta del patto tra industriali e regime. Come ministro, gestisce la difficile trattativa con gli Usa per il pagamento dei debiti di guerra, e soprattutto la grande crisi della fine degli anni Venti, con il crollo dei titoli in Borsa e dei valori immobiliari, il dimezzamento della ricchezza, il taglio del 20% a stipendi e salari, la “difesa della lira”. Il regime vara provvedimenti protezionistici e teorizza il ruralismo con il divieto di aprire nuove industrie sopra i 100 addetti nelle grandi città.

 

1925-1926

La Sade rastrella le concessioni

Attraverso la Siv vengono presentate numerose domande per grandi derivazioni dal Cordevole, dal Piave (a Busche), dal Cismon (Arsiè), e vengono rilevati i progetti del Boite (Podestagno).

 

1925-1928

Indagini geologiche sul Vajont

Nel 1926 Carlo Semenza redige il primo progetto di massima dell’impianto idroelettrico del Vajont: diga al restringimento della gola e centrale a Dogna. Vengono condotte indagini preliminari sulla stabilità e la tenuta idraulica delle zone di imposta della futura diga (Jakob Hug nel 1925 e 1927, Giorgio Dal Piaz nel 1928). Gli studi portano a due diverse ipotesi di fattibilità: al ponte di Casso (Hug) e poco a valle del ponte del Colombèr su roccia più compatta (Dal Piaz). Non si prendono in considerazione (all’epoca non era ritenuto necessario) i versanti del bacino a monte della diga.

 

1926, 30 giugno

Si costituisce la Sibat

La Società idroelettrica Bartolomeo Toffoli, capitale sociale 60.000 lire, sarà la società principale del gruppo Vascellari, il terzo per importanza nel Cadore. Tra i soci, accanto a Vascellari, Giacobbi, Toffoli e Garbellotto (ingegnere che firmerà tutti i progetti principali del gruppo), compare anche Marco Barnabò. Sibat, Alto Veneto di elettricità e Idroelettrica Agordina (altre società del gruppo) confluiranno in seguito nella Iav (Idroelettrica Alto Veneto).

 

1926

La Sade compera la Gazzetta di Venezia

 

1926-1929

Si amplia il lago di Santa Croce

Il lago naturale di Santa Croce viene ampliato con una diga in terra (altezza 10,5 m., lunghezza 1.975 m.) che ne porta il volume complessivo da 71 a 120 milioni di metri cubi. Le centrali alimentate sono a Fadalto, Nove, San Floriano, Castelletto, Caneva e Livenza. Una traversa sul Piave all’altezza di Soverzene devia gran parte delle acque del fiume verso il lago di Santa Croce attraverso due gallerie e una condotta all’aperto lunga 11 chilometri (portata di 88 metri cubi al secondo).

 

1927

Prima concessione per Piave-Ansiei

La Sfiac ottiene la concessione di derivare 15 metri cubi dal Piave in Comelico e 5,5 dall’Ansiei per 13.300 kW di potenza.

 

1928

Mussolini licenzia Volpi

Nel luglio del 1928 Mussolini sostituisce Volpi al ministero delle Finanze. Quelli tra 1925 e 1928 erano stati anni di espansione per gli elettrici, e i processi di concentrazione industriale avevano dato vita ad oligopoli. La Sade era passata da 500 milioni a 750 milioni di kWh.

 

1929

La Sade punta ad ulteriore sviluppo

Nel 1929 l’assemblea generale della Sade prevede un aumento dei fabbisogni di energia elettrica: la potenzialità degli impianti è sufficiente solo fino al 1931, occorre dunque metterne in cantiere di nuovi.

 

1929, 30 gennaio

Prima domanda di concessione per il Vajont

Il progetto prevede una diga al ponte di Casso e massimo invaso a quota 656. Il serbatoio ipotizzato è di 33,6 milioni di metri cubi. Il progetto è presentato a nome della Siv.

 

1929

Crollo di Wall Street

Tra 1929 e 1931 il mondo è investito dalla crisi. La Sade sospende ogni iniziativa all’estero e si chiude sulle attività elettriche e acquedottistiche del Veneto e dell’Emilia. L’ex giolittiano Volpi teorizza ora che “il liberalismo economico ha fatto il suo tempo”. Il suo schema vede l’imprenditore e il finanziere lavorare con lo Stato, prevenendone e condizionandone le decisioni, superando la logica del solo mercato.

 

1930-31

Si costruiscono le dighe del Comelico e di Santa Caterina ad Auronzo

La Sfiac costruisce la diga del Comelico (Piave, invaso iniziale di 500.000 metri cubi, poi ampliato fino a 1,8 milioni, alta 66,50 m., lunga 113 m. al coronamento, quota 830 al massimo invaso) e quella di Santa Caterina (Ansiei, invaso iniziale di 6,5 milioni di metri cubi, poi ampliato a 6,7 milioni, alta 58,5 m., lunga 185 m. al coronamento, quota 830 al massimo invaso). Potenza complessiva inizialmente prevista: 23.552 kW. Le concessioni erano state ottenute nel 1927 e 1930.

 

1930

Vajont, relazione di Dal Piaz

Secondo le analisi del geologo, i versanti del Toc, dalla Pineda al ponte di Casso, sono sicuri.

 

1931

Concessione per la diga del Mis

La Siv ottiene la concessione per costruire in valle del Mis un serbatoio di 36,8 milioni di metri cubi. La diga è alta 91 metri e lunga 140. C’erano già stati in precedenza progetti e domande di concessione da parte di privati e di enti pubblici. Il serbatoio è attualmente alimentato dal Mis ma soprattutto dal Cordevole attraverso una galleria di derivazione dalla Stanga lunga oltre 7 chilometri.

 

1933

La Sade vince lo scontro con la Montecatini

Nel 1930 la Sade cerca di impedire che la Montecatini diventi distributore. Nel 1931 la Montecatini aveva ottenuto dal ministero dei Lavori pubblici l’autorizzazione a costruire un suo elettrodotto dal Fadalto a Marghera ma la Sade si era opposta. Dopo un arbitraggio dello Stato, la Montecatini rinuncia all’elettrodotto e la Sade si impegna a rifornirla a condizioni vantaggiose.

 

1930

Alla Siv le concessioni del Cordevole e del Mis

La Siv ottiene la concessione per 4 derivazioni dal lago di Alleghe, dal Cordevole e dal Mis per 58.430 kW nelle centrali di Cencenighe, Gena, Taibon e Sospirolo, quest’ultima alimentata dal serbatoio del Mis i cui lavori verranno autorizzati nel 1939.

 

1933

La Sade incorpora la Sfiac

Nel 1933 la Sfiac e il sistema Alto Piave-Ansiei passa alla Sade che rileva il pacchetto azionario dei soci inglesi. Il sistema Sade sale a 320.000 kW

 

1933, 11 dicembre

Forti incentivi alle industrie elettriche

Viene varato il Testo unico sulle acque e sugli impianti elettrici. Previsti contributi fino al 60% della spesa prevista per la costruzione di dighe e impianti elettrici.

 

1934

La Sade incorpora la Siv

Subentra così in prima persona in tutti i progetti, concessioni ottenute e richieste presentate a nome della sua ex controllata.

 

1934

Vittorio Cini senatore

Cini, iscritto al Partito fascista dal 1926, è nominato senatore e (nel 1940) conte di Monselice.

 

1934, 29 ottobre

Volpi nominato presidente della Confindustria

 

1935-1938

Dalla guerra d’Etiopia all’autarchia

Il 3 ottobre 1935 l’Italia dichiara guerra all’Etiopia, seguono le sanzioni e le controsanzioni. Il regime vara i programmi dell’autarchia. L’Italia interviene in Spagna (1936-1938) a fianco dei generali golpisti contro la Repubblica. Nel 1938 hanno termine le guerre di Etiopia e di Spagna.

 

1936-1943

Gli impianti del Cordevole

Nascono gli impianti del Medio Cordevole: centrali di Cencenighe, Agordo e La Stanga, potenza complessiva di 90 mila kW.

 

1937

Arsiè, la concessione per la diga del Corlo passa dalla Sade alla Smirrel

La società di Barnabò e di Giobbe della Bitta subentra nella concessione per il serbatoio di Arsiè. Nella Smirrel è presente anche la svizzera Aiag, socia di Barnabò anche nella Sava di Porto Marghera.

 

1937, 12 agosto

Progetto esecutivo per il Vajont

Firmato da Carlo Semenza, prevede la diga al Colombér (non più al ponte di Casso), e il massimo invaso a quota 660. La zona del Colombér è preferita da Dal Piaz, rispetto a quella del ponte di Casso, perché la roccia è più uniforme e compatta. L’invaso prospettato aumenta a 46 milioni di metri cubi.

 

1938

Volpi presidente delle Assicurazioni Generali

 

1939, 18 gennaio

Presentazione dei primi progetti per Vodo e Pieve di Cadore

Sono previste una diga a Vodo sul Boite e una diga a Pieve di Cadore sul Piave. Il piano è presentato da Carlo Semenza per conto della Società idroelettrica Dolomiti, partecipata dalla Sade.

 

1939, agosto

Achille Gaggia senatore

Anche Gaggia viene nominato senatore, sarà membro della Commissione lavori pubblici.

 

1939

La Sade rileva Il Gazzettino

Gli eredi del cadorino Giampietro Talamini, storico fondatore del Gazzettino morto nel 1934, sono costretti a cedere il giornale; i maggiori pacchetti azionari sono così distribuiti: Fiat 1291, Sade 1000, Volpi 815, Cini 854, Sava 500, Vetrococke 500, Snia Viscosa 500, Chatillon 619, Confindustria 250.

 

1940, 10 giugno

Entrata in guerra dell’Italia

Il 10 giugno Mussolini dichiara guerra alla Francia. Seguiranno le disastrose campagne di Albania, Grecia, Montenegro, Russia.

 

1940, 22 giugno

Nasce l’idea del Grande Vajont

Carlo Semenza presenta un progetto che collega fra loro i diversi impianti esistenti in un grande progetto integrato, con bacini collegati con gallerie (6 serbatoi su Piave, Boite, Maè e Vajont), centrali intermedie, serbatoio di regolazione in Val Gallina, grande centrale finale a Soverzene. La diga del Vajont “sale” a quota 667 metri. La Sade si presenta come titolare legittima delle precedenti richieste avanzate dalla Società idroelettrica Dolomiti (sul Boite e Piave) e della Idroelettrica veneta (sul Vajont).

 

1943, gennaio-giugno

Cini ministro per pochi mesi

Vittorio Cini viene nominato da Mussolini ministro delle Comunicazioni. Tuttavia Cini è già da qualche tempo in rotta di collisione con Mussolini: gli industriali mollano il fascismo. In giugno Cini si dimette.

 

1943

Volpi si ammala

In primavera Volpi, seriamente ammalato, lascia la presidenza della Confindustria, sostituito dal direttore Giovanni Balella.

 

1943, 19 luglio

Hitler e Mussolini ospiti di Gaggia

I due dittatori si incontrano in quello che passerà alla storia come “incontro di Feltre” ma che in realtà si svolge a San Fermo, frazione di Belluno, nella villa di Achille Gaggia. Un gruppo di antifascisti, che fanno riferimento al Partito d’azione e al Pci, progettano un attentato che però verrà bloccato dai livelli nazionali all’ultimo momento. L’incontro si conclude in anticipo e senza alcun risultato. Nello stesso giorno Roma è pesantemente bombardata dagli Alleati, con migliaia di morti.

 

1943, 24 luglio

Vajont, parere favorevole del ministero

La Direzione generale delle acque (ministero dei Lavori pubblici) esprime un primo parere favorevole al progetto del “Grande Vajont”. E’ il giorno precedente la caduta del regime.

 

1943, 25 luglio

Cade il fascismo

Il Gran Consiglio del fascismo esautora il Duce. Mussolini viene arrestato per ordine del re e portato prima a Ponza poi sul Gran Sasso.

 

1943, 6 settembre

Via libera dal ministero al progetto Vajont

Alla vigilia dell’armistizio, nuovo parere favorevole della Direzione generale delle acque che trasmette il progetto Vajont al Consiglio superiore dei Lavori pubblici.

 

1943, 8 settembre

Proclamazione dell’armistizio

L’Italia è nel caos, l’esercito si squaglia, lo Stato è allo sbando. Il 12 settembre Belluno viene incorporata nella Zona di operazioni delle Prealpi (Alpenvorland O.Z.) sotto occupazione tedesca. Nello stesso giorno Mussolini è liberato dai tedeschi al Gran Sasso. Da Monaco, ostaggio dei nazisti, il Duce annuncia la costituzione della Repubblica sociale italiana nella parte d’Italia occupata dai tedeschi.

 

1943, 23 settembre

Volpi e Cini arrestati dai tedeschi

Volpi e Cini sono ritenuti in contatto con i “traditori” del Gran Consiglio, in particolare con Grandi e Ciano. La Rsi definisce Volpi “l’uomo dell’Alta banca ebraica”. Anche in Germania Volpi e le Assicurazioni Generali vengono accusati di essere “creature degli ebrei”. Arrestato a Roma dalle SS il 23 settembre, Volpi viene portato prima in via Tasso e a Regina Coeli, poi in clinica. Viene liberato nel febbraio del ’44. In luglio ripara in Svizzera. Anche Cini è arrestato il 24 settembre e finisce a Dachau, da dove viene liberato per intervento di Goebbels. Dopo una breve permanenza in clinica, ripara prima a Padova poi, nel settembre 1944, anch’egli in Svizzera.

 

1943, 15 ottobre

Vajont, il ministero approva

Il Consiglio superiore dei Lavori pubblici rilascia parere favorevole al progetto del “Grande Vajont”, presenti – in quei giorni di sfascio dello Stato – solo 13 membri su 34 e dunque in mancanza di numero legale.

 

1943

Gaggia alla presidenza della Sade

Mentre è agli arresti, Volpi si dimette da presidente della Sade. Gli subentra Achille Gaggia fino al 1953 (in seguito presidente sarà il conte Vittorio Cini).

 

1945, 2 marzo

Il ministero ratifica il parere positivo

Il via libera al progetto del “Grande Vajont” viene confermato dal Consiglio superiore dei Lavori pubblici .

 

1945, 25 aprile

La Liberazione

Il Clnai (Comitato di liberazione nazionale Alta Italia) proclama l’insurrezione nazionale. I partigiani delle divisioni Garibaldi Belluno e Nannetti attuano un piano, già predisposto da tempo, di difesa e presidio degli impianti idroelettrici e industriali della provincia di Belluno.

 

1945, luglio

Volpi e Cini sotto processo

Il patrimonio di Volpi viene sequestrato. Già in marzo l’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo lo aveva denunciato ed aveva spiccato mandato di cattura per aver concorso ad annullare le libertà costituzionali e a distruggere le libertà popolari, e per aver contribuito con atti rilevanti a mantenere in vigore il regime fascista. La sezione straordinaria di Corte d’Appello considerò Volpi colpevole solo degli “atti rilevanti”. Gli fu applicata l’amnistia del 22 giugno 1946 (“amnistia Togliatti”). Vittorio Cini andò sotto processo nel marzo 1946 e venne assolto dalle accuse di “attiva cooperazione col governo fascista” e di “atti rilevanti”. Gaggia non fu processato, e ne uscì anzi con una valutazione positiva. Anche alla Sade, come società, vennero riconosciute particolari benemerenze per aver aiutato la Resistenza. Volpi, Cini e Gaggia avevano finanziato il Cln (Volpi con 18 milioni, Gaggia con 11, Cini con 50) e messo a disposizione le loro ville e tenute agricole nel Veneto come basi logistiche. Alla Resistenza bellunese la Sade aveva versato 3,2 milioni di lire.

 

1946

Il Gazzettino passa di mano

Nel 1946 il maggiore giornale veneto viene ceduto alla Dc, sulla base di precedenti accordi stabiliti in Svizzera tra Volpi e Pietro Mentasti della Dc.

 

1946, 5 agosto

Confermato il via libera alla Sade

Il ministero conferma i precedenti pareri e decreti di concessione rilasciati sotto il regime fascista.

 

1947

Morte di Volpi

Giuseppe Volpi muore a Roma il 16 novembre 1947.

 

1947-1952

Si costruisce la diga di Pieve di Cadore sul Piave

La diga (altezza 55 m., lunghezza al coronamento 410 m., invaso di 64 milioni di metri cubi) viene collaudata nel 1952. Una galleria di circa 24 km dal diametro di 4,50 m. (15,772 km fino alla derivazione dal Maè attraverso la Gardona, altri 8,345 km fino al serbatoio della Val Gallina) la collega a Soverzene.

 

1948, 21 marzo

La diga del Vajont si alza ancora

Con decreto del presidente della Repubblica (Luigi Einaudi, liberale) la Sade ottiene la concessione definitiva: vengono così confermati tutti gli atti precedenti. La ricostruzione e il rilancio dell’economia richiedono nuova energia (all’epoca quasi esclusivamente da idroelettrico). Nel marzo del 1948 la Sade presenta un nuovo progetto con la diga a quota 679 (invaso di 71 milioni di metri cubi). In dicembre Dal Piaz presenta una relazione tranquillizzante sulla stabilità dei versanti, ma limitatamente alla zona di Pineda e all’abitato di Erto. Ma Semenza già pensa di elevare ancora la diga fino a quota 730 e chiede a Dal Piaz di aggiornare i suoi studi. “Le confesso – gli scrive Dal Piaz – che i nuovi problemi prospettati mi fanno tremare le vene e i polsi”.

 

1948, 5 ottobre

Longarone vende terreni alla Sade

Il Comune di Longarone cede alla Sade 7 ettari di terreni a Dogna “di scarso valore, con prevalenza di rocce, poveri di colture e con stentato magrissimo pascolo” per 578 mila lire. Nel 1946 e 1954 stipula inoltre convenzioni con la Sade per servitù di elettrodotto per compensi di 177 mila lire.

 

1948-1951

Si costruisce il serbatoio di Val Gallina

La diga (Rio di Val Gallina, altezza 92,4 m., lunghezza al coronamento 228 m., invaso di 5,9 milioni di metri cubi) viene collaudata nel 1953. Il serbatoio, collegato con galleria a Pieve di Cadore, Pontesei e Vajont, ha funzioni di regolazione per Soverzene a cui è collegato con due gallerie di 2,5 km ciascuna.

 

1948, luglio

Primo progetto per la diga di Pontesei

La Sade prevede un serbatoio di 31,5 milioni di metri cubi sul Maè in comune di Forno di Zoldo. Partono i primi lavori preparatori.

 

1949

Arsiè, sul Corlo la guerra dei cantieri

Nel 1949 la Smirrel inizia i sondaggi a Ponte di Pra per la costruzione della diga del Corlo sul torrente Cismon. Contemporaneamente, apre poco lontano anche un cantiere della Saici (gruppo Snia Viscosa) che aveva ottenuto una concessione provvisoria, essendo in scadenza quella della Smirrel. La guerra fra le due società si risolve con la fusione di entrambe nella Basso Cismon-Siia (Società idroelettrica irrigazioni per azioni). Segue l’esproprio dei terreni della fertile piana del Ligont. Nasce un Consorzio di difesa degli abitanti, che però non riesce ad impedire la realizzazione del bacino. Vengono demolite le frazioni di Cesa, Cabalàn, Carèr e Giuliàt e spostati gli abitanti. Le promesse di una fabbrica e della fornitura gratuita dell’energia elettrica non vengono mantenute. La vallata si spopola con l’esodo di 2.500 abitanti, costretti ad emigrare. La diga del Corlo è alta 70 metri, lunga 89 al coronamento, l’invaso è di 42 milioni di metri cubi.

 

1949, 23 gennaio

Erto vende terreni alla Sade

Il Comune cede alla Sade 88 ettari e mezzo di terreni per 3,5 milioni di lire. La richiesta della Sade era stata presentata in data 17 luglio 1943, quando ormai il regime stava collassando. Il Comune avrebbe dovuto collocare il ricavato in titoli di Stato presso il ministero dell’Agricoltura e foreste, ma finirà per spenderli in altre cose “urgenti e indifferibili”. Quando, nel 1951, sarà messo alle strette, non avendo più i soldi in cassa, la Sade anticiperà al Comune i 3,5 milioni necessari, a valere però sui futuri sovracanoni elettrici (cioè la quota che le società elettriche devono pagare ai comuni per l’energia prodotta in loco e trasportata altrove).

 

1949-1952

Si costruisce la diga di Valle di Cadore

Nel 1951 entra in esercizio la diga di Valle (Boite, altezza 61,85 m., lunghezza al coronamento 37,5 m., quota 706,5, invaso di 4,920 milioni di metri cubi). Un ponte-tubo permette l’attraversamento del Piave a Perarolo.

 

1949-1953

La Sade ottiene un altro aumento della derivazione da Soverzene

Nel 1949 la Sade chiede un aumento della derivazione dal Piave a Soverzene in concorrenza con altre società idroelettriche e consorzi irrigui che prevedevano utilizzazioni a valle. La Provincia presenta opposizione nel 1950 e un esposto nel 1951, mentre il Comune di Belluno ed altri Comuni rivieraschi, per rafforzare l’opposizione della Provincia, presentano alcune domande di utilizzazione dell’acqua del Piave che però “spariscono” nei cassetti del Magistrato alle Acque di Venezia e non vengono inspiegabilmente trasmesse a Roma. Il Consiglio superiore dei Lavori pubblici può così dare parere positivo (25 giugno 1953) alla sola domanda pervenuta, quella della Sade. La portata del Piave si riduce a 5 metri cubi al secondo misurati a Belluno dopo la confluenza dell’Ardo. Il Consiglio provinciale lamenta, tra accuse e polemiche, che la Sade non ha mai rispettato nemmeno l’obbligo di lasciar defluire il minimo di 12 metri cubi stabilito dai precedenti disciplinari. Le sinistre (Pci e Psi) chiedono che la Provincia presenti denuncia per l’usurpo e i danni subiti, ma la proposta viene bocciata.

 

1949-1960

Cento case lesionate a Vallesella

Mentre si stanno realizzando la diga e il lago di Centro Cadore, nel 1949 la chiesa e 101 case di Vallesella, frazione di Domegge, restano lesionate. La Sade nega ogni relazione con i lavori, accertata invece da una commissione interministeriale. La Sade si limiterà a versare 70 milioni a titolo di elargizione, senza però riconoscere alcuna responsabilità. Nel 1960 gli abitanti per protesta disertano le urne alle elezioni provinciali e nessuna lista viene presentata alle comunali.

 

1951

Entra in funzione la centrale di Soverzene

La centrale, intitolata ad Achille Gaggia, è il cuore del sistema Piave-Boite-Maè-Vajont ed è situata in caverna. Nel 1951 entrano in funzione i primi due gruppi (110.000 kW), poi raddoppiati nel 1955, con linea da 220.000 Volt da Soverzene a Bologna. E’ in costruzione anche la linea Lienz-Pelos di Cadore da 220.000 Volt.

 

1951

Lago di Arsiè, resta solo la Saici

La Smirrel esce dalla Basso Cismon-Siia, rimane solo la società della Snia Viscosa.

 

1951

Erto, sondaggi nella zona del passo di S. Osvaldo

Giorgio Dal Piaz effettua sondaggi per valutare le possibili conseguenze dell’innalzamento dell’invaso del Vajont da quota 679 a quota 727 (poi fissata a 722,50, invaso di 170 milioni di metri cubi). Le ricerche – anche nella zona dell’abitato di Erto – continueranno fino al 1961, anche da parte del geologo Ervino Milli che sarà la fonte delle successive denunce della giornalista Tina Merlin.

 

1952

Preventivo di spesa per la diga del Vajont

La Sade calcola che la spesa complessiva sarà di 14 miliardi 664 milioni di lire. Il finanziamento statale dovrebbe essere del 30%, ma la Sade riesce a far passare l’impianto anche come opera di sistemazione idraulico-forestale (altro 15% di finanziamento). Il finanziamento spettante sarà dunque di 6 miliardi 598 milioni (valori 1952).

 

1954

La Sade crea il Centro modelli idraulici di Nove

Per iniziativa di Carlo Semenza viene realizzato già nel 1954, con la consulenza scientifica dell’Istituto di Idraulica dell’Università di Padova, il Centro modelli idraulici a Nove di Fadalto (Vittorio Veneto), nell’area della centrale della Sade. Il Centro, destinato a trattare i problemi degli impianti Sade, avrà un ruolo importante nella vicenda del Vajont nel periodo 1961-1962.

 

1955

Primi ricorsi contro la Sade

Alcuni ertocassani presentano ricorso alla Sade e al Genio civile per i danni provocati alle case e ai terreni dai sondaggi preliminari in roccia.

 

1955

Entra in esercizio la centrale della Gardona

Collegata a Pontesei, la Gardona scarica in contropressione con una condotta di circa 5 chilometri che attraversa il Piave su un ponte-tubo fino alla galleria Pieve di Cadore-Soverzene.

 

1955

Costruzione della diga di Pian della Fedaia

Gli impianti del Cordevole si arricchiscono con la diga della Fedaia ai piedi del ghiacciaio della Marmolada (serbatoio di 17 milioni di metri cubi), le centrali di Malga Ciapela, Saviner e Sospirolo.

 

1955

La Sade compie mezzo secolo

In 50 anni la Sade è diventata un gigante: impianti in esercizio o in corso di costruzione per una potenza di 1 milione di kW e una producibilità annua di 4 miliardi di kWh; impianti termoelettrici per una potenza di 230 mila kW e una producibilità di 1 miliardo di kWh; 4.000 chilometri di rete di trasporto; impianti di distribuzione per 37 mila chilometri e 7000 cabine di distribuzione; un milione e 300 mila utenti in 14 province, 800 comuni; 7.000 dipendenti tra dirigenti (100), impiegati (2.700) e operai (4.200). Al Gruppo Sade fanno capo altre 15 aziende idroelettriche. Scrive la Sade: “Virtù di capi, passione di lavoro e attaccamento al dovere di tutto il personale fanno del Gruppo Sade una grande famiglia”.

 

1955

Nasce il Comitato d’azione per il progresso della montagna

Contro i danni del monopolio elettrico si costituisce un “Comitato provinciale d’azione per il progresso della montagna” che comprende personalità di orientamento diverso: comunisti, socialisti, socialdemocratici, cristiano-sociali, repubblicani, indipendenti. Il Comitato lancia una Commissione d’inchiesta provinciale. Il questore vieta un manifesto nel quale il Comitato denuncia “i danni di ogni genere che i complessi idroelettrici e le insufficienze della legge regolante lo sfruttamento delle acque pubbliche provocano nell’economia della montagna”.

 

1955

Lago di Arsiè, subentra la Selt Valdarno

La Snia, in crisi, cede tutto alla Selt Valdarno che conclude i lavori della diga del Corlo e mette in esercizio l’impianto.

 

1955, fine maggio

Visita a Belluno della commissione d’inchiesta

Tra il 19 e il 30 maggio una commissione d’inchiesta composta da parlamentari, tecnici e giuristi, sorta per iniziativa del “Comitato nazionale per la rinascita della montagna”, visita la provincia di Belluno: i luoghi toccati sono Domegge, Santo Stefano di Cadore, Erto Casso, Forno di Zoldo, Arsiè e Sospirolo, dove sono in corso lavori idroelettrici. Tina Merlin ne dà conto in un articolo pubblicato sull’Unità: “I danni causati dalla Società elettrica all’economia montana della nostra provincia sono incalcolabili (…) togliendo ai montanari, che vivono del raccolto dei boschi, dei pascoli e dei campi, l’unica risorsa di vita. I terreni espropriati vengono pagati ad una quota irrisoria dal monopolio elettrico (…). Oltre a questi danni generali ogni località toccata dai lavori delle Società idroelettriche registra danni particolari di estrema importanza”.

 

1956

Si costruisce la diga di Pontesei

I lavori procedono veloci, tra aprile e novembre la diga viene costruita, secondo un progetto ridimensionato rispetto a quello iniziale: altezza 90 metri, invaso utile di 9,1 milioni di metri cubi. Le portate del Maè, potenziate da quelle del Boite attraverso galleria da Vodo, vengono utilizzate per il bacino del Vajont attraverso una derivazione in galleria (passaggio del Piave alla Gardona).

 

1956, giugno

Una donna sindaco di Erto guida le proteste

Caterina Filippin, eletta sindaco (lista di sinistra “Spiga” contrapposta alla lista di centro-destra “Stella Alpina”), prende le difese degli espropriati e riesce a far alzare il prezzo dei terreni da 18-40 lire a 100 lire a metro quadrato. Invia anche una dettagliata relazione sulla situazione ai parlamentari delle due province di Belluno e Udine (all’epoca comprese in un’unica circoscrizione elettorale).

 

1957

Erto vende altri terreni alla Sade

Per la somma di 2,5 milioni di lire il Comune cede alla Sade 20 ettari e mezzo. Si tratta di terreni regolieri sui quali il Comune aveva solo facoltà tutoria. Ne seguirà un difficile contenzioso.

 

1957, gennaio

Iniziano i lavori per la diga senza autorizzazione

Partono i lavori di scavo, ma l’autorizzazione non c’è ancora. Si legge in una nota della Sade datata 28 gennaio: “Il Genio civile di Belluno si è lamentato che, pur non avendo ancora presentato il nuovo progetto del grande serbatoio Vajont, se ne siano già iniziati i lavori di scavo (…). Non possiamo quindi pretendere che il Genio civile chiuda gli occhi e, pur promettendo prossima la presentazione del nuovo progetto, abbiamo dovuto aderire al desiderio dell’Ufficio di Belluno di una comunicazione generica (…). Riteniamo che tale lettera, quanto mai laconica, non sia in contrasto con altre comunicazioni (…) e non pregiudichi eventuali aspirazioni di più favorevoli trattamenti in fatto di contributi”.

 

1957, 31 gennaio

Domanda di costruzione della diga del Vajont

Con le nuove varianti la quota di massimo invaso viene alzata a 722,50 metri (sarà quella definitiva), diga alta 266 metri, invaso di 169 milioni di metri cubi (150 utili). E’ la più grande diga del mondo a doppia curvatura. Il progetto è accompagnato da una nuova relazione di Dal Piaz (“Appendice alla relazione geologica del 25 marzo 1948 allegata al progetto della costruzione della diga sul Vajont”). Si scoprirà anni dopo una lettera di Dal Piaz a Semenza: “Ho tentato di stendere la dichiarazione per l’alto Vajont, ma Le confesso sinceramente che non m’è riuscita bene. Abbia la cortesia di mandarmi il testo di quella ch’Ella mi ha esposto a voce (…). La farò dattilografare e Le farò immediato invio. Scusi il disturbo”. Semenza gli risponde il giorno dopo: “Le allego copia del testo al quale Ella secondo me potrebbe in linea di massima attenersi (…). A guadagno di tempo, sarebbe meglio che Ella ci consegnasse la relazione già stesa da Lei firmata”.

 

1957, giugno

Approvato il progetto

Il Consiglio superiore dei Lavori pubblici approva il nuovo progetto

 

1957, 17 luglio

Autorizzazione provvisoria

Il Consiglio superiore dei Lavori pubblici rilascia l’autorizzazione provvisoria per la diga in costruzione (abusivamente) già da gennaio.

 

1957, 16 agosto

Secondo rapporto Muller

Il geotecnico austriaco, nel suo rapporto, accenna ad “alcune unità rocciose molto grandi”, di cui una “di circa 1 milione di metri cubi o anche più”, disgregata e instabile, segnata da fessure verticali, nella zona del Pian del Toc. Non è però la grande frana.

 

1958-1963

Il boom economico non arriva in montagna

Cinque anni di forte sviluppo cambiano il volto dell’Italia, ma a prezzo di forti squilibri sociali e territoriali, compressione dei salari, controllo sociale in fabbrica. Il “miracolo economico” non interessa tuttavia la montagna bellunese, ricca solo di manodopera, che continua a spopolarsi. L’agricoltura precipita, l’emigrazione cresce. Decine di bellunesi perdono la vita all’estero in infortuni sul lavoro, soprattutto in miniera. La silicosi, provocata dall’inalazione di polveri, è una piaga sociale.

 

1957

Comitato di difesa contro la Sade

Nasce il primo Comitato, presieduto dal marito del sindaco Caterina Filippin, il medico Paolo Gallo. Il Comitato organizza assemblee, interessa i deputati, promuove petizioni. Fino a quando, due anni dopo, il presidente sparisce e il sindaco delude i concittadini.

 

1958, 17 febbraio

Il Comune di Erto chiede rassicurazioni al ministero

Dopo la richiesta della Sade di elevare la quota di invaso a 722,50, il Comune scrive al ministero dei Lavori pubblici tramite il Genio civile di Belluno esprimendo apprensione affinché “le esigenze e gli interessi della popolazione di Erto non subiscano danno alcuno in conseguenza dell’accoglimento della domanda” della Sade. Già nel 1952 la Sade aveva promesso una passerella sul futuro lago. Ormai le espropriazioni coinvolgono 170 edifici e 3.000 ettari di terreno (l’intero comune di Erto comprende 5.222 ettari). Il 28 febbraio un gruppo di ertani scrive ai parlamentari della circoscrizione e in particolare a Giorgio Bettiol del Pci circa la richiesta della Sade di elevare il livello a quota 722,50 e i problemi di comunicazione tra le sponde opposte del torrente Vajont: “Ammaestrati da precedenti amare esperienze, riteniamo indispensabile il vostro interessamento ed intervento per moderare l’azione pesante e a volte prepotente della Società in parola”.

 

1958, 21 febbraio

Proposta di legge Pci per la montagna

Prevede finanziamenti e piani economici comunali, di zona, provinciali e regionali per i territori montani per interventi integrati in una serie di settori, e l’istituzione di un Fondo nazionale per la montagna dotato di 200 miliardi all’anno per 10 anni (primo firmatario Giorgio Bettiol).

 

1958

Quanto vale la Sade in provincia

Il valore di costruzione degli impianti Sade della sola provincia di Belluno assomma nel 1958 a 180 miliardi di lire, con una producibilità complessiva di 2 miliardi di kWh annui. A questi va aggiunto il valore degli impianti in costruzione (che verranno ultimati dopo il 1958) per un’ulteriore produzione annua di 180 milioni di kWh solo sul sistema Piave-Boite-Maè-Vajont. Sono inoltre in progetto altri impianti su Piave e Cordevole per altri 600 milioni di kWh.

 

1958, 13 marzo

Contributi dello Stato per la diga del Vajont

La Sade riceve un contributo statale di 1 miliardo e 420 milioni per la diga del Vajont, considerata opera di pubblica utilità, pari al 30% della spesa riconosciuta. Le prime due rate vengono incassate tra agosto 1958 e ottobre 1959 per un totale di 1 miliardo 135 milioni. Mancano al saldo 285 milioni da ottenere a collaudo avvenuto.

 

1958, 1° aprile

Nominata la Commissione di collaudo

Ne fanno parte Luigi Greco (presidente generale del Consiglio superiore dei lavori pubblici), Pietro Frosini (presidente della IV sezione), Francesco Penta (geologo esperto del Consiglio superiore), Francesco Sensidoni (ingegnere capo del Servizio Dighe). La nomina è del ministro Togni su proposta del presidente della IV Sezione. La Commissione viene incaricata di “collaudare in corso d’opera la diga del Vajont”. Tre dei membri (su cinque) della Commissione si trovano in situazione di incompatibilità, avendo concorso nel passato ad approvare il progetto in sede di Consiglio superiore dei lavori pubblici. Uno (Penta) è addirittura consulente della Sade (per il bacino di Pontesei)

 

1958, 2 aprile

Progetto esecutivo per la diga del Vajont

 

1958, luglio

Si iniziano i getti per la diga

 

1958, 3 agosto

Si chiede la nazionalizzazione

Della nazionalizzazione delle aziende elettriche si parla da tempo. Viene richiesta anche nel corso di un convegno nazionale organizzato a Belluno dalla Lega nazionale dei Comuni democratici.

 

1958, ottobre

Altra relazione di Dal Piaz

Questa volta il geologo esamina le condizioni della zona dove dovrà passare la nuova strada sul versante sinistro: scrive che non ci saranno problemi rilevanti.

 

1958, 24 ottobre

Interrogazione Pci al ministro dei Lavori pubblici

Il senatore Giacomo Pellegrini di Udine chiede al ministro di “intervenire in difesa dei legittimi diritti minacciati” dalla Sade a Erto e Casso.

 

1958

Il Comitato di Erto ha un nuovo presidente

Al medico Paolo Gallo, dimissionario, subentra Pietro Carrara, operaio di cava. La Sade torna subito a calare il prezzo degli espropri da 100 a 18 lire a metro quadrato, poi passa agli espropri forzosi, mettendo i soldi in conti vincolati a disposizione degli espropriati, spesso pluri-intestati e perciò difficili da incassare. Nel 1964, dopo il disastro, ci saranno ancora 42 polizze non ritirate (una di queste intestata a ben 29 diversi proprietari). Carrara morirà in un infortunio nella cava di pietra dove lavorava.

 

1959, 8 marzo

Proposta di legge di iniziativa popolare

Inizia a Belluno la raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare per la costituzione di un “Fondo nazionale per la montagna”. L’iniziativa viene presentata in un convegno l’8 marzo.

 

1959, 22 marzo

La frana di Pontesei

Sul bacino di Forno di Zoldo alle 7 del mattino cade una frana, valutata all’epoca in 3 milioni di metri cubi, sul versante sinistro in località Fagarè. Il livello si trovava 13 metri al di sotto della quota di massimo invaso. La frana, caduta la domenica di Pasqua, provoca un’ondata di 20 metri che travolge un operaio, Arcangelo Tiziani, dipendente dell’impresa Cargnel, che stava andando al lavoro in bicicletta verso le baracche poste a valle della diga. Una fessura era stata scoperta il 17 agosto 1957, quando l’invaso aveva raggiunto quota 790 (10 al di sotto della quota di massimo invaso) ma il segnale era stato sottovalutato. Da allora la frana, tuttavia, era tenuta sotto osservazione e le fessure stavano aumentando. Lo spostamento aveva raggiunto 35 cm totali durante uno svaso rapido (60 metri in 20 giorni), poi il movimento si era quasi arrestato tra marzo e ottobre del 1958. Il 3 marzo 1959 erano riprese le misurazioni ed erano comparse nuove fessure sulla strada. Tra il 3 e il 16 marzo lo spostamento era aumentato fino a 1,36 metri. La strada non era stata tuttavia chiusa. Sul bacino incombeva anche un’altra frana, all’altezza della spalla sinistra della diga alla confluenza del Rio di Bosconero col Maè, in movimento dall’agosto del 1958 parallelamente all’innalzamento del lago, con una velocità fino a 0,22 millimetri al giorno. Poi l’aumento di velocità di questa frana aveva consigliato l’abbassamento veloce del livello del lago, che però aveva provocato un aumento di velocità dell’altra.

 

1959, marzo-settembre

Erto, espropri per la nuova strada

Partono altri 191 espropri forzosi per pubblica utilità per la costruzione della nuova strada attorno al lago. La legge utilizzata consente solo l’occupazione temporanea, che diventerà però definitiva.

 

1959, 3 maggio

Nasce il Consorzio civile per la difesa e la rinascita della Valle Ertana

Davanti ad un notaio, 126 capifamiglia di Erto si costituiscono in Consorzio per difendere i loro diritti dalla Sade e per chiedere “la attuazione di tutte quelle opere e manufatti che si renderanno necessari per la protezione e la difesa delle costruzioni e dei terreni”. Anche il parroco dal pulpito invita tutti a partecipare. All’assemblea che si svolge ad Erto vengono invitati tutti i parlamentari della zona ma si presenta un solo deputato: Giorgio Bettiol del Pci.

 

1959, 5 maggio

Denunciata Tina Merlin

L’articolo dell’Unità sulla nascita del “Consorzio per la difesa della valle ertana” (titolo: “La Sade spadroneggia ma i montanari si difendono”) viene segnalato dai carabinieri di Erto, su sollecitazione della Sade, al Comando Gruppo che lo rimbalza al prefetto di Udine. Tina Merlin viene denunciata per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. Il processo si terrà nel 1960.

 

1959

Il Consorzio di Erto lancia l’allarme

Con una lettera ai senatori, ai deputati, al prefetti, ai capi del Genio civile di Belluno e Udine, il Consorzio per la rinascita della valle ertana richiama l’attenzione “perché l’opera che si sta realizzando per il progresso della Nazione non porti alla completa rovina l’economia del luogo e non metta a repentaglio l’incolumità dei cittadini”. L’attenzione è centrata sul paese di Erto, “costruito su terreno di frana”: franamenti e cedimenti causati dalla creazione del lago, “specie in fase di svaso”, potrebbero provocare “grave pericolo per la vita delle persone”.

 

1959, 19-21 luglio

Prima visita della Commissione di collaudo

La Commissione sale al Vajont. Sensidoni (Servizio Dighe) deve presentare una relazione al Consiglio superiore e la chiede a Tonini, capo dell’Ufficio studi della Sade.

 

1959, 21 luglio

Sopralluogo di Muller sul Vajont

La Sade, allarmata per la frana di Pontesei, affida a Leopold Muller nuove indagini sulla stabilità dei versanti del Vajont. Il 21 luglio 1959 effettua un primo sopralluogo; poi, d’accordo con Carlo Semenza e Pancini, incarica Edoardo Semenza, giovane geologo da poco laureato e figlio di Carlo, di eseguire un programma di studi geologico-tecnico.

 

1959, 22 luglio

Rimosso il capo del Genio civile

La Sade inizia la costruzione della strada su versante sinistro (anziché la passerella inizialmente promessa) ma su un tracciato a quota più alta. Gli ertani protestano e mandano un esposto al Genio civile di Belluno. Il capo del Genio civile, ing. Desidera, ordina il 22 luglio la sospensione immediata dei lavori privi di autorizzazione. Il 23 luglio arriva una lettera urgentissima firmata dal ministro Togni con la quale Desidera viene trasferito.

 

1959, fine agosto

Vajont, Edoardo Semenza individua la grande frana

Semenza, che esamina i versanti insieme ad un altro giovane geologo, Franco Giudici, individua una massa di circa 1 km quadrato, di circa 50 milioni di metri cubi, residuo di una più estesa paleofrana di 200 milioni di metri cubi, scesa in epoche antiche dal versante settentrionale del Toc sull’alveo del torrente Vajont. Carlo Semenza, padre di Edoardo, invita a sottoporre la relazione a Dal Piaz e Caloi: “Se anche dovrai a seguito del colloquio attenuare qualche tua affermazione, non cascherà il mondo”. La relazione viene presentata nel luglio 1960. Semenza e Giudici sostengono che l’antica frana potrebbe rimettersi in movimento con l’innalzamento del lago. Le conclusioni di Semenza e Giudici non sono condivise da Giorgio Dal Piaz e Pietro Caloi.

 

1959, 15 ottobre

Secondo contributo statale alla Sade

 

1959, 22 ottobre

Seconda visita della Commissione di collaudo

 

1959, 28 ottobre

Richiesta di invaso fino a quota 600

 

1959, 2 dicembre

Disastro di Frejus

Crolla in Francia la diga di Malpasset, a 7 chilometri dalla cittadina di Frejus, sulla Costa Azzurra (da non confondersi con il passo del Frejus al confine italo-francese): i morti sono 421. Il 9 dicembre Semenza scrive a Dal Piaz: “Spero vederla presto anche per riparlarle del Vajont che il disastro del Frejus rende più che mai di attualità”.

 

1960, 2 febbraio

Inizia il primo invaso del Vajont

Mentre sono ancora in corso le indagini sulla stabilità dei versanti, nel febbraio del 1960 la Sade (non ancora autorizzata) dà inizio agli invasi, che proseguiranno fino al 9 ottobre 1963. Primo invaso fino a quota 600: autorizzazione richiesta a fine ottobre 1959, inizio invaso il 2 febbraio, autorizzazione rilasciata il 9 febbraio (per quota 595). Il secondo invaso (per quota 660) è richiesto il 10 maggio, viene autorizzato il 30 maggio, a invaso iniziato. Il successivo svaso è fino a quota 592, raggiunta il 1 gennaio 1961.

 

1959-1960

Indagini successive

Incaricato dalla Sade, Caloi esegue nel novembre del 1959 una prima indagine geosismica nella zona della Punta del Toc, concludendo che la roccia è eccezionalmente solida, al contrario di quanto affermato da Edoardo Semenza. Dopo la frana di Pontesei la Sade incarica di svolgere ricerche anche il geologo Francesco Penta, che è pure membro della Commissione di collaudo. Un’altra indagine viene effettuata tra maggio e luglio 1960 tra il Pian del Toc e Pian della Pozza (Pian della Paùsa), incontrando sempre roccia molto fratturata difficile da perforare. Non si incontra comunque la roccia sana (segno che lo spessore della paleofrana è maggiore di quello fino ad allora stimato). Viene inoltre scavata una trincea a sud del Pian della Pozza. Le indagini confermano l’esistenza della paleofrana, di volume maggiore a quanto inizialmente ipotizzato da Semenza. Tuttavia, poiché non era stato raggiunto nei sondaggi il piano di scorrimento della frana, si ritiene improbabile la ripresa del movimento. Una terza indagine viene condotta da tecnici Sade a partire dal maggio 1960 fino al 9 ottobre 1963, per misurare eventuali spostamenti, registrati fin dall’inizio delle rilevazioni.

 

1960, marzo

Cadono due piccole frane

Con l’invaso a quota 590, due frane (alle due estremità orientale e occidentale) indicano che probabilmente la paleofrana ha ripreso a muoversi. Il Comune di Erto, su invito della Sade, mette la popolazione sull’avviso: c’è il pericolo di cedimento delle sponde.

 

1960

Costruzione della diga di Vodo di Cadore

Si conclude la costruzione della diga di Vodo (torrente Boite, alta 42 m., lunga al coronamento 76,85 m., invaso di 1,4 milioni di metri cubi). Una galleria di adduzione di 9,3 km del diametro di 2,55 m. collega l’impianto di Vodo a quello di Pontesei in Zoldo.

 

1960, 20 maggio

Convegno sulla nazionalizzazione

Si svolge a Belluno un convegno provinciale del “Comitato utenti energia per la nazionalizzazione delle industrie idroelettriche”, che comprende Pci, Psi, Psdi, Pri, sindacati, Alleanza contadini, Federazione cooperative, Lega Comuni democratici, Movimento radicale, Cattolici indipendenti.

 

1960, giugno

Nasce un Comitato per l’industrializzazione

Per iniziativa della Dc e con l’appoggio del vescovo si costituisce un Comitato che si propone di ricercare partner disposti ad avviare nuove iniziative industriali. Ne fanno parte Provincia, Comune di Belluno, Camera di commercio, Associazione industriali ed altri. Per il programma di industrializzazione si individuano meccanismi di incentivazione e infrastrutturazione (in particolare zone industriali e autostrada Venezia-Monaco) e si ritiene necessario l’intervento dell’Iri e delle Partecipazioni statali.

 

1960, fine luglio-inizi agosto

La fessura a M

Semenza estende le indagini oltre la quota 850 studiata in precedenza. Individua così il perimetro reale della frana, disegnando in ottobre la “fessura a M” (due km di lunghezza, larga tra 50 e 100 cm, fino alle quote 1200-1400 slm) ed indicando, nel 1961, il profilo della superficie di distacco della paleofrana. Le conclusioni circa i futuri movimenti della frana sono però meno pessimistiche, in base alla forma e alle velocità di movimento registrate (1 millimetro al giorno).

 

1960, settembre

Fine dei getti per la costruzione della diga

 

1960, 8 ottobre

Intervento alla Camera di Franco Busetto (Pci)

“Se Ella, Signor Ministro, vorrà recarsi nelle zone del bellunese e parlare con i montanari, potrà constatare che oggi non è più possibile fissare una linea di demarcazione tra i poteri dello Stato e i poteri del monopolio Sade che dei poteri dello Stato si serve per legittimare ogni sopruso e ogni violazione di legge”. Busetto cita Ernesto Rossi: “Oggi è difficile trovare pubblici funzionari che si mettano contro i monopoli elettrici per far rispettare capitolati e leggi da società che hanno a loro disposizione milioni da spendere e possono agevolare o controllare la carriera di quelli che dovrebbero essere i controllori”. Busetto denuncia anche il caso dell’ingegnere capo del Genio civile di Belluno “messo in disparte perché tentava di imporre alla Sade il rispetto delle procedure per il costruendo bacino idroelettrico del Vajont”.

 

1960, ottobre

Aumenta la velocità della frana

A fine ottobre la frana aumenta a 3 cm al giorno. Compare la fessura perimetrale a M nella parte alta.

 

1960, 4 novembre

Cade una frana di 700 mila metri cubi

Sul versante nord del Pian della Pozza, si stacca una frana larga 350 metri, 500 metri a monte della diga, volume di 700 mila metri cubi, che cadendo nel lago (a quota 650) provoca un’ondata alta 10 metri. La frana è una parte minima del fronte franoso che si muove come un blocco unico.

 

1960, 8 novembre

La cronaca di Tina Merlin

Sull’Unità compare l’articolo di Tina Merlin “Una gigantesca frana precipita a Erto nel lago artificiale costruito dalla Sade”: “Si era dunque nel giusto quando (…) si denunciava l’esistenza di un sicuro pericolo. E il pericolo diventa sempre più incombente”. La Merlin denunciava anche l’esistenza di “larghe fenditure sul terreno che abbracciano una superficie di interi chilometri”.

 

1960, 10 novembre

Rapporto dei carabinieri: solo speculazioni dei comunisti

Il comandante del Gruppo Carabinieri di Udine manda un rapporto al prefetto nel quale scrive che la frana è stata di soli 100 mila metri cubi e minimizza: “Si tratta di allarme e di pericolo di portata assai limitata, che sono stati esagerati dalla stampa (…). L’esagerato allarmismo con cui sono stati trattati i fatti trova riscontro nelle note manovre di speculazione politica a opera dei partiti di estrema sinistra”.

 

1960, novembre

Si abbassa il lago

La frana viene messa in relazione con le abbondanti piogge del periodo oppure con l’innalzamento del lago, senza però stabilire quale sia la causa prevalente. Si posizionano capisaldi lungo tutta la linea di frana per monitorarne i movimenti. Dopo una visita della Commissione di collaudo la Sade decide di abbassare subito il livello del lago, svasando gradualmente fino a 592 metri. I movimenti della frana diminuiscono e poi si fermano.

 

1960, 28 novembre

Terza visita della Commissione di collaudo

Penta scrive alla Commissione di collaudo che tra le due ipotesi (frana dello spessore di 10-20 metri, velocità basse, e frana veloce, profondità 100-200 metri) è quasi certa la prima. La prima ipotesi era stata formulata a suo tempo da Caloi, che in seguito aveva però dovuto ammettere l’errore, quindi quell’ipotesi risultava già superata.

 

1960, 30 novembre

Tina Merlin assolta con formula piena

La corrispondente dell’Unità, incriminata (insieme al direttore del giornale per omesso controllo) per l’articolo del 1959 nel quale denunciava la situazione di pericolo, viene assolta dal tribunale di Milano (giudice Angelo Salvini) che riconosce che “nulla vi è di falso, di esagerato o di tendenzioso; la Merlin, legittimamente usando del diritto di cronaca, si è limitata a rendere note le notizie e le impressioni da lei raccolte nel corso della sua inchiesta e a riportare uno stato d’animo di preoccupazione e di ansia largamente diffuso”. Quanto al turbamento dell’ordine pubblico, i giudici affermano che esso “era già in atto” per cause “indipendenti e anteriori” all’articolo. A turbare l’ordine pubblico è insomma la Sade.

 

1960, 30 novembre

Interrogazione del Pci alla Camera

Franco Busetto invita il ministro dei Lavori pubblici ad esercitare controlli e adottare provvedimenti “per difendere l’abitato del Comune di Erto colpito da due grosse frane” nel bacino del Vajont.

 

1960, dicembre

Indagine geosismica di Caloi

I nuovi studi, estesi fino alla fessura perimetrale, indicano una roccia fortemente fratturata che appoggia su roccia compatta in profondità. Anche Dal Piaz prepara una relazione che, pur riconoscendo l’esistenza di una paleofrana, ne limita però il pericolo e l’estensione.

 

1960

Sade, il capitale sociale è di 72 miliardi

Nel 1960 la Sade ha un capitale sociale di 72 miliardi. L’intero Gruppo ha un capitale sociale di 95,4 miliardi, il valore delle attività è di 404,2 miliardi. La Sade deve ai Comuni veneti per canoni arretrati 2 miliardi più 500 milioni di interessi.

 

1961, 19 gennaio

Interpellanza Pci alla Camera

Il Pci sollecita il ministro a costringere la Sade a rispettare la legge in merito all’indennizzo dei danni provocati a Vallesella e alla prevenzione dei pericoli “che sovrastano le popolazioni di Erto-Longarone e paesi limitrofi” dopo le frane già verificatesi. Il ministro Benigno Zaccagnini (Dc), dopo aver chiesto lumi alla Commissione di collaudo, risponde: “In linea generale mi pare che quel terreno stia fermo e possa dar luogo solo a frane superficiali del materiale di riporto”.

 

1961, 2 febbraio

Interpellanza Pci-Psi in Consiglio provinciale

I consiglieri di minoranza chiedono “misure per scongiurare il pericolo che sovrasta la popolazione di Erto, Longarone e paesi limitrofi per i movimenti di terreno già verificatisi” sul Vajont. Il Consiglio provinciale accoglie la proposta di dare incarico al geologo prof. Gortani di eseguire un’approfondita indagine ma, poiché Erto è in provincia di Udine, interpella quella Provincia. Il presidente del Consiglio provinciale di Udine, avv. Candolini, risponde al presidente di Belluno avv. Da Borso che “la Provincia di Udine si disinteressa completamente di quella questione che non la riguarda”.

 

1961, 3 febbraio

Il XV Rapporto Muller

Richiesto dalla Sade, Leopold Muller presenta una dettagliata analisi sulla frana ma soprattutto sulle possibili azioni per risolvere la situazione. In sostanza, afferma che la frana non è più arrestabile (tuttavia ipotizza che cada in due tempi) e che l’unica alternativa che resta è tentare di controllarne la velocità di caduta. Passa in rassegna tutte le azioni teoricamente possibili (abbassamento lento del lago, riduzione dell’imbibimento della massa, drenaggi, riduzione o cementazione della massa, azioni per provocarne la caduta a pezzi mediante esplosivi, creazione di un contrappeso al piede, ed altro) per concludere tuttavia che si tratta di contromisure non praticabili perché pericolose, o tecnicamente di difficile esecuzione oppure economicamente insostenibili. Scrive Muller: “Alla domanda se questi franamenti possono essere arrestati mediante misure artificiali, deve essere risposto negativamente in linea generale, anche se in linea teorica si dovesse rinunciare all’esercizio del serbatoio, una frana talmente grande, dopo essersi mossa una volta non tornerebbe tanto presto all’arresto assoluto”. La relazione di minoranza del Pci della Commissione parlamentare dopo il disastro sosterrà che per Muller “la sola misura di sicurezza possibile era rappresentata dall’abbandono dell’impresa”. Secondo Edoardo Semenza, invece, Muller “riteneva che fosse possibile limitarne la velocità” e “non consigliò l’abbandono del bacino”. Certamente la Sade non aveva chiesto a Muller di pronunciarsi sulla sorte del bacino ma solo sulle eventuali contromisure tecniche possibili, che di fatto Muller aveva escluso. Secondo logica, non rimaneva che una sola alternativa, pure accennata da Muller: rinunciare all’esercizio del serbatoio.

 

1961, 13 febbraio

Ordine del giorno del Consiglio provinciale

In seduta straordinaria, il Consiglio provinciale approva all’unanimità un ordine del giorno sulla “situazione di danno e di pericolo per la popolazione di Vallesella” (100 case lesionate mentre si realizza il bacino di Centro Cadore), per le “serie preoccupazioni” sul Vajont dopo la frana del 1959, sulla “sistematica resistenza della Sade alle leggi sui sovracanoni”, infine dà mandato alla giunta di intervenire presso i ministeri dei Lavori pubblici e delle Finanze affinché siano risarciti i danni già provocati, imposte le misure di sicurezza sul Vajont, costretta la Sade a rispettare le leggi sui sovracanoni ed in caso di inadempienza revocare le concessioni.

 

1961, 21 febbraio

Tina Merlin denuncia l’esistenza della grande frana

Sull’Unità compare l’articolo: “Un’enorme massa di 50 milioni di metri cubi minaccia la vita e gli averi degli abitanti di Erto”. Scrive Tina Merlin: “Non si può sapere se il cedimento sarà lento o se avverrà con un terribile schianto. In questo ultimo caso non si possono prevedere le conseguenze. Può darsi che la diga resista – se si verificasse il contrario e quando il lago fosse pieno sarebbe un immane disastro per lo stesso paese di Longarone adagiato in fondo valle – ma sorgerebbero lo stesso altri problemi di natura difficile e preoccupante”.

 

1961, 26 febbraio

Intervengono i sindaci

L’assemblea dei sindaci del Bim Piave approva all’unanimità un ordine del giorno in cui si invitano i cittadini e gli enti locali a mobilitarsi: “La Sade sta scardinando lo Stato di diritto per imporre incontrastato il proprio dominio e la propria legge: quella del più esoso dei profitti”.

 

1961, 10 aprile

Quarta visita della Commissione di collaudo

 

1961, 20 aprile

L’angoscia di Carlo Semenza

In una lettera a Vincenzo Ferniani, illustre docente universitario, Semenza esprime tutta la sua angoscia per quanto sta accadendo sul Vajont. Scrive: “Credo che fino a quando il livello sarà tenuto basso non sarà il caso di avere preoccupazioni. Ma cosa succederà col nuovo invaso? (…) Le cose sono probabilmente più grandi di noi e non ci sono provvedimenti pratici adeguati, a meno di pensare di far cadere buona parte del materiale addirittura, con grandi mine, come proporrebbe l’ingegner Sensidoni; ma è il caso di arrivare a tanto? (…) Dal Piaz e Penta (…) tendono a non credere che avvenga uno scivolamento in grande massa e sperano (anch’io lo spero!) che la parte mossa si sieda su sé stessa (…). Mi trovo veramente di fronte ad una cosa che per le sue dimensioni mi sembra sfuggire dalle nostre mani”. Semenza conclude con una affermazione che fa intravedere la possibilità di uno scenario finale diverso: “Ma bisognerebbe vedere i risultati di alcune misure da farsi nell’anno prossimo, nel quale credo che in ogni caso effettueremo soltanto un parziale invaso”. Semenza morì pochi mesi dopo, in ottobre. E gli invasi ripresero.

 

1961

La galleria di sorpasso

Per evitare che il bacino rimanga diviso in due parti, senza emissario, a causa della prevista caduta della grande frana (modalità, dimensioni e velocità non erano ancora chiare), circostanza che avrebbe messo in pericolo anche il paese di Erto e avrebbe compromesso la funzionalità dell’impianto, la Sade decide di costruire una galleria di sorpasso, ovvero una condotta che, rimanendo sepolta in caso di caduta della frana, avrebbe consentito di far defluire l’acqua tra una parte e l’altra del lago. La decisione della Sade diventa una “raccomandazione” della Commissione di collaudo (Penta, Sensidoni) in visita al Vajont nei primi di novembre, e del ministero. La galleria viene costruita tra febbraio e settembre 1961 con un costo per la Sade di 1 miliardo. A monte della decisione c’è soprattutto l’orientamento della Sade di provocare artificialmente (con ripetuti invasi e svasi) lo scivolamento del versante del Toc fino in fondo al lago per creare un punto di appoggio sulla sponda opposta e uno zoccolo alla grande frana. Scrive Pancini: “Con questo programma, il livello massimo potrebbe essere raggiunto nella primavera-estate del 1963”. Carlo Semenza annota: “Se non succede niente di grave anche in primavera 1962”. C’è fretta di arrivare al collaudo. La nazionalizzazione è alle porte.

 

1961

Erto, il comune cede terreni alla Sade

Altri due ettari e mezzo vengono venduti alla Sade per 119 mila lire.

 

1961, 21 luglio

Interrogazione Dc alla Camera

I deputati bellunesi Corona, Fusaro e Colleselli chiedono al ministro dei Lavori pubblici “quali provvedimenti intenda far adottare alla Sade, costruttrice del serbatoio del Vajont, per garantire la sicurezza delle opere stesse, anche e particolarmente allo scopo di rassicurare le popolazioni della zona, legittimamente preoccupate dalla circostanza che la predetta Società ha sospeso l’invaso ed ha anzi eseguito opere sussidiarie (il by-pass, ndr) che, a giudizio degli interroganti, denunciano una situazione di pericolo”. Anche in questo caso la risposta viene “fornita” dalla Sade al ministero, che però probabilmente capisce male. Infatti in essa si dà addirittura per già realizzato il by-pass ancora in costruzione “per ristabilire” la comunicazione tra le due parti del lago, come se la frana fosse già caduta.

 

1961, agosto

Gli esperimenti sul modello fisico-idraulico

La Sade (gennaio) incarica Augusto Ghetti, direttore dell’Istituto di idraulica dell’Università di Padova, di condurre una serie di esperimenti su modello per capire i possibili effetti della frana. Il bacino del Vajont viene ricostruito in scala 1:200 nell’area della centrale Sade di Nove (Vittorio Veneto). La prima serie di esperimenti viene eseguita nel periodo agosto-settembre 1961, la seconda nel periodo gennaio-aprile 1962. La frana viene fatta cadere nel lago con diverse velocità e usando diversi materiali. La Sade tiene volutamente separati geologi e idraulici, pur essendo il problema comune. Agli idraulici non vengono nemmeno fatte vedere le precedenti relazioni dei geologi. La taratura del modello risultò, così, imprecisa e parziale, coerente con i dati forniti dalla Sade (caduta in due parti e tempi di caduta da 1-2 fino a 8 minuti). Per simulare la frana viene fatta cadere ghiaia: i tecnici diranno che non c’è differenza ai fini degli effetti dell’impatto tra ghiaia e materiale compatto. La Sade chiede a Ghetti anche di “conoscere la ripartizione di un’onda proveniente dal Vajont in corrispondenza dell’abitato di Longarone”. Ghetti aveva scritto che una frana nel lago a quota del massimo invaso (722,50) avrebbe comportato “conseguenze impressionanti anche per Longarone”. La Sade non autorizza però ulteriori accertamenti. E la relazione delle prove di Nove non viene inviata al ministero.

 

1961, 14 agosto

“La Sade è uno Stato nello Stato”

Giorgio Bettiol (Pci) chiede in una interpellanza in Provincia notizie sulla visita del presidente Da Borso ai ministri dei Lavori pubblici e delle Finanze. Al ritorno, Da Borso dice in Consiglio provinciale: “Il ministro dei Lavori pubblici ha interessato la Commissione di collaudo che, assistita dal geologo prof. Penta, arrivò alla conclusione che non vi era nulla da rilevare sul funzionamento della diga e che i movimenti superficiali sul fianco sinistro “erano andati attenuandosi e sembravano essersi fermati”. Chiosa Da Borso: “La Sade è uno Stato nello Stato”.

 

1961, 19 settembre

Il Consiglio superiore dei Lavori pubblici a Nove

Gli ingegneri Giovanni Padoan (presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici) e Curzio Batini (presidente della IV Sezione del Consiglio superiore stesso) visitano il modello di Nove e assistono ad una delle prove.

 

1961, 5 ottobre

Richiesta di invaso fino a quota 680

La Sade chiede al Servizio Dighe (dipendente dalla IV Sezione del Consiglio superiore) l’autorizzazione all’invaso sperimentale fino a q. 680 da raggiungere in primavera.

 

1961, 10 ottobre

Inizia il secondo invaso

Si procede molto lentamente partendo da quota 592, alzando il livello del lago pochi metri per volta, poi fermandosi per alcuni giorni, tenendo sotto osservazione i movimenti della frana. Il 20 novembre 1962 si tocca quota 700. La frana aveva ripreso a muoversi già in aprile, in novembre gli spostamenti sono già di 1,5 cm al giorno. Si decide di svasare, sempre lentamente (quota 647 raggiunta il 10 aprile 1963): i movimenti della frana rallentano e nel marzo 1963 si fermano del tutto.

 

1961, 16 ottobre

Altri 88 espropri a Erto

Un decreto prefettizio autorizza la Sade ad occupare permanentemente in blocco tutti i terreni che le servono e ad espropriarli.

 

1961, 17 ottobre

Inaugurazione della diga

Prima ancora della fine delle prove su modello di Nove, la diga del Vajont viene inaugurata, presente la Commissione di collaudo. Di ritorno dall’inaugurazione, Giorgio Dal Piaz rimane gravemente ferito in un incidente d’auto (morirà il 20 aprile 1962).

 

1961, 30 ottobre

Muore Carlo Semenza

Carlo Semenza muore il 30 ottobre 1961, colpito da emorragia cerebrale. La diga del Vajont e il Servizio costruzioni idrauliche della Sade passano sotto la responsabilità di Nino Alberigo Biadene.

 

1961, ottobre

Relazione di Francesco Penta

Secondo una relazione di Penta la comparsa della fessura a M riporta a una frana superficiale (spessore di 10-20 metri), ma il geologo prospetta anche l’ipotesi (che tuttavia ritiene lontana) di una “rottura profonda” e di un “distacco improvviso di una enorme massa di materiale”. Nonostante questa ipotesi, si continua a optare, irragionevolmente, per la tesi più ottimistica di una caduta lenta e a parti separate.

 

1961, 16 novembre

Autorizzazione all’invaso

Arriva l’autorizzazione all’invaso (su domanda del 5 ottobre) fino a quota 640, firmata da Curzio Batini, che ora sostituisce Frosini come presidente della IV Sezione del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, e con la prescrizione di aumentare di non più di 1 metro al giorno e di presentare rapporti quindicinali. In realtà le operazioni erano già iniziate in ottobre.

 

1961, 5 dicembre

La Sade domanda autorizzazione all’invaso fino a quota 680

 

1961, 23 dicembre

Autorizzazione all’invaso

Batini autorizza l’invaso non per quota 680 ma solo fino a quota 655

 

1962, 31 gennaio

La Sade torna a chiedere l’autorizzazione fino a quota 680

 

1962, 9 febbraio

Invaso autorizzato fino a quota 675

 

1962, febbraio

Primo governo di centro-sinistra

Alla fine di gennaio la Dc, guidata da Aldo Moro, apre ai socialisti. A fine febbraio nasce il primo governo di centro-sinistra presieduto da Amintore Fanfani (Dc, con astensione del Psi). La nazionalizzazione del settore elettrico, di cui si discute da anni, è posta dal Psi come condizione irrinunciabile.

 

1962, febbraio-maggio

Scosse continue e boati

Da febbraio a maggio si avvertono continuamente tremolii del terreno, boati e scosse. Caloi, l’8 maggio, scrive che le scosse avvertite sono manifestazioni della normale attività sismica “che sta interessando le Prealpi bellunesi” senza alcun rapporto col bacino del Vajont.

 

1962, 20 aprile

Muore Giorgio Dal Piaz

 

1962, 3 maggio

La Sade chiede l’autorizzazione all’invaso fino a quota 700

 

1962, 8 giugno

Autorizzazione all’invaso fino a quota 700

 

 

1962, 22 giugno

Il sindaco di Erto ordina il divieto di accesso nell’area della diga sotto quota 730

 

1962, 3 luglio

La relazione Ghetti sulle prove su modello

Ghetti conclude che “già la quota di 700 metri può considerarsi di assoluta sicurezza nei riguardi anche del più catastrofico prevedibile evento di frana”. Gli esperimenti erano stati tuttavia condotti simulando tempi di caduta da alcuni minuti ad un minuto (nel 1963 la frana cadrà in 20-25 secondi, dunque ad una velocità tripla, con effetti esponenziali) e utilizzando ghiaia, ma la caduta fu simulata in due parti distinte e in successione (la frana del ’63 cadrà invece in un blocco unico). La relazione porta un titolo diverso da quello iniziale: non più “Indagini relative ad ipotetiche condizioni di emergenza per il serbatoio e diga del Vajont” ma un più tranquillizzante “Esame su modello idraulico degli effetti di una eventuale frana nel lago-serbatoio del Vajont” (sparisce la parola “emergenza”). La prova che portò Ghetti alla sua rassicurante conclusione fu la diciannovesima, con lago a quota 700, frana in due parti, tempi di caduta di 180 e 60 secondi, crolli separati da 640 secondi, altezze dell’onda tra 27 e 31 metri. Se i tempi di caduta fossero stati corretti, il modello avrebbe dato risultati vicini alla drammatica, successiva realtà: ma allora la quota di sicurezza avrebbe dovuto essere individuata a 600 metri, con un invaso utile di pochi milioni di metri cubi (circostanza che avrebbe comportato la sostanziale inutilizzabilità del bacino). In ogni caso, la relazione di Ghetti non venne mai inviata dalla Sade al Servizio Dighe (competente delle questioni della sicurezza dei bacini), anche se ve n’era l’obbligo.

 

1962, 8 luglio

Il Genio civile segnala l’aggravarsi della situazione

L’assistente governativo al Vajont, Bertolissi, manda un rapporto al Genio civile: si sono aperte altre fessure, è bene richiedere la visita di un geologo. Il Genio civile inoltra la richiesta al Servizio Dighe, che non risponde. A fine anno Bertolissi insiste: “I movimenti si stanno avvicinando alla criticità”.

 

1962, 6 dicembre

Nazionalizzazione delle imprese elettriche

La legge di nazionalizzazione viene approvata il 6 dicembre 1962 e prevede che l’indennizzo (da tre a cinque volte maggiore di quello adottato in Gran Bretagna e Francia) venga calcolato sulla base dei valori di borsa del triennio precedente la presentazione del progetto di legge (dunque del periodo 1959-1961). L’indennizzo non si calcola quindi sul valore dei singoli impianti ma sul valore complessivo delle società. Il valore di borsa è tuttavia in relazione allo stato di salute della società quotata, basato sugli impianti esistenti e su quelli di cui è prevista l’entrata in esercizio. Ma se la gestione fosse stata trasparente e i dati sulla situazione di grande pericolo sul Vajont fossero stati di pubblico dominio, le quotazioni in Borsa della Sade sarebbero state ben diverse. In ogni caso, senza collaudo l’impianto del Vajont non poteva essere classificato come “bene elettrico” indennizzabile. Va da sé che il futuro meccanismo degli indennizzi non era certo noto nel periodo 1959-62 quando la Sade spinse al massimo per gli invasi, necessari al collaudo, mentre nel periodo successivo alla nazionalizzazione e alla consegna dell’impianto all’Enel tutta la struttura e il personale ex Sade erano rimasti gli stessi. Rimaneva inoltre da incassare la terza tranche dei finanziamenti statali per la costruzione dell’impianto, ma restava il rischio concreto di dover restituire l’intera somma se l’opera non fosse giunta al collaudo (entro 6 mesi dalla nazionalizzazione). Gli indennizzi verranno in gran parte impiegati a Porto Marghera dalla Montedison (che rileverà la Sade nel 1964).

 

1962

Il settore al momento della nazionalizzazione

Nel 1962 la potenza elettrica in Italia è di 10.000 MW (67% da idroelettrico), l’energia prodotta 48 miliardi di kWh, gli utenti serviti 13 milioni (il 68,3% al Nord), l’Italia è al 9° posto in Europa per consumi elettrici pro capite.

 

1963

Primo centro-sinistra “organico”

Superata la fase di transizione del governo Fanfani, nasce il primo governo di centro-sinistra organico, presieduto da Aldo Moro con il Psi nel governo.

 

1963, marzo

Contributo Sade al comune di Erto

La Sade eroga 2 milioni di lire al comune per ristrutturare un edificio nella frazione di Pineda da adibire a scuola.

 

1963, 16 marzo

La Sade passa all’Enel

Dopo la nazionalizzazione, il personale della Sade, compresi dirigenti e tecnici, passa al nuovo ente (Enel-Sade nella fase di transizione). Solo il 20 marzo Feliciano Benvenuti viene nominato amministratore provvisorio di Enel-Sade e solo il 22 la nomina viene notificata, infine solo il 27 luglio gli impianti passano al nuovo ente: fino a quest’ultima data la Sade svolge funzioni di custodia e gestione per conto dell’Enel.

 

1963, 20 marzo

La Sade chiede l’autorizzazione per il terzo invaso

Biadene, che il 20 marzo opera ancora per conto della Sade, chiede al ministero l’autorizzazione per procedere al terzo invaso, necessario per il collaudo. La quota richiesta è però di 715, ben superiore a quella di 700 indicata da Ghetti come quota massima di sicurezza. Ma il Servizio Dighe non lo può sapere perché la relazione Ghetti non gli è mai stata inviata: in questo caso l’autorizzazione a 715 non avrebbe potuto essere data, ed anzi la quota autorizzata avrebbe dovuto essere sensibilmente inferiore a 700, essendo questo un livello limite. Va da sé che l’invaso in questo caso sarebbe stato di molto inferiore (non più 150, ma 50 milioni di metri cubi) rendendo inutilizzabile il “Grande Vajont” e ingiustificata la spesa sostenuta per costruirlo.

 

1963, aprile

Terzo invaso

La manovra di invaso (autorizzata il 22 aprile) inizia da quota 650. Quota 700 viene raggiunta a fine giugno, quota 710 in luglio, poi il livello rimane a 710 fino a tutto settembre. E’ da notare che il protocollo di consegna all’Enel è datato 27 luglio. Il terzo invaso viene avviato in anticipo rispetto ai programmi, allo scopo di poter anticipare il funzionamento della centrale del Colomber nonostante la mancanza del collaudo. Era previsto che la centrale del Colomber potesse funzionare con il massimo invaso (quota 722,5) o comunque oltre quota 680. A causa delle scarsissime precipitazioni dell’inverno 1962-63 l’Enel-Sade decise di riempire i serbatoi al massimo. Durante il terzo invaso la frana riprende a muoversi, accelerando man mano che sale la quota del lago. A metà settembre la velocità è di 1 cm al giorno, alla fine del mese sale a 2 cm.

 

1963, 22 luglio

Telegramma di allarme del Comune

Il Comune, sempre più allarmato per le scosse e i boati, telegrafa alla Prefettura di Udine e, in copia, all’Enel a Venezia.

 

1963, 27 luglio

Consegna del Vajont all’Enel

La Sade consegna gli impianti all’Enel. Nel verbale di consegna il Vajont figura come serbatoio in esercizio che alimenta la centrale del Colomber dall’inizio del 1963 (allegato A, foglio 9). In realtà l’avvio della centrale del Colomber era stato inserito come prova sperimentale, in attesa del collaudo dell’impianto, tanto meno poteva definirsi in esercizio l’intero impianto. Benvenuti firma con la riserva di verificare “la consistenza dei beni e dei rapporti giuridici che devono intendersi trasferiti all’Enel a norma di legge e quindi soggetti a consegna”.

 

1963, 2 settembre

Il sindaco di Erto esige sicurezza

Dopo una scossa fortissima, la gente si riversa nelle vie e in municipio. Il Comune di Erto scrive all’Enel, al Genio civile di Udine, alla prefettura di Udine, al ministero dei Lavori pubblici, esprimendo allarme per le continue scosse telluriche che hanno provocato anche crolli e lesioni agli edifici, per i franamenti alle falde del Toc e in Val di Nere, per le precauzioni prese dall’impresa che lavora alla diga. Ecco alcuni passi: “Altri queste cose minimizzano, ma per la gente di Erto comportano la sicurezza della vita e degli averi”; “esige da codesto spettabile ente la sicurezza, la certezza che il paese non vivrà nell’incubo nel periodo prossimo o remoto, non subirà danni né nelle persone né nelle case”; “se poi la nominata certezza e sicurezza codesto ente non può dare, come si può interpretare dal vostro telegramma in cui si dice: “Data persistenza noto stato pericolo pubblico…”, questa amministrazione fa presente che non intende lasciare a repentaglio popolazione ed averi, stando al “proviamo… tentiamo… se la va”: “Ma qui si esige certezza, sicurezza che la diga non rechi né recherà danno al paese di Erto e Casso e nelle persone e nelle cose”; “con atto formale si avverte codesto ente di provvedere a togliere dal Comune di Erto e Casso la causa dello stato di pericolo pubblico, prima che succedano, come in altri paesi, danni riparabili e non riparabili; quindi mettere la popolazione di Erto in uno stato di tranquillità e sicurezza e solo dopo rimettere in attività il bacino del lago”.

 

1963, 12 settembre

L’Enel-Sade: tutto sotto controllo

La direzione dell’Enel-Sade risponde alla lettera del sindaco di Erto definendo “piuttosto azzardate” le affermazioni contenute nella lettera. “Tutto il serbatoio, e quindi anche la sponda sotto l’abitato di Erto, sono oggetto di giornalieri controlli”. In particolare non esiste pericolo per il paese di Erto. Il riferimento allo stato di pericolo pubblico citato nel telegramma precedente “si riferisce a movimenti ondosi che possono verificarsi nel lago in questa fase di riempimento sperimentale”. Quanto alla scosse, sono di origine sismica e nulla hanno a che fare con il bacino del Vajont.

 

1963, fine settembre

Inizia uno svaso veloce

Dal 26 settembre inizia uno svaso veloce, che porta però la velocità della frana a 5 cm il 4 ottobre e a ben 30 cm la mattina del 9. L’ultimo giorno si raggiunge quota 700,40, molto prossima alla quota ritenuta di massima sicurezza, in corrispondenza della quale l’ondata, secondo Ghetti, sarebbe stata di soli 30 metri, con una non preoccupante tracimazione dalla diga (il coronamento era a quota 725,50).

 

1963, 6 ottobre

La frana accelera

Segnali sempre più preoccupanti sul Vajont. La strada sulla sinistra è sconvolta, si sentono boati, tremolii, colpi sordi in profondità. Le spaccature si allargano a vista d’occhio. Si vedono alberi inclinarsi e cadere.

 

1963, 7 ottobre

Telegrammi ai prefetti di Udine e Belluno

L’Enel avvisa le prefetture di far sfollare 30 case sul versante del Toc.

 

1963, 8 ottobre

Erto, sfollate le case del Toc

Il sindaco di Erto invita con pubblico avviso la popolazione a sfollare le case sotto il Toc, in relazione alla frana in movimento. La Sade, si legge nell’avviso pubblico, “segnala l’instabilità delle falde del Toc”. La popolazione pertanto “si premuri di approfittare dei mezzi che l’Enel-Sade mette a disposizione per sgomberare ordinatamente la zona, senza frapporre indugio, con animali e cose”. Le frane del Toc potrebbero provocare “ondate paurose su tutto il lago”. Alberigo Biadene scrive a Pancini che si trova a New York: “Che Iddio ce la mandi buona”.

 

1963, 9 ottobre

La notte della tragedia

Tre ore prima della catastrofe una pattuglia dei carabinieri blocca di sua iniziativa la strada tra Longarone ed Erto senza che venga dato alcun avviso di evacuazione. Un’ora prima del disastro le famiglie residenti sotto la diga e gli addetti della Cartiera di Longarone vengono avvertiti di non allarmarsi se dalla diga fosse tracimata un po’ d’acqua. Alle 22,15 il geometra Ritmajer telefona molto preoccupato dal Vajont a Venezia per comunicare che il Toc sta per cedere. La telefonata (le interurbane all’epoca passavano attraverso i centralini della Telve) viene ascoltata da due telefoniste.

Alle 22,39 si staccano dal Toc 263 milioni di metri cubi di roccia. La gigantesca frana precipita nel lago in 20-25 secondi alla velocità di 70-100 chilometri all’ora. Si solleva un’ondata di 260-270 metri di altezza, valutata in 50 milioni di metri cubi. L’onda si divide in due: una parte risale il lago spazzando via alcune frazioni di Erto (Pineda, San Martino, Le Spesse), l’altra danneggia Casso, poi scavalca la diga e si precipita giù per la gola del Vajont allo sbocco della quale c’è Longarone. L’onda impiega 4 minuti a percorrere i 1.600 metri dal ciglio della diga, e si presenta allo sbocco della valle con un’altezza di 70 metri. Sono le 22,43. Il paese viene raso al suolo. L’energia prodotta è pari a due volte quella della bomba atomica di Hiroshima. Si salvano solo le case verso l’estremità nord del paese. Restano distrutte anche le frazioni di Vajont, Villanova, Pirago, Rivalta, parte di Faè e parte di Codissago nel comune di Castellavazzo. Una parte dell’onda risale il Piave e arriva fino a Davestra, dove distrugge il ponte, e a Termine di Cadore. Molti danni anche lungo il corso del Piave a valle di Longarone. A Soverzene (7,5 km dopo Longarone) l’onda arriva alle 23,04. Anche a Belluno alcune case a Borgo Piave vengono travolte dalla piena. I morti sono 1910: 1450 a Longarone, 158 a Erto e Casso, 111 a Codissago, 54 nei cantieri Sade, 137 in altri luoghi. Pochi i feriti: 95 lievi, 49 gravi, 2 gravissimi. A Fortogna verranno sepolte 1454 vittime, solo 704 delle quali identificate. Molti morti non verranno mai trovati.

 

1963, 9 ottobre

I soccorsi

Centinaia di mezzi e migliaia di uomini accorrono a Longarone (Erto verrà raggiunta solo il giorno dopo). La macchina dei soccorsi si mette subito in moto, mobilitando tutte le forze disponibili, dai vigili del fuoco all’esercito, alpini in prima fila (comandante il generale Carlo Ciglieri), ma anche gli elicotteri della Setaf americana e decine di squadre di volontari. Si comprende subito che sono rimaste poche persone da soccorrere, chi si trovava sulla traiettoria dell’ondata assassina non ha avuto scampo, i feriti sono pochi. Non si può far altro che scavare tra le macerie sepolte dal fango e cercare le vittime nell’alveo del Piave. Le salme vengono portate a Fortogna, in un campo sul quale sorgerà poi il cimitero delle vittime del Vajont. Sul posto lavorano all’identificazione anche medici inglesi e jugoslavi, che già avevano operato in occasione del devastante terremoto di Skopje.

 

1963, 12 ottobre

Inchiesta della magistratura

Si apre subito l’inchiesta (Pm Arcangelo Mandarino) con il sequestro di centinaia di documenti a Belluno, Venezia, Roma. Alla fine i documenti sequestrati saranno 2985 (sono numerati da 1 a 5202 ma vi sono molti buchi nella numerazione dovuti probabilmente alla necessità di presentare la documentazione per blocchi compatti e di lasciare spazio ad eventuali nuovi documenti da acquisire). L’istruttoria sommaria è condotta dal giudice Mario Fabbri.

 

1963, ottobre

Evacuazione di Erto e Casso

Nel timore che possano franare altri pezzi di montagna (in particolare un diedro nella parte orientale) gli abitanti di Erto e Casso vengono evacuati. Gli ertani finiscono “profughi” a Cimolais e Claut in Valcellina.

 

1963, 11 ottobre

Il comune di Longarone presenta denuncia

Il comune avvia azione giudiziaria contro “i possibili responsabili” e nomina gli avvocati Giacomo Corona, Manlio Losso, Antonio Bertolissi.

 

1963, 12-13 ottobre

Leone e Segni a Longarone

Il presidente del Consiglio Giovanni Leone visita i luoghi della tragedia. Terenzio Arduini, vicesindaco superstite di Longarone, chiede giustizia, Leone risponde: “Giustizia sarà fatta”. Al processo sarà il coordinatore del collegio di difesa dell’Enel. Il presidente della Repubblica Antonio Segni arriva il giorno dopo. Arduini grida: “E’ stato un assassinio”.

 

1963, 12 ottobre

Il “giallo” del furto delle relazioni di Ghetti

Un disegnatore tecnico dell’Istituto di Idraulica di Padova, Lorenzo Rizzato, sottrae da un cassetto i documenti relativi agli esperimenti su modello eseguiti a Nove da Augusto Ghetti e dalla sua equipe. Dopo averne fatto copia, la consegna a Franco Busetto del Pci e a Mario Passi dell’Unità, poi rimette la documentazione nel cassetto dell’archivio. Passi ne parla a sua volta con Guido Nozzoli del Giorno che, contrariamente agli accordi, brucia sul tempo L’Unità e pubblica con rilievo la notizia (L’Unità segue a ruota il giorno dopo). L’Istituto di Idraulica denuncia l’avvenuto furto (anche se il materiale era stato ricollocato al suo posto), Rizzato viene arrestato e poi assolto per insufficienza di prove (solo in tempi recenti ammetterà di essere stato l’autore del “furto”). La notizia fa scalpore perché è la prova che la Sade sapeva del pericolo sul Vajont ma aveva nascosto i risultati. Secondo i responsabili dell’Istituto di Idraulica, invece, il materiale era stato raccolto in quei giorni per metterlo a disposizione della magistratura nella prevedibile eventualità che ne ordinasse l’acquisizione, ma non era stato rimosso proprio per non dare la sensazione che lo si volesse sottrarre: il fatto che il furto fosse avvenuto senza scasso era la prova che era liberamente accessibile, dunque che non lo si voleva nascondere.

 

1963, 13 ottobre

Il “Libro bianco” del Pci

Il Pci presenta al presidente della Repubblica Antonio Segni il Libro bianco sulla tragedia del Vajont. Contiene una prima documentazione sulla vicenda, a partire dal 1958, comprese le interrogazioni parlamentari, le denunce dell’Unità, le proposte di legge del Pci contro i monopoli elettrici.

 

1963, 14 ottobre

La Commissione d’inchiesta ministeriale

Il ministero dei Lavori pubblici nomina una Commissione d’inchiesta amministrativa (nota come “Commissione Bozzi” dal nome del suo presidente, Carlo Bozzi, presidente del Consiglio di Stato).

 

1963, ottobre

I giornali sul Vajont

Tutti mandano i loro inviati sul posto. Tranne poche eccezioni (L’Unità e in parte Il Giorno) scrivono dapprima di “fatalità”, poi, all’evidenza dei fatti, di “imprevedibilità”. Dino Buzzati (Corriere della Sera) in “Natura crudele” sostiene la tesi che, se la diga ha resistito, vuol dire che l’uomo non ha sbagliato i calcoli ma è stata la natura a “ribellarsi” in modo imprevedibile. L’Unità, che ricorda le precedenti denunce della sua corrispondente Tina Merlin, titola: “Una strage che si poteva evitare”, “E’ stato un assassinio”, “Atto di accusa”. Sul Giorno Guido Nozzoli ripercorre le vicende che hanno portato al disastro, ma Giorgio Bocca dà la colpa alla natura: “Non c’era niente da fare, non ci sono rimorsi, non ci sono colpevoli. Ci siamo solo noi, i moscerini, che vogliamo (…) dichiarare guerra alla natura”. Indro Montanelli in vari articoli sostiene che la catastrofe è “naturale” e imprevedibile e attacca i comunisti scrivendo che operano per strumentalizzare la vicenda e definendoli “sciacalli” (epiteto ripreso dalla Dc in un manifesto nazionale). Scrive Montanelli sulla Domenica del Corriere: “(…) qui vengono gli sciacalli che il partito comunista ha sguinzagliato, dei mestatori, dei fomentatori di odio. E sono costoro che additiamo al disgusto, all’abominio, e al disprezzo”. La Discussione, settimanale della Dc, titola: “Perché sono morti?”. La risposta nell’occhiello: “Quella notte nella valle del Vajont si è compiuto un misterioso disegno d’amore”.

 

1963, 18 ottobre

Le richieste del comune di Longarone

Morto il sindaco (socialista) Guglielmo Celso insieme ad altri consiglieri, il Comune è ora retto dal vicesindaco Terenzio Arduini, anch’egli socialista, alle prese, insieme con i consiglieri superstiti, con gli immani problemi della ricerca e sepoltura delle vittime (lo stesso Arduini aveva avuto la famiglia distrutta), dell’assistenza ai superstiti, dei soccorsi e dell’avvio della ricostruzione. Il 18 ottobre l’amministrazione comunale individua alcune richieste per il futuro: incentivazione dell’artigianato, intervento delle industrie di Stato, realizzazione dell’autostrada Venezia-Monaco, allargamento alla zona del Vajont delle agevolazioni per le aree depresse del Sud. Richiede inoltre “un piano organico e democratico” per far risorgere Longarone “in funzione dello sviluppo economico e sociale delle vallate che su Longarone gravitano”. Non solo, dunque, incentivi per iniziative private, ma insediamento di industrie di Stato “garanzia per un armonico sviluppo delle piccole e medie industrie e delle aziende artigiane”. La posizione di Longarone è significativa: si richiede in sostanza un piano intercomunale, per la rinascita dell’intera Valle del Piave e con Longarone da ricostruire in loco, mentre il governo è orientato al trasferimento. Il documento, oltre a chiedere la ricostruzione di Longarone lì dov’era, punta sull’industria (“unica possibile vera fonte di vita”) e non su agricoltura (“antieconomica”) o sul turismo (“insufficiente”). Si richiede l’intervento dello Stato attraverso l’Iri per creare a Longarone 4000 posti di lavoro in industrie che non dipendano solo dal mercato.

 

1963, 19 ottobre

L’Enel contro la Sade

Il presidente dell’Enel, Vitantonio Di Cagno, con un telegramma al presidente della Sade Vittorio Cini, contesta l’ormai inservibile impianto del Vajont come bene elettrico (“…mancanza delle qualità essenziali della intera opera at fini elettrici”), quindi da togliere dal conto degli indennizzi della nazionalizzazione. L’Enel cambierà in seguito posizione e non contesterà più alla Sade il fatto di avergli “venduto” il Vajont come impianto in esercizio (così definito nel verbale di consegna), ed anzi sceglierà di pagare pesanti risarcimenti che in teoria sarebbero spettati alla Sade e alla sua “erede” Montedison.

 

1963, 1 novembre

Commissioni d’indagine dell’Enel

L’Enel nomina una prima commissione d’indagine interna il 1° novembre, una seconda il 25 gennaio 1964.

 

1963, 4 novembre

Primo provvedimento di legge per il Vajont

La legge porta il numero 1457 (“Provvidenze a favore delle zone devastate dalla catastrofe del Vajont”), prevede finanziamenti per la ricostruzione dei sette comuni colpiti della provincia di Belluno (Longarone, Castellavazzo, Ospitale, Soverzene, Ponte nelle Alpi, Limana, Belluno) e del comune di Erto Casso in provincia di Udine (non esisteva ancora la provincia di Pordenone). Per la ricostruzione edilizia sono previsti contributi per gli edifici di proprietà privata distrutti o danneggiati (compresi quelli nei centri abitati eventualmente da trasferire) nella misura di 4 milioni per ciascuna unità immobiliare, elevabile a 4,5 se il nucleo familiare è composto da più di 5 membri. Fa fede la perizia del Genio civile. Per le attività produttive distrutte o danneggiate e per la creazione di nuovi impianti è previsto un contributo in conto capitale fino al 30%, elevabile per le imprese artigiane fino al 50%; per la spesa eccedente viene concesso un finanziamento a tasso agevolato del 3% ammortizzabile in 15 anni. E’ prevista la possibilità di trasferire l’attività (limitatamente ai settori artigianato e commercio) in comuni diversi purché compresi nelle due province interessate, mentre le attività industriali devono restare nei comuni colpiti o in quelli contermini.

 

1963, 5 novembre

Longarone ribadisce le sue richieste

Con un altro documento (“Relazione n. 2”) il Comune ribadisce le richieste del 18 ottobre, con un testo molto articolato. Tra le richieste, il superamento dello Stato “accentratore e burocratico”, l’istituzione dell’ente Regione, la programmazione di base che coinvolga gli enti locali la cui mancanza di potere è ritenuta una delle cause che hanno portato al disastro del Vajont.

 

1963, 9 novembre

La Marcia della Sicurezza

Un mese dopo il disastro diecimila persone (tremila secondo la questura) partecipano a Belluno alla Marcia della Sicurezza promossa dal Comitato per il progresso della montagna, per chiedere giustizia e, appunto, sicurezza sul Vajont.

 

1963, 17 novembre

Si costituisce il Comitato Superstiti

Il Comitato (da non confondere con il successivo Consorzio dei superstiti né con i più recenti Associazione superstiti e Comitato sopravvissuti), presieduto dall’ingegner Luciano Galli, in fieri fin dal 21 ottobre, nasce in polemica con l’amministrazione comunale (di sinistra), sotto la guida di un gruppo di professionisti locali. Il suo programma dichiarato in un’assemblea di superstiti il 17 novembre è di rappresentare “con potere vincolante e deliberante” la volontà dei longaronesi dentro e fuori l’amministrazione comunale. La sua attività nei mesi e anni successivi sarà in sintonia con le posizioni della Dc e in contrasto con “la burocrazia centrale” e gli “urbanisti moderni”. Sotto attacco sarà l’equipe di Samonà che lavorerà al primo Piano regolatore post-disastro, poi al Piano particolareggiato: elaborazioni che, secondo il Comitato, sono espressione di un’architettura e un’urbanistica avulsa dalle tradizioni locali (si vogliono case di pietra e non condomini).

 

1963, novembre

Digonera, comitato contro la diga

Il disastro del Vajont mette in ulteriore allarme anche le popolazioni di altre vallate. Nasce a Caprile nell’Agordino un comitato contro la diga in costruzione a Digonera (serbatoio di 25 milioni di metri cubi, acque del Cordevole e dei torrenti Fiorentina e Codalunga). Preoccupano le fratture riscontrate nella roccia e il “lento smottamento a valle dell’abitato di Digonera”.

 

1963, dicembre

Convegno nazionale sulla montagna

Il convegno mette sotto accusa “gli indirizzi politici ed economici perseguiti da 15 anni a questa parte dai governi che si sono succeduti alla guida del Paese”. La situazione del Vajont viene legata al dibattito sui comprensori, da tempo in corso, individuati come strumenti di una programmazione economica democratica, obiettivo da perseguire, si sostiene nel convegno, “con l’elaborazione e realizzazione di piani regolatori e di sviluppo economico per interi comprensori”.

 

1963, 3 dicembre

Si costituisce il primo collegio dei periti

La procura della Repubblica di Belluno nomina il perito Michele Gortani (geologo), poi affiancato in date successive dai geologi Ardito Desio (già capo della spedizione alpinistica sul K2) e Joos Cadisch, dal geofisico Carlo Morelli, dagli esperti di idraulica Francesco Ramponi e Duilio Citrini. I quesiti a cui sono chiamati a rispondere verranno posti il 25 aprile 1964.

 

1963, 7 dicembre

Azione civile contro Sade e Enel

Il Comune di Longarone promuove azione civile contro Sade e Enel (che tuttavia potrà svolgersi solo dopo l’azione penale) e dà mandato a rappresentarlo agli avvocati Antonio Bertolissi, Giancarlo Rasera Berna, Giacomo Corona, Paolo Licini, Emilio Rosini, Alberto Carocci e Loris Fortuna. La richiesta danni è quantificata in 5 miliardi di lire.

 

1963, 8 dicembre

Manifestazione a Caprile contro la diga di Digonera

Promossa dal Comitato antidiga, si svolge a Caprile una manifestazione contro la costruzione della diga di Digonera. Si chiede la sospensione dei lavori e la revoca della concessione ex Sade (passata all’Enel) per lo sfruttamento delle acque del Cordevole.

 

1963, 9 dicembre

Longarone a Ponte nelle Alpi?

Si sparge la notizia che Longarone verrà ricostruita nel territorio di Ponte nelle Alpi, perché la commissione tecnica nominata dal ministero dei Lavori pubblici non esclude per almeno due anni il pericolo di nuove frane. Il sindaco Arduini ne dà notizia “sbigottito e sgomento”: “Ma se i tecnici responsabili non possono dare la garanzia della sicurezza non possiamo noi assumerci la responsabilità di sostenere la ricostruzione di Longarone oggi”. Il Comitato superstiti chiede lo svuotamento del lago senza allontanare i superstiti dal loro paese.

 

1963, 31 dicembre

Blocchi stradali a Longarone

L’ultimo dell’anno centinaia di superstiti, convocati con i rintocchi delle campane a martello in tutte le frazioni, danno vita ad una clamorosa manifestazione a Longarone, bloccando a lungo la statale d’Alemagna in più punti con improvvisate barricate. La tensione è alle stelle. Sulle colline sopra Longarone si sente sparare. La polizia arresta un giovane, la folla si assiepa davanti alla caserma dei carabinieri. I motivi della protesta: eliminazione del pericolo sul Vajont (svuotare il lago), risarcimento totale dei danni, ricostruzione di Longarone dov’era prima. I blocchi vengono tolti verso le 19 dopo che il prefetto, arrivato sul posto, si impegna a trasmettere subito a Roma le richieste.

 

1964, 10 gennaio

Convegno sulla ricostruzione, politiche a confronto

Organizzato dalla Provincia con il patrocinio dell’Unione Comuni Montani, si svolge un convegno nel quale già emergono le differenti proposte per la ricostruzione. Il Pci insiste per una politica generale sulla montagna in grado di superare gli squilibri territoriali, il dissesto idrogeologico e lo sfruttamento idroelettrico da parte dei monopoli, ed inoltre punta il dito sulle pesanti responsabilità penali e civili della Sade; la Dc – ed è questa la posizione prevalente – individua invece interventi di risarcimento individuale ai superstiti (“risarcire il risarcibile”).

 

1964, 12 gennaio

Il ministro: Longarone verrà ricostruita dov’era

Il ministro dei Lavori pubblici Pieraccini (socialista) promette a Longarone che il paese verrà ricostruito in loco: entro marzo il nuovo piano urbanistico, entro maggio i primi appalti.

 

1964, 15 gennaio

I risultati della Commissione ministeriale

La Commissione amministrativa, istituita per esaminare il comportamento degli organi ministeriali, conclude che c’era stato “un non regolare funzionamento degli uffici” ed evidenzia gravi negligenze della Sade e carenze nei controlli da parte dello Stato. Vengono sostituiti i prefetti di Belluno e Udine, il Capo del Genio civile, il Capo del Servizio Dighe Sensidoni, il presidente della IV Sezione del Consiglio superiore dei Lavori pubblici Batini.

 

1964, 16 gennaio

I risultati delle commissioni dell’Enel

Il 16 gennaio e il 20 marzo le due commissioni concludono i lavori senza rilevare mancanze.

 

1964, 30 gennaio

Centrale del Colombèr abusiva, denuncia del Genio civile

Il nuovo Capo del Genio civile di Belluno denuncia per esercizio abusivo della centrale del Colomber dagli inizi del 1963 fino al 9 ottobre Quirino Sabbadini, ex direttore della centrale, Vittore Antonello, ex direttore generale della Sade, Feliciano Benvenuti, ex amministratore provvisorio di Enel-Sade, Vitantonio Di Cagno, presidente dell’Enel. Il pretore comminerà in dicembre un’ammenda di 200 mila lire al solo Sabbadini.

 

1964, 13 febbraio

Nuovi blocchi stradali a Longarone

La statale d’Alemagna viene di nuovo bloccata dai superstiti a Longarone, Faè e Castellavazzo. Motivo della protesta la “lontananza” di quanto si viene decidendo nelle sedi istituzionali rispetto alle “concrete esigenze” dei superstiti. Si chiede un immediato anticipo del risarcimento dei danni e la garanzia di 500 posti di lavoro in loco.

 

1964, 14 febbraio

Inizia l’istruttoria formale

Dopo l’istruttoria sommaria, prende avvio, sempre a cura del giudice istruttore Mario Fabbri, quella formale (si concluderà nel 1968).

 

1964, febbraio

Un muro al passo di Sant’Osvaldo

Subito chiamato “il muro della vergogna”, viene costruito al passo di Sant’Osvaldo (tra Erto e Cimolais) un alto muro per arginare un eventuale deflusso di acque in Valcellina e per ostacolare, anche con posti di blocco dei carabinieri, il rientro degli ertani alle loro case.

 

1964, 14 marzo

Il Piano regolatore di Longarone

Il consiglio comunale approva il Piano regolatore generale per la ricostruzione di Longarone e Castellavazzo, lavoro condotto, su precedente incarico da parte del ministero, da un’equipe di rilevanza nazionale: Giuseppe Samonà, Beniamino Andreatta, Leonardo Benevolo, Alessandro Pizzorno, Roberto Bianchini, Costantino Dardi, Giovanni Fabricotti, Lia Nota, Valeriano Pastor. Il Prg diventerà operativo nel giugno 1965. Il ministro Pieraccini assicura che la nuova Longarone sarà “un modello di razionale, moderna, viva pianificazione urbanistica, studiata in tutti i suoi aspetti economici e sociali”. Sono tutti, per formazione, architetti e progettisti ma non urbanisti, e tutti docenti dell’Iuav (l’Istituto di architettura di Venezia), di orientamento socialista. Il piano urbanistico di Samonà è fra le prime proposte in Italia di piano intercomunale su scala comprensoriale, e connette Longarone a un territorio più vasto.

 

1964, 26 marzo

Il Comitato superstiti si oppone

Il Comitato si oppone al nuovo Prg con un documento sottoscritto da 150 capifamiglia superstiti, perché considerato imposto dall’alto, avulso dalle tradizioni locali, inserito nel più ampio piano comprensoriale con il rischio di penalizzare Longarone nella distribuzione degli interventi. Si chiede che la ricostruzione riproduca il paese com’era prima del disastro.

 

1964, aprile

La legge speciale per il Vajont

La legge 357, nota come legge speciale per il Vajont (approvata in aprile dal Parlamento e promulgata il 31 maggio), modifica la precedente 1457 e costituisce il punto di riferimento per tutti gli interventi successivi. Per la ricostruzione edilizia prevede contributi dai 5 agli 8 milioni per unità immobiliare ad uso abitazione, a seconda del numero dei vani, più un mutuo a tasso agevolato del 3% per la cifra rimanente necessaria alla ricostruzione. La situazione esistente prima del disastro doveva essere dimostrata attraverso certificato o planimetria catastale; tuttavia è possibile ottenere più contributi se il fabbricato distrutto era diviso in due o più alloggi o vani destinati ad altri usi. Poiché non tutte le unità immobiliari erano censite o a causa di altre difficoltà, è sufficiente una dichiarazione dell’interessato, convalidata dal sindaco il quale si avvale di accertamenti dei carabinieri e degli uffici pubblici o altro materiale come atti notori, censimenti, contratti di locazione, fotografie, dichiarazioni giurate.

La ricostruzione economica prevede contributi del 100% per la ricostituzione delle scorte, del 70% per gli impianti (50% per quelli industriali e commerciali), un mutuo del 30% o 50% per completamenti e ampliamenti degli impianti. Nei nuovi “Nuclei di industrializzazione” individuati in ogni comune sono previsti incentivi anche per aziende non direttamente danneggiate ma che intendano insediarsi nell’area comprensoriale (contributi del 20% sull’investimento previsto, un mutuo sul restante 80%). Le domande e la concessione dei contributi sono demandati a un Consorzio di industrializzazione da costituire nelle due province di Belluno e Udine e dipendente dal ministero dell’Industria. Un punto importante prevede che “la ricostruzione o l’installazione di attrezzature nelle aziende commerciali o artigiane” possa avvenire anche in località diverse da quelle originali purché “nei territori delle due province di Belluno e Udine e limitrofe”. Le nuove industrie, invece, avrebbero potuto accedere ai benefici se si fossero insediate anche in località diverse da quelle originarie, ma sempre “nell’ambito dei comprensori”.

La nuova legge prevede anche la creazione di un Piano comprensoriale chiamato a definire gli insediamenti abitativi e produttivi, le aree attrezzate, le infrastrutture e le attrezzature pubbliche, le zone di interesse paesistico e storico-artistico, i programmi e le fasi di attuazione. Il Piano comprensoriale estende l’area dell’intervento ai comuni “che comunque abbiano subito danni patrimoniali” e, per la provincia di Udine, a tutta la Valcellina.

I diritti ai contributi per la ricostruzione edilizia possono essere ceduti a terzi, purché i beneficiari stabiliscano la propria abitazione nei comuni danneggiati (con divieto di accumulare contributi spettanti a più di un danneggiato), quelli per la riattivazione delle unità produttive possono essere ceduti e l’area di insediamento è estesa a tutto il comprensorio. Nasce così una specie di “mercato dei diritti” – con connesse attività di intermediazione e professionali – che si risolverà in una pioggia di indennizzi individuali pari al 12% dei finanziamenti complessivi erogati, solo in parte reinvestiti in attività produttive. La legge speciale punta tutto sull’industrializzazione (abbandonando gli altri settori) e verrà rifinanziata a più riprese (1978, 1983, 1987).

 

1964, 22 maggio

Istituita la Commissione parlamentare d’inchiesta

Richiesta fin dal 16 ottobre, viene costituita una Commissione bicamerale d’inchiesta per accertare le cause del disastro, composta da 15 deputati e 15 senatori e presieduta dal senatore Leopoldo Rubinacci (13 Dc, 8 Pci, 4 Psi, 2 Psdi, 2 Pli, 1 Msi, 1 monarchico).

 

1964, 28 ottobre

Bloccato il progetto di Digonera

Con un’interrogazione al ministro dei Lavori pubblici il Pci chiede che venga fermato il progetto della diga di Digonera. In seguito i lavori verranno bloccati e il progetto abbandonato.

 

1964, 17 novembre

Definiti i confini del comprensorio

Un decreto del ministero dei Lavori pubblici definisce la perimetrazione del comprensorio (con due sub-comprensori per Belluno e Udine). Per Belluno ne fanno parte 29 comuni per 1431 kmq (oltre ai comuni disastrati, anche Ponte nelle Alpi, Soverzene, Ospitale, l’Alpago, Belluno, Sinistra e Destra Piave, Feltre, il Basso Feltrino, la Valle di Zoldo, Cibiana, Perarolo, Valle di Cadore, La Valle Agordina), per Udine 14 comuni della Valcellina da Erto a Maniago per 780 kmq.

 

1964

La Sade confluisce nella Montecatini

Divenuta una società finanziaria, la Sade viene assorbita dalla Montecatini, alla quale porta in dote i 160 miliardi degli indennizzi della nazionalizzazione.

 

1964, 22 novembre

Elezioni a Longarone, perde la sinistra

Nelle elezioni per il rinnovo dell’amministrazione comunale, Terenzio Arduini, sindaco uscente socialista, viene sconfitto. Subentra una giunta di centro-destra, guidata dall’indipendente Giampietro Protti, imprenditore, liberale. Protti ottiene 892 voti, Arduini 550. La nuova amministrazione assume posizione nettamente contraria al Piano particolareggiato approvato dalla giunta precedente, che viene scorporato dal piano comprensoriale di Samonà.

 

1964-1965

Due referendum a Erto

Nel 1964 il sindaco promuove una sorta di referendum attraverso un questionario nel quale si chiede agli ertani dove preferiscano spostarsi: a Vajont, nuovo comune nel territorio di Maniago allo sbocco della Valcellina, a Ponte nelle Alpi (Nuova Erto) oppure a San Quirino nel Pordenonese. L’opzione per Erto non compare. Un secondo referendum si svolge nell’ottobre del 1965. Questa volta le scelte sono Maniago, Erto, Ponte nelle Alpi: 327 capifamiglia non votano, 294 optano per Maniago (1425 persone), 70 per Ponte nelle Alpi (368), 97 per Erto (442). In un anno la sfiducia ha fatto passi da gigante. E la comunità è divisa.

 

1965, 22 gennaio

Nuovo piano particolareggiato

Il Comune di Longarone incarica l’arch. Avon di un nuovo piano particolareggiato.

 

1965

Molti ertani rientrano in paese

Rimane il divieto di tornare in paese, ma molti ertani non ne vogliono sapere e ritornano. Sono già una settantina le famiglie che hanno rioccupato le loro case, senza luce e senza acqua. Saliranno ad oltre 100 nel 1967.

 

1965, 18 febbraio

Si costituisce il Conib

Del Consorzio per l’industrializzazione della provincia di Belluno (presidente Gianfranco Orsini, Dc) fanno parte la Provincia, la Camera di commercio, il Bim Piave, l’Associazione industriali, i comuni di Longarone, Castellavazzo, Pieve d’Alpago, Sedico, Feltre e La Valle Agordina. Il Conib (e il Nip – Nucleo di industrializzazione della provincia di Pordenone) si occuperà degli insediamenti nelle aree industriali di sua pertinenza. Le aree Conib verranno perimetrate dalla Regione nel 1974 e solo negli anni Ottanta verranno avviati i primi impianti.

 

1965, 11 maggio

Le conclusioni della Commissione parlamentare d’inchiesta

I lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta si concludono con una relazione a maggioranza (19 a favore, 8 contrari) nella quale si afferma che il disastro non era prevedibile. Pci e Psi presentano due relazioni di minoranza che affermano il contrario. Il Psi tende ad attenuare le responsabilità dello Stato: sostiene infatti che lo Stato non aveva i mezzi tecnici e finanziari necessari per un efficace controllo.

 

1965

Il Piano comprensoriale del Vajont

Alla redazione del Piano urbanistico comprensoriale, previsto dalla legge speciale, partecipa una equipe di urbanisti, guidata da Giuseppe Samonà ma in parte diversa da quella del primo Prg di Longarone e Castellavazzo: Giuseppe Samonà, Costantino Dardi, Emilio Mattioni, Valeriano Pastor, Gianugo Polesello, Luciano Semerani, Massimo Tessari. Il Piano particolareggiato di Longarone, contestato dalla nuova amministrazione sotto le pressioni del comitato superstiti, viene modificato (Gianni Avon e Francesco Tentori): ne risulterà un assetto tradizionale con case a schiera e l’azzeramento della forte relazione prevista in precedenza con l’area vasta.

Il Piano comprensoriale, al quale si lavorerà fino al 1971, si incentra sugli assi di comunicazione (est-ovest e nord-sud), sulle aree cerniera, sulle unità insediative. Inoltre, l’estensione a mezza provincia del perimetro del comprensorio toglierà cogenza ad interventi centrati sulla sola area disastrata per spostare gli obiettivi sugli squilibri territoriali. Infine, il Piano si deve subito confrontare con le difficoltà (tanto che alla fine qualcuno parlerà di “fallimento” del Piano), derivanti dall’aperta ostilità degli ambienti politici (Dc) e professionistici locali. Vi sono però anche motivi strutturali: in particolare, il previsto Consorzio per la realizzazione e la gestione del Piano passa in secondo piano rispetto alla gestione effettiva degli incentivi alle attività produttive demandata ad un altro consorzio, il Conib. Emerge alla fine come prevalente l’industrializzazione, risolvendo molti problemi ma creandone di nuovi soprattutto in merito agli squilibri economici e sociali tra le diverse zone della provincia (si accentua per esempio l’abbandono dell’agricoltura e delle terre alte).

 

1965, 9 ottobre

Il Comune di Longarone non trova un solo perito

Il Comune non trova nessuno disposto a lavorare per una perizia di parte. Dice il sindaco Protti: “Potentissime forze si muovono contro di noi. Abbiamo cercato per tutti gli Atenei e non abbiamo trovato un docente, uno solo, disposto a redigere la perizia di parte per conto del Comune. Eppure lotteremo fino in fondo, con tutte le nostre forze”.

 

1965, 23 ottobre

Longarone, revocato l’incarico agli avvocati

L’amministrazione Protti si rivolge ora agli avvocati Giuseppe Bettiol e Alberto Scanferla per rappresentare il Comune di Longarone come parte civile al processo; anche i sinistrati, è previsto, potranno rivolgersi allo studio Bettiol-Scanferla, coadiuvati da Odoardo Ascari, Ettore Gallo e Giacomo Corona.

 

1965, dicembre

La prima perizia

I periti presentano le loro conclusioni al giudice istruttore, affermando l’imprevedibilità del disastro.

 

1966, 17 marzo

Approvato il piano particolareggiato

Il nuovo piano viene approvato con le modifiche decise dalla nuova amministrazione e approvate dal Consiglio superiore dei Lavori pubblici. Viene meno l’unitarietà della ricostruzione: ogni ente pubblico costruisce con propri progettisti e seguendo propri regolamenti, e così i privati.

 

1966

La Montecatini si fonde con la Edison dando vita alla Montedison

 

1966, 28 dicembre

Prima pietra a Vajont

Si inizia a costruire il nuovo paese di Vajont a Maniago.

 

1967, maggio

L’Enel stanzia 10 miliardi per le transazioni

Per alleggerire la propria posizione l’Enel mette a disposizione 10 miliardi di lire dell’epoca, destinati a chi accetta di ritirare la costituzione di parte civile. L’offerta dell’Enel è valida solo a patto che la transazione venga accettata da almeno il 90 per cento dei superstiti.

 

1967, 23 giugno

Disposta una nuova perizia d’ufficio

Il giudice istruttore ritiene le conclusioni del primo collegio peritale inficiate da “errori ed omissioni”. In sostanza, i periti anziché fornire una loro autonoma conclusione, avevano riassunto quelle delle Commissioni d’inchiesta e i documenti forniti dalla Sade. Il giudice istruttore, non trovando in Italia alcun esperto disponibile e indipendente dalla Sade, li cerca anche all’estero e incarica altri quattro periti: i professori Floriano Calvino (professore di geologia a Padova), Henry Gridel (professore di ingegneria idraulica a Parigi), Marcel Roubault (direttore della Scuola nazionale di geologia applicata di Nancy) e Alfred Stucky (ingegnere progettista di dighe, ex direttore del Politecnico di Losanna). Era stato inizialmente invitato anche Vojtech Menci, geologo di Praga, che però aveva declinato l’invito perché si era già occupato del Vajont in ricerche scientifiche precedenti. Il giudice istruttore andrà anche all’estero con documenti e atti processuali, e in Francia, all’Università di Nancy, verranno condotti esperimenti su modello (che fra l’altro – usando materiale compatto anziché ghiaia – daranno risultati opposti a quelli di Nove): una innovazione della prassi giudiziaria. “ La causa che ci indusse a cercare altri pareri”, scriverà Fabbri nella sentenza istruttoria, “fu una sola: l’insufficienza delle risposte fornite (…) per gravi, determinanti errori di documentazione, verosimilmente involontari, ma più volte ribaditi (involontari: ben altra conseguenza avrebbe determinato infatti il solo dubbio che gli errori fossero dettati dall’intento di sottacere al giudice la realtà del processo)”. La nuova perizia giunse a conclusioni diametralmente opposte e si pronunciò per la prevedibilità del disastro.

 

1967, novembre

La requisitoria di Mandarino

Il 22 novembre il pubblico ministero Arcangelo Mandarino deposita la requisitoria.

 

1968, 29 gennaio

Si costituisce il Consorzio dei superstiti

Per gestire l’attuazione della transazione proposta dall’Enel si costituisce il Consorzio dei superstiti, con sede presso la Provincia. A titolo personale rifiutano la proposta di transazione l’ex vicesindaco di Longarone Terenzio Arduini, il sindaco in carica Giampietro Protti (che è anche presidente del Consorzio), il sindaco di Erto Giovanni Corona. Non così il Comune di Longarone (centro-destra) che in seguito libererà l’Enel rinunciando a qualsiasi azione nei suoi confronti. Visto l’esempio del Comune, quasi tutti i superstiti ritirano la costituzione di parte civile e aderiscono all’offerta dell’Enel. Il denaro viene distribuito sulla base del tariffario delle tabelle assicurative: 600 mila lire per un fratello, 800 mila per un genitore, un milione per un coniuge o un figlio e così via. Alla fine i 10 miliardi risulteranno quasi tutti distribuiti. Inizialmente si erano costituiti parte civile circa 4.000 superstiti o parenti delle vittime. La Cgil assume il patrocinio gratuito di quanti non vogliono transare.

 

1968, 21 febbraio

La sentenza istruttoria

Il giudice istruttore di Belluno Mario Fabbri deposita la sentenza rinviando a giudizio per disastro colposo di frana aggravato dalla prevedibilità dell’evento, inondazione e omicidi colposi plurimi (ma non strage dolosa): Alberigo Biadene (direttore del Servizio costruzioni idrauliche della Sade), Mario Pancini (direttore dei lavori della diga del Vajont), Pietro Frosini (già presidente della IV Sezione del Consiglio superiore Lavori pubblici e membro della Commissione di collaudo), Francesco Sensidoni (capo del Servizio Dighe del ministero Lavori pubblici e membro della Commissione di collaudo), Curzio Batini (presidente della IV Sezione del Consiglio superiore Lavori pubblici), Francesco Penta (consulente Sade, membro della Commissione di collaudo, professore di Geologia applicata all’Università di Roma), Luigi Greco (presidente del Consiglio superiore Lavori pubblici e membro della Commissione di collaudo), Almo Violin (ingegnere capo del Genio civile di Belluno), Dino Tonini (Capo ufficio studi della Sade), Roberto Marin (già direttore generale dell’Enel-Sade), Augusto Ghetti (direttore dell’Istituto di Idraulica dell’Università di Padova e responsabile del modello di Nove). Penta e Greco erano deceduti. Due i mandati di cattura: contro Biadene e Tonini, motivati con la particolare gravità dei loro comportamenti e per aver messo in atto azioni per condizionare le indagini istruttorie attraverso incontri e riunioni con i testimoni interrogati (in sostanza, inquinamento delle prove). Non sono arrestati perché, probabilmente avvisati, non si fanno trovare in casa a Venezia (rientreranno dopo il successivo annullamento del provvedimento in seguito a ricorso in Cassazione). Secondo Fabbri il comportamento della Sade era stato dettato dal fatto che “non poteva affrontare il rischio di un severo controllo sul Vajont perché ciò avrebbe significato indagare sull’intero impianto (Piave, Boite, Maè, Vajont) o forse avrebbe comportato la revoca della concessione per gravi inadempienze alle leggi con le relative conseguenze di ordine patrimoniale e politico”. La sentenza segnala anche la collusione tra tecnici dell’Enel-Sade e funzionari ministeriali tramite pressioni e scambi di favori.

 

1968, 10 maggio

Il processo spostato all’Aquila

Tra le polemiche, su istanza della Procura generale della Corte d’Appello di Venezia, la Cassazione sposta il processo all’Aquila per legittima suspicione a causa di asseriti motivi di ordine pubblico. Lo spostamento è fonte, fra l’altro, di gravosi problemi per i superstiti chiamati a testimoniare dal Collegio di parte civile. D’altra parte, lo spostamento avrà anche come conseguenza il fatto che la sede del prevedibile processo d’Appello non sarà Venezia, sede della Sade e dei suoi molteplici e tentacolari interessi.

 

1968

Il Conib inizia ad operare

 

1968, 25 novembre

Inizia il processo dell’Aquila

Uno degli imputati, Mario Pancini, si suicida con il gas il giorno prima dell’inizio del processo. Giovanni Leone, già presidente del Consiglio nel 1963, è ora il coordinatore del collegio di difesa dell’Enel. Lo Stato è contemporaneamente sul banco degli imputati (nelle persone di suoi alti funzionari) e parte civile (verso Enel-Sade, al quale chiede anche la restituzione dei contributi ricevuti per la costruzione della diga fra 1959 e 1963). I Comuni sono parte civile e chiedono i risarcimenti sia per le opere pubbliche distrutte sia per l’annientamento della comunità e dell’identità sociale. Il pm chiede 21 anni e 4 mesi per 7 degli imputati per i reati di frana, inondazione e omicidi colposi, 9 anni per Violin per i soli omicidi.

 

1969, 12 aprile

Il Comune di Longarone “libera” l’Enel

Il Comune delibera la rinuncia risarcitoria nei confronti dell’Enel per agevolare le transazioni dei privati con l’Enel e il loro ritiro dalla costituzione di parte civile.

 

1969, ottobre

Comitato di solidarietà con i superstiti

Anche per garantire assistenza legale ai superstiti, si costituisce un Comitato di solidarietà. Ne fanno parte anche Ferruccio Parri, Mauro Scoccimarro, Lelio Basso, Luigi Nono, Giuseppe Samonà, Enzo Enriquez Agnoletti, Wladimiro Dorigo, Lucio Luzzatto, Loris Fortuna, Giuseppe Sotgiu. A Parri viene negata una sala a Longarone per incontrare i superstiti che si erano costituiti parte civile.

 

1969, 17 dicembre

Sentenza del tribunale dell’Aquila

La Corte condanna a sei anni di reclusione i tre principali imputati (Biadene, Batini e Violin) di cui due condonati, assolve gli altri, vengono esclusi i reati di frana e inondazione, è esclusa anche la prevedibilità dell’evento. Le condanne si riferiscono in pratica al solo mancato allarme.

 

1969, 18 dicembre

Protesta a Longarone

Gli esercizi pubblici abbassano le serrande il giorno dopo la sentenza. Nasce un comitato unitario d’appello.

 

1970, 10 gennaio

Manifestazione a Belluno

Contro la sentenza dell’Aquila e per chiedere giustizia si svolgono uno sciopero generale nella zona di Longarone e una manifestazione di mille persone con in testa i gonfaloni dei comuni listati a lutto.

 

1970, 20 luglio

Inizia il processo d’appello all’Aquila

Le parti civili sono ormai ridotte a 170. Uno degli imputati, Batini, è ammalato (morirà nel 1975). Enel e Montedison (che aveva incorporato la Sade dopo la nazionalizzazione) si scontrano per stabilire chi debba risarcire: l’Enel sostiene che tutti gli atti che avevano portato al disastro erano stati compiuti dalla Sade, che l’impianto del Vajont era compromesso e dunque non poteva essere definito un bene elettrico. Il Procuratore generale chiede 16 anni e 10 mesi per Biadene e Marin per i reati di frana, inondazione e omicidi colposi; 10 anni per Tonini e Sensidoni per tutti i tre reati; 3 anni per Violin, solo per gli omicidi; assoluzione per insufficienza di prove per Ghetti e Frosini.

 

1970, 3 ottobre

Sentenza della Corte d’Appello dell’Aquila

Biadene viene condannato a 6 anni, Sensidoni a 4 anni e 6 mesi (condono di tre anni per entrambi); Frosini e Violin sono assolti per insufficienza di prove; Marin e Tonini assolti perché il fatto non costituisce reato; Ghetti per non aver commesso il fatto. Nonostante le pene siano miti, viene tuttavia riconosciuta la responsabilità degli imputati per i reati di frana, inondazione e omicidi colposi: la sentenza stabilisce la prevedibilità del disastro, la responsabilità dei manager sia prima che dopo il passaggio da Sade a Enel, la connivenza dei responsabili degli apparati dello Stato.

 

1971, 25 marzo

Sentenza della Corte di Cassazione (penale)

E’ confermato che si era trattato di disastro colposo. Biadene è condannato a 5 anni, Sensidoni a 3 anni e 8 mesi (3 condonati per entrambi), riconosciuti responsabili del reato di inondazione (comprensivo anche della frana) e omicidi; Tonini assolto per non aver commesso il fatto; Violin assolto per insufficienza di prove. Mancano 14 giorni alla prescrizione. Solo 69 parti civili avevano resistito fino in Cassazione: poche di queste agiranno in giudizio civile per il risarcimento.

 

1971, 23 aprile

Gli ertani decidono di dividersi

Il consiglio comunale riunito a Cimolais decide la spaccatura della comunità, già divisa tra chi vuole restare a Erto e chi vuole andarsene, e delibera la scissione amministrativa tra il Comune di Erto Casso e il nuovo comune di Vajont.

 

1971

Revocato il divieto di abitare a Erto

Parte un piano di ricostruzione per 150 nuove abitazioni in località Stortan, in zona più elevata di 40-50 metri rispetto al vecchio paese, ritenuta sicura.

 

1971

Iniziano le cause civili

Nel giugno 1971 la prima di una interminabile serie di sentenze civili in ogni grado di giudizio per stabilire le responsabilità e le quote di risarcimento, che vedono contrapposti da un lato i Comuni del Vajont a Stato, Enel e Montedison; dall’altro Stato, Enel e Montedison fra loro. La prima causa (1971 Tribunale di Venezia, 1975 Cassazione) vede soccombere l’Enel che intendeva restituire alla Montedison l’impianto del Vajont, acquistato come “bene elettrico” ma rivelatosi bacato.

 

1975, 16 dicembre

Responsabilità tra Enel e Sade

La Corte d’Appello dell’Aquila giudica unico responsabile l’Enel, condannandolo a risarcire le amministrazioni dello Stato per i danni subiti, in quanto il disastro era avvenuto durante la sua gestione (il decreto di esproprio era datato 16 marzo 1963, la consegna dei beni all’Enel da parte dell’amministratore provvisorio Feliciano Benvenuti era avvenuta il 27 luglio 1963). Vengono perciò anche rigettate le richieste delle amministrazioni dello Stato e del Comune di Longarone verso la Montedison. In questo caso Longarone non avrebbe visto una lira, considerato che a suo tempo aveva rinunciato ad ogni pretesa verso l’Enel. La sentenza viene annullata dalla Cassazione nel 1977 che rinvia a nuova causa presso la Corte d’Appello di Firenze.

 

1975, dicembre

Conclusa la ricostruzione privata

Il paese è ricostruito per il 90%, sono in corso lavori per la zona ricreativa-sportiva del parco Malcolm e la sistemazione delle vie del centro.

 

1980, giugno

La sinistra riconquista il Comune di Longarone

Una lista di sinistra (comunisti, socialisti, indipendenti, repubblicani) vince le elezioni comunali a Longarone.

 

1980

Processo sul traffico dei diritti

Si svolge a Pordenone un clamoroso processo per il traffico dei diritti di ricostruzione. Sono coinvolti un notaio, un commercialista, un geometra comunale, il segretario della Commissione provinciale, il presidente della Commissione medesima. Secondo l’accusa avevano rastrellato a Erto i diritti di ricostruzione, pagando agli ertani poche lire, e poi, ottenuti i finanziamenti per miliardi, avevano investito in varie attività, anche turistiche, sul litorale friulano. Si erano spartiti i compiti: c’era chi faceva incetta delle licenze, chi istruiva le pratiche, chi le legalizzava, chi le ammetteva a contributo. In molti casi, secondo l’accusa, i documenti erano perfino falsificati. Ma le nuove industrie si rivelavano inesistenti. I contributi venivano spediti in banche svizzere su conti criptati. L’accusa era anche di truffa allo Stato. Il processo si concluderà con assoluzioni e lievi condanne.

 

1982, 3 dicembre

Anche la Montedison deve pagare

La Corte d’Appello di Firenze condanna sia Enel (da marzo 1963) sia Montedison al risarcimento dei danni alle amministrazioni dello Stato in quanto entrambi – in diversi tempi – datori di lavoro di Biadene (condannato in sede penale). Solo la Montedison invece dovrà risarcire Longarone, perché il Comune nel 1969 aveva rinunciato ai risarcimenti da parte dell’Enel per favorire la transazione tra Enel e privati del Consorzio. Nel 1986 la Cassazione conferma la sentenza.

 

1983, 23 aprile

Lo Stato contro Enel e Montedison

Lo Stato intende riavere da Enel e Montedison le somme anticipate a favore dei sinistrati e il risarcimento per i danni all’Erario. L’Enel si difende: anche Sensidoni, condannato in sede penale, era un funzionario dello Stato. L’Enel chiede poi che Biadene venga giudicato dalla Corte dei Conti per i danni subiti dall’Enel stesso per quanto attiene alle cifre pagate per la transazione con i superstiti e i mancati guadagni per l’inutilizzazione dell’impianto del Vajont.

 

1987, marzo

Che fine hanno fatto i 10 miliardi delle transazioni?

Il Comune di Longarone chiama in causa il Consorzio dei danneggiati e l’Enel perché non erano mai stati resi noti i rendiconti delle cifre erogate dal fondo dei 10 miliardi messi a disposizione dall’Enel per le transazioni. Il Consorzio, raggiunti i 9 decimi, aveva restituito il residuo all’Enel ma senza fornire documentazione ai Comuni. Nel marzo 1987 il Tribunale di Belluno appura che la somma non distribuita e restituita all’Enel era di 480 milioni di lire. Non sono resi noti però nomi e cifre dei destinatari dei 9,5 miliardi erogati.

 

1988, 17 maggio

I risarcimenti dell’Enel

Il Tribunale di Belluno condanna l’Enel a risarcire i Comuni di Erto Casso e Vajont per 1,5 miliardi di lire, cifra poi elevata a 2,5 miliardi in Appello e Cassazione. L’Enel nulla deve, invece, ai Comuni di Longarone e Castellavazzo perché avevano rinunciato a suo tempo ai risarcimenti dell’ente elettrico.

 

1991-1997

I risarcimenti della Montedison

Il Tribunale di Roma riconosce al Comune di Castellavazzo 2 miliardi 251 milioni di lire di risarcimento da parte della Montedison. Nel 1997 il Tribunale di Belluno condanna la Montedison a pagare 55 miliardi 646 milioni di lire al Comune di Longarone, ridotti in Appello a 54 miliardi 482 milioni. I risarcimenti, si legge nella sentenza, sono dovuti non solo per la distruzione di edifici e opere pubbliche ma anche per le sofferenze subite dalla popolazione e la ferita all’identità delle comunità.

 

1997, 9 ottobre

Paolini in diretta dalla diga

L’ “orazione civile” di Marco Paolini va in onda in diretta Tv dalla diga e diventa uno straordinario evento culturale e mediatico con 3 milioni e mezzo di spettatori.

 

2000, 27 luglio

Accordo definitivo Stato-Enel-Montedison

A distanza di 30 anni dall’avvio delle cause civili, il ginepraio diventa inestricabile. Tanto più che Stato, Enel e Montedison litigano ancora (in altre cause pendenti) per la quantificazione dei danni (anche reciproci) e la determinazione delle quote da pagare. Si arriva così alla decisione di sottoscrivere un accordo di transazione definitiva. Ai quattro comuni di Longarone, Castellavazzo, Erto Casso e Vajont vengono riconosciuti 99 miliardi di lire dell’epoca. In base alla convenzione, Stato, Enel e Montedison si accollano per 1/3 ciascuno la somma totale di 900 miliardi di lire per oneri e danni da loro sopportati. Si accollano inoltre in misura uguale gli oneri di Enel verso i Comuni di Erto Casso e Vajont (18,2 miliardi, da dividersi in proporzione di 65% e 35%), e quelli di Montedison verso Castellavazzo (3,8 miliardi) e Longarone (77,3 miliardi). Infine la Montedison versa allo Stato e all’Enel 200 miliardi a titolo di conguaglio.

 

2001

Termina l’attività del Conib

Il Consorzio per l’industrializzazione della provincia conclude la sua attività e si scioglie. Nelle aree industriali create nei cinque comuni che ne fanno parte sono sorte 78 aziende con 5.755 addetti pari al 60% degli occupati dei comuni relativi. E’ l’area industriale di Longarone ad averne beneficiato di più: qui si concentra infatti il 46,4% delle aziende insediate e il 64,5% degli addetti. A valori 2001 risultano impegnati 11.500 miliardi di lire a Longarone (75 ettari), 3.700 miliardi a Castellavazzo (14 ettari), 7.500 miliardi a Pieve d’Alpago (30 ettari), 2.600 miliardi a Sedico (20 ettari), 8.500 miliardi a Feltre (63 ettari) per complessivi 33.800 miliardi.

(Nota: i valori in lire sono rapportati all’anno indicato; per ricostruire i valori attuali occorre moltiplicarli per i coefficienti Istat di rivalutazione monetaria)