L’associazione segnala

BUCHENWALD
1943-1945

buchenwald_littleUn albero inscheletrito. Una grande quercia dai cui rami pende una corda. Una figura umana ingobbita che passa davanti. Dietro la quercia, le baracche del campo di Buchenwald, il “bosco dei faggi” diventato un campo della morte. Illividito in un inverno gelido, è un paesaggio di sofferenza e morte.
E’ il disegno di copertina di un libro che, dopo l’edizione limitata francese del 1946, rarità bibliografica, rivede la luce dopo 70 anni nella prima accurata edizione italiana, per iniziativa di Cierre e dell’Aned (l’associazione degli ex deportati nei campi di concentramento nazisti), corredata da saggi storico-critici di Maurizio Zangarini e Giovanni Battista Novello Paglianti e dalle introduzioni di Dario Venegoni (presidente dell’Aned) e Arnaldo Loner (avvocato parte civile nel processo sul lager di via Resia a Bolzano). Si tratta di un’ottantina di disegni realizzati tra il 1943 e il 1945 da due straordinari artisti, Auguste Favier e Pierre Mania, resistenti francesi deportati a Buchenwald e fortunosamente scampati alla morte. Una vera e propria sfida all’orrore del campo di concentramento nazista a due passi da Weimar, in Turingia, nel quale vennero assassinati 55.000 deportati.
Ed è anche la testimonianza di una tenace volontà di resistenza all’annientamento. Favier e Mania realizzarono infatti i disegni giorno dopo giorno, su carta di fortuna trafugata durante la prigionia grazie all’aiuto del comitato clandestino di resistenza che agiva all’interno del campo, decisi a lasciare una testimonianza diretta, in assenza di macchine fotografiche e rischiando la vita. Datati e firmati, i disegni venivano nascosti sotto terra e riemersero dopo la liberazione del campo. Un atto di resistenza, dunque, un atto di sfida, un atto di accusa che inchioda i carnefici. Non esistono infatti fotografie dei campi, della vita e della morte quotidiane, se si fa eccezione per le immagini “istituzionali” scattate dai nazisti stessi e per quelle dei soldati alleati nei giorni della liberazione. Nessun documento fotografico è rimasto a documentare l’orrore quotidiano del campo. Nessuna immagine ci è pervenuta nemmeno dei trasporti dei deportati, dall’interno di quei vagoni piombati.
Di qui la straordinaria importanza di questi disegni, realizzati clandestinamente e grazie alla consapevole e rischiosissima complicità dei compagni di prigionia. Senza alcuna possibilità di ribellarsi o di uscire da quell’inferno se non con la morte, i due artisti hanno saputo usare l’unica arma che avevano: la matita.
L’albero del disegno riprodotto in copertina è anch’esso carico di forte valenza simbolica. Era infatti la quercia, sopravvissuta all’abbattimento del “bosco dei faggi” per far posto al lager, sotto la quale Goethe sostava nelle sue passeggiate dalla vicina Weimar. Quella quercia era diventata una forca per le impiccagioni. Rimase distrutta nell’agosto del 1944 durante il bombardamento delle fabbriche del campo. In quel disegno continua a vivere e a gridare, insieme a Favier e Mania.
CIERRE edizioni Verona

———————————–
BELLUNO
dall’annessione alla fine dell’Ottocento
Note storiche e di colore
di Adriana Lotto
belluno_libro_big

Come si viveva a Belluno negli ultimi trent’anni dell’Ottocento? Come lavoravano, come si divertivano, pregavano, si azzuffavano, si spostavano, studiavano, abitavano, facevano politica, discutevano i bellunesi di 150 anni fa? Ce lo racconta Adriana Lotto in un libro di agile e divertente lettura, scritto, come riferisce l’autrice in una nota introduttiva, alla fine degli anni Ottanta e che, tramontato all’epoca un più complesso progetto di pubblicazione a sei mani, vede oggi la luce senza peraltro aggiunte rispetto al testo iniziale.
Dalle pagine del libro esce il ritratto di una più piccola città di raccordo tra pianura e montagna, con i suoi pregi e i suoi difetti, ma non eccessivamente isolata (il treno arriva nell’86) e per niente avulsa dalle correnti di pensiero del contesto nazionale. I suoi poco più di 15.000 abitanti non ne facevano certo una metropoli ma non la relegavano comunque alle dimensioni di una piccolissima città di provincia. Semmai ci si potrebbe chiedere come mai sia così poco cresciuta nei successivi 150 anni a differenza di altri vicini capoluoghi di montagna. Ma il gioco, facile ma non futile, della ricerca delle permanenze è “un utile esercizio”, avverte Adriana Lotto, “per tornare a pensare il futuro della città con qualche entusiasmo in più e un senso autentico di appartenenza”.
Così, seguendo queste tracce si scopriranno le direttrici dello sviluppo urbanistico orientato ormai verso nord occupando campi e terreni agricoli, il conseguente aprirsi del centro storico, un timido inizio di sviluppo industriale che proseguirà poi nell’età giolittiana, una marcata presenza laica e radicale contrapposta al clericalismo ottocentesco, e comunque un mondo ecclesiale vivace, non monocorde, attraversato da correnti di pensiero moderniste e antitemporali in sintonia, se non talvolta in anticipo rispetto al dibattito nazionale, ed in parte ereditate dalle battaglie del Risorgimento.
Il libro è ricco anche di notizie curiose.
Ed. Libreria Campèdel Libreria editrice (Belluno)

———————————–

LE DIGHE DELLA PROVINCIA
DI BELLUNO

Storia e immagini
Toni Sirena
diga_toni

C’era una volta il Piave. Di come si presentava nel suo aspetto naturale può conservare memoria diretta solo chi sia nato prima del 1922, anno della deviazione a Soverzene dal suo alveo naturale verso il lago di Santa Croce, le sottostanti centrali idroelettriche, infine il Livenza. Sotto i ponti di Belluno oggi scorrono 12 metri cubi al secondo, ma per molti decenni si era arrivati a 5. La portata naturale media dovrebbe invece essere di 55. Un tempo nelle magre estreme il fiume non scendeva mai sotto i 25.
Dov’è sparito il Piave? Nella provincia di Belluno ci sono oggi una ventina di grandi dighe, altrettanti laghi artificiali, decine di centrali, 200 chilometri di condotte. Il Piave e i suoi affluenti scorrono lì dentro.
E’ un insieme di sistemi idroelettrici di straordinario valore ingegneristico e tecnico. Ma tutto questo ha comportato anche una radicale trasformazione del territorio, del regime delle acque, del rapporto tra l’uomo e il fiume. Come ciò è avvenuto è l’oggetto del libro “Le dighe della provincia di Belluno”, pubblicato per iniziativa del Corriere delle Alpi e di Editoriale Programma. I due volumi contengono anche 450 immagini spesso inedite, raccontano una vicenda che parte dalla fine dell’Ottocento e arriva al 1963, anno della nazionalizzazione delle società elettriche e della nascita dell’Enel, ma anche anno funesto, l’anno del Vajont. Da allora nessuna grande diga è stata più realizzata, rimase a metà l’unica allora in costruzione (a Digonera sopra Caprile), si bloccarono molti progetti in corso e l’idroelettrico, che era arrivato a coprire fino all’85 per cento della produzione nazionale, fu sopravanzato dal termoelettrico diventato più conveniente grazie alla disponibilità di combustibili a costi contenuti.
Una memoria evaporata.
Ricostruire questo pezzo di storia, fondamentale per la provincia di Belluno nel bene e nel male, vuol dire restituire memoria e coscienza. Finora se n’è scritto in qualche sporadica pubblicazione, centrata su una singola diga o una singola valle, spesso solo dal punto di vista tecnico. Fa eccezione il Vajont, vicenda sulla quale si sono concentrati gli studi. Mancava però una visione d’insieme. Questo libro ora la fornisce, mettendo in relazione gli aspetti tecnici con quelli economici, sociali e ambientali. Senza tacere i contrasti: fra le società elettriche per la “conquista dei fiumi”; tra i grandi utilizzatori dell’acqua, cioè le società elettriche e gli irrigatori; tra le società (la Sade innanzitutto) e le comunità locali. La provincia di Belluno fa la parte del vaso di coccio tra vasi di ferro, uscendone sempre perdente.
La Sade è il “dominus” indiscusso ma non incontrastato perché operano nel Bellunese altre società concorrenti. Fanno capo a due industriali di origine cadorina, Marco Barnabò e Valentino Vascellari, relegati però in secondo piano dalla Sade, una delle “sette sorelle” dell’elettricità che i quegli anni si spartiscono l’Italia in feudi elettrici, ciascuna monopolista (o quasi) nel proprio territorio di competenza.
Controllori e controllati.
Non si capisce il Vajont se si perde di vista il contesto. Il Vajont è solo una parte del tutto, particolarmente funesta. Ma il “modus operandi” della Sade è lo stesso ovunque. Avvio di lavori senza autorizzazione. Abusi delle concessioni. Canoni evasi o elusi. Regolarizzazioni in sanatoria. Istanze concorrenti smarrite nei cassetti degli uffici. Connessioni tra organi dello Stato e società concessionaria. Illustri scienziati che sono allo stesso tempo funzionari pubblici e consulenti Sade. Giorgio Dal Piaz è capo del servizio geologico del Magistrato alle acque e consulente storico della Sade, Francesco Penta è membro della commissione di collaudo sul Vajont e consulente Sade per Pontesei. La diga di Pieve di Cadore viene studiata e progettata insieme da Sade e Servizio Dighe. “Ma senza disattendere il Regolamento”, si legge nella relazione di collaudo, con una sospetta “excusatio non petita”. Volpi è presidente della Sade e ministro delle Finanze, e firma le concessioni insieme all’amico Giuriati ministro dei Lavori pubblici.
Il Vajont poteva essere evitato?
Il libro è un lavoro “aperto” e sollecita nuove ricerche. Fornisce una panoramica generale e pone alcune questioni. Sono stati consultati molti archivi pubblici e privati ma altri ne mancano. La nazionalizzazione – o la pubblicizzazione in forma federale – era questione ancora aperta fino al 1922. Il fascismo affida ai grandi monopoli privati il compito di produrre l’energia per la modernizzazione (contribuendo lo Stato, peraltro, fino al 60 per cento dei costi). E’ così che la Sade si incista nello Stato e diventa “uno Stato nello Stato”.
C’è un passaggio cruciale nella storia dell’idroelettrico in provincia. Ed è quando nel 1950 si iniziano gli invasi del serbatoio del Centro Cadore e compaiono voragini sul terreno e lesioni alle case di Vallesella. Si riconosce alla fine che la colpa è della Sade e che l’unica soluzione “amministrativa” (cioè a termini di legge) è il ripristino della situazione precedente revocando o limitando la concessione, eppure lo Stato di diritto si arrende in nome dell’interesse nazionale e perché “la Sade non lo avrebbe accettato”. L’intero sistema Piave-Boite-Vajont sarebbe rimasto “sovvertito”. Se fosse stata applicata la legge anche il progetto del Vajont si sarebbe rivelato economicamente insostenibile. E forse la diga a doppio arco più alta del mondo non sarebbe stata realizzata, o il bacino sarebbe rimasto a livelli molto più bassi.

(editore Editoriale Programma – www.editorialeprogramma.it)

———————————–

MONTAGNA
RIVISTA DI CULTURA ALPINA
rivista_montagnarivista_montagna_articolo

E’ uscito sul numero di ottobre 2016 di “Montagna”, rivista di cultura alpina del Gism (Gruppo Scrittori di Montagna del Cai) edito in sinergia con Nuovi Sentieri Editore, un bell’articolo di Giuseppe Mendicino su Tina Merlin. Il titolo “L’ultima inchiesta di Tina Merlin”, si riferisce al reportage, pubblicato in più puntate, sul viaggio che Tina fece nel 1985 in Russia sulle tracce del fratello Remo disperso durante la ritirata nel gennaio del 1943.
Mendicino, biografo di Mario Rigoni Stern, racconta anche del rapporto tra Tina e lo scrittore di Asiago che la aiutò in quella ricerca con informazioni, suggerimenti e contatti, indicandole sulle mappe l’itinerario compiuto durante la ritirata dal reparto del Val Piave della divisione Julia, del quale l’artigliere alpino Remo faceva parte. Mendicino ricostruisce i rapporti di affettuosa amicizia che legavano Rigoni a Tina Merlin, entrambi figli della montagna veneta, in una visione comune della vita, della società e della politica. Dopo la prematura scomparsa di Tina, fu Rigoni a promuovere la pubblicazione postuma del suo libro autobiografico “La casa sulla Marteniga”.
L’articolo è corredato di alcune belle fotografie.
(Gism – Milano presso la sede centrale del CAI – nuovisentierieditore@gmail.it)

———————————–

KILL HEIDI
Come uccidere gli stereotipi della montagna e
compiere finalmente scelte coraggiose
di Sergio Reolon
copertinahedi_big

Come il classico sasso lanciato in uno stagno, a muovere le stanche acque della politica bellunese (e non solo bellunese) arriva in libreria un nuovo lavoro di Sergio Reolon, agile e denso che fin dal titolo (“Kill Heidi”, prefazione di Annibale Salsa, già presidente nazionale del Cai), riassume un programma: per salvare la montagna bisogna uccidere Heidi, simbolo, come recita il sottotitolo, degli “stereotipi della montagna”, e compiere “finalmente scelte coraggiose”. La montagna non è tutta rosa, fiori e uccellini, non è un luogo immaginario e immaginato. Heidi è il concentrato simbolico della sottomissione, prima di tutto culturale, della montagna alla città.

Uccidere Heidi è una missione possibile? Sì, a condizione che i montanari recuperino una visione strategica per costruire il loro futuro. E questo è il compito della politica. O meglio: di una Politica con la P maiuscola, che vuol dire, scrive Reolon con un auspicio da “inguaribile ottimista” come dichiara di essere, “che la provincia di Belluno possa ritrovare la volontà di proporsi in maniera unitaria e il coraggio delle grandi scelte, guidata e animata da montanari civici”.

Oggi questo coraggio pare tramontato. Il paesaggio è ingombro non di “montanari civici”, ma di montanari “scompaginati”, “localisti” o addirittura di “non montanari”. In un grafico Reolon li esemplifica, collocandoli in una griglia che li distanzia o li avvicina da un lato al localismo, dall’altro alla visione globale e, naturalmente, alla conoscenza del territorio. I non montanari si credono montanari perché in montagna ci vanno in vacanza o la frequentano sugli sci, ma spesso sono gli stessi che legiferano sulla montagna senza conoscerla davvero. Il montanaro “scompaginato” appartiene ad una specie che vive in montagna ma senza conoscerla, “ben inzuppato di idee localistiche”. Il montanaro “localista”, che spesso va a braccetto con lo “scompaginato”, vive nel costante “rimpianto del bel tempo andato”, incapace di guardare oltre, chiuso a riccio nel proprio piccolo mondo e nelle proprie granitiche certezze come reazione alla globalizzazione. Tutti sono occupati nella poco nobile gara di azzuffarsi fra loro, dando voce a un coro di lamentele. Pare questa oggi l’unica voce che si alza dalla disastrata montagna bellunese. Riassume Reolon: assenza totale di guida, di coesione e di visione. Di fiducia in se stessi e nel futuro.

Qualche luce c’è, soprattutto nell’economia, ma si limita ad illuminare qualche caso esemplare: le “buone pratiche” sono rispettabili, ma da sole non bastano. Ci vuole, appunto, la Politica, cioè la capacità di pensare e costruire il futuro, il luogo della mediazione e della decisione, fondato su “un serio sistema di democrazia rappresentativa”, mica su una piattaforma internet.

Un sentiero difficile, talvolta stretto, oggi comunque quasi ostruito da detriti, che hanno nomi precisi: litigiosità, rinuncia a confrontarsi, incapacità di unire diversità e progetti (dove ci siano), personalismi, mancanza di coraggio, di visione d’insieme. Tutto ciò produce forse, quando va bene, una buona amministrazione. Ma senza uscire “dal pensiero dominante iper-liberista”, che riduce tutto a merce e a mercato, la montagna – che non ha abbastanza consumatori e non è interessante per il mercato – è condannata. Se i passeggeri sono solo “clienti”, nessuno verrà qui a fare una ferrovia. Reolon non propone un ritorno allo statalismo vecchio stampo, ma un deciso ruolo del pubblico, l’unico capace di riequilibrare le distorsioni del mercato, di ridare dignità alla montagna, di far sì che non ci siano cittadini di serie A e di serie B. Ma se manca un disegno strategico quel sentiero continuerà a rimanere impraticabile.

E’ un appassionato appello, quello di Reolon, agli abitanti della montagna a osare e “guardare oltre”. Un sasso nello stagno, appunto. Sperando che produca qualche onda.

(editore curcu & genovese, Trento)

———————————–
di Giuseppe Mendicino

MARIO RIGONI STERN
vita guerre libri
rigoni_big

Montagne, guerre e libri hanno segnato profondamente la vita di
Mario Rigoni Stern.
La panchina e il tavolo di legno tra gli alberi sotto casa, dove nella
bella stagione Rigoni accoglieva i visitatori, sono sempre lì, manca solo
la betulla: è stata tagliata lo scorso novembre perché malata; l’aveva
piantata lui ed era uno dei suoi alberi preferiti insieme al larice. C’è
il sentiero subito dietro l’orto, da dove saliva verso lo Zebio, anche
se ormai coperto dalla vegetazione. La presenza di Mario, tra la casa
e il bosco e il paesaggio intorno, si avverte più forte che mai, specie
quando si cammina in silenzio. A Rigoni piaceva immaginare che i
suoi lettori, ripercorrendo valli e montagne raccontate nei suoi libri,
provassero almeno in parte le sue stesse emozioni.
Lo indignavano le ingiustizie e le prepotenze verso i deboli e verso
la natura, aveva un codice di valori solido e coerente, che lo guidava
nella vita di tutti giorni come nella scrittura.
Anche quando le sue storie rievocano vite e luoghi portati via dal
tempo, la tensione etica che le attraversa le rende attuali, perché guerre,
distruzione dell’ambiente e ingiustizie non sono regredite rispetto
al secolo passato. La nitidezza della sua scrittura e la narrazione dei
fatti come davvero avvenuti, sono un piccolo viatico di civiltà contro
retorica e superficialità, oltre a essere una piacevole compagnia.
Nella fotografia si vede Rigoni camminare tra la neve tante volte
ricordata nei suoi racconti, in un luogo di frontiera (…)
(dall’introduzione dell’autore – Priuli & Verlucca editori)

———————————–
la memoria delle pietre

di
Aldo Sirena
aldo_sirenaQuesto libro è frutto di un paziente lavoro di ricerca, durato alcuni anni, su documenti, su pubblicazioni, su testimonianze ed in primo luogo di un ampio rilevamento su tutto il territorio della provincia di Belluno dei ricordi marmorei o monumentali dedicati alla resistenza ed ai suoi caduti. Esso non vuole essere la storia del Movimento Partigiano nel Bellunese, ma, piuttosto ed anzitutto, un omaggio al sacrificio di tanti compagni caduti per la libertà ed al loro eroismo.
La struttura portante di questo libro ha un taglio particolare; esse segue passo passo la sequenza di ricordi marmorei, di cui è disseminata gran parte della provincia. Sorprende il loro numero, ma soprattutto, a distanza di tanti anni, la loro conservazione e la cura che mani sconosciute offrono in continuazione in fiori e pulizia. Per ogni caduto abbiamo cercato di ricostruire sulla base di testimonianze, dati e documenti, il clima in cui si compì l’olocausto od il martirio.
Ci auguriamo che questo lavoro possa servire ad avvicinare la gente, ma soprattutto i giovani, alla conoscenza di un periodo storico drammatico, che, con i suoi principi ed i suoi fondamenti, sta ancor oggi alla base del nostro stare insieme.
(dalla premessa dell’autore)
Aldo Sirena “Nerone” Comandante delle Brigate Tollot e Pisacane

 

PASSATO PROSSIMO
di
Luigi Dall’Armi
DellArmiCiò che l’autore ci offre in questo libro è il racconto, non cronologico ma condotto attraverso il filo di impressioni e di ricordi tematici, dell’ambiente e delle mentalità che caratterizzarono la Resistenza nel bellunese e influenzarono il comportamento politico e sociale di massa anche degli anni successivi. Lo fa attraverso la finzione di rivolgersi alle nuove generazioni per spiegare la complessità della costruzione resistenziale più che per raccontare i singoli avvenimenti, le particolari azioni belliche ed i combattenti, il procedere del coinvolgimento degli abitanti delle valli e dei monti.
Ma proprio perché non si tratta di un testo strettamente autobiografico né di u tradizionale libro di memorie, ci troviamo di fronte a pagine molto ricche e molto dense, scritte con indubbia passione, ma anche a volte con fredda lucidità e distacco di analisi e critica.
Luigi Dall’Armi “Franco” Comandante della divisione Garibaldi Belluno

———————————–

Tea Palman
Il diario di Tea Palman lo si può leggere in:
deportaz_memorie

Al capitolo Tea Palman, Diario della mia prigionia di Adriana Lotto
In Deportazione e memorie femminili (1899-1953)
Ed. Unicopli, Milano 2002 a cura di Bruna Bianchi e Adriana Lotto

>> leggi l’intervista di Adriana Lotto a Tea Palman<<

Dedicato a Tea
diarioTea

Non è una biografia, né una raccolta di testimonianze, ma la ricostruzione delicata di un percorso di vita, scandito da dolori persistenti ed effimere gioie, diviso dalla guerra. Un omaggio a Tea Palman (nata il 16 aprile 1922), mite signora che nelle sue piante e nei suoi canarini trova lenimento alla sofferenza fisica e all’assalto dei ricordi. Lo stesso che prende Bettiol e tutti coloro che hanno conosciuto i Lager nazisti e ne portano indelebili segni.
Il diario di Tea, un documento estremamente importante che racconta la partecipazione di una giovane donna alla Resistenza, costretta a subire angherie e soprusi in un periodo della propria vita che avrebbe dovuto essere il più bello e il più spensierato, invece per Tea si rivela il più buio, triste e terribile, durante il quale viene costretta a subire anche la tortura e la carcerazione nel lager di Bolzano.
Tullio Bettiol, Il diario di Tea Tarantola ed. Belluno 2009

———————————–

VeneziaRibelle_little

Guida alla Venezia ribelle

Dopo Parigi, Barcellona e Roma, ora Venezia.

È ancora possibile pensare a una Venezia che non guarda passiva allo spopolamento dei residenti, all’invasione dei milioni di turisti e al proliferare di negozi di maschere e vetri cinesi? Rispolverando le pagine di storia, aprendo le orecchie per ascoltare la voce degli abitanti e uscendo dalle traiettorie prestabilite, la risposta è senza dubbio affermativa. Ne danno prova le giornaliste Maria Fiano e Barbara Barzaghi, con questa guida intitolata “Venezia Ribelle”. La novità non sta solo nell’obiettivo di mostrare il volto di una Venezia all’avanguardia.
“Lo sguardo ‘ribelle’ non si acquieta di fronte alla visione struggente di una città da cartolina, epurata e amputata dell’imprevisto, ma scruta l’altro lato delle cose a partire della complessità del presente e delle sue contraddizioni…”
Venezia: città ribelle sin dalle sue fondamenta, che sfida le leggi della modernità e dell’equilibrio in continuo e fragile “passo a due” tra l’acqua e la terra. Una città-che ne racchiude tre (il centro storico, le isole della laguna e la terraferma con Mestre e Marghera)- con una storia costellata di ribellioni. Una Venezia lontana dagli stereotipi, raccontata anche attraverso i contributi di tanti che a diverso titolo la abitano, la amano, ne parlano.
Raccontando storie di donne anticonformiste, ancora oggi custodite nelle pietre. “Non siamo mai state d’accordo – hanno detto le due giornaliste– con l’idea di una Venezia che sta morendo. Ci sono tante persone che se ne vanno, ma altrettante che rimangono e cercano di farlo nonostante le problematiche della città”. Si ricorda anche Tina Merlin vissuta a Venezia dal 1974 alla sua morte 1991.

Edizioni Voland

———————————–

libro_Bettoli_bigIL VOLTO NASCOSTO DELLO SVILUPPO. CONTADINI, OPERAI E SINDACATO IN FRIULI DALLA RESISTENZA AL “MIRACOLO ECONOMICO” 

Una storia del Friuli vista dal basso, con gli occhi di chi ha lavorato, sofferto e lottato. Dalla caduta del fascismo al “miracolo economico”: passando per la Resistenza, la ricostruzione, le ultime lotte per la terra e le prime per i diritti delle donne, la sconfitta dei movimenti contadini ed operai e la grande emigrazione, la fase dell’industria tayloristica e l’inizio dello sviluppo consumistico. Fino all’evento che sintetizza le contraddizioni dell’epoca: il “genocidio dei poveri” sul Vajont, con una cinquantina di pagine davvero molto interessanti (il prima e il dopo), molto ben documentate, con numerosi aspetti inediti.

———————————–

libro_sanguinetti

E’ un libro (Adelphi) sul cinema come abitualmente non se ne leggono, per la semplice ragione che non ne vengono scritti. Parte da lunghe conversazioni fra Tatti Sanguineti e uno dei personaggi più singolari e influenti del cinema italiano nel periodo d’oro: Rodolfo Sonego, sceneggiatore di tutti i film maggiori di Alberto Sordi. Ricostruisce, attraverso la rievocazione di volta in volta malinconica, sorridente, abrasiva, feroce di Sonego, molte delle vicende accadute in quell’immane circo le cui le attrazioni erano la Mangano, la Lollo o Laura Antonelli, i cui domatori potevano chiamarsi Carlo Ponti o Federico Fellini, e il cui impresario occulto, ben nascosto dietro le quinte, era il suo primo censore: Giulio Andreotti.

Sordi non era un uomo colto. Non ha letto i libri, non ha letto i testi sacri, non ha letto niente, non gliene importa niente di niente. Ma ha un colpo d’occhio infallibile Il suo giudizio è sempre immediato e fulminante. E’ un’entità biologica purissima. E’ un animale selvaggio, un animale del bosco che ci vede anche di notte. Una civetta , oppure un cobra, un falco”.
Rodolfo Sonego

———————————–

libro_Mattmark

Un libro (Morire a Mattmark, Donzelli editore), parte integrante di un progetto di ricerca finanziato dal Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica, ricostruisce minuziosamente l’intera vicenda della tragedia di Mattmark, a partire dai primi progetti dell’inizio degli anni Cinquanta fino alla sentenza d’appello del 1972. L’autore, Toni Ricciardi, è storico delle migrazioni presso l’Università di Ginevra.
Il disastro, avvenuto due anni dopo il Vajont e nove dopo Marcinelle, scosse di nuovo, profondamente, l’opinione pubblica, costrinse ad interrogarsi sulle condizioni di lavoro nei cantieri idroelettrici e sul trattamento dei nostri emigranti in Svizzera, oggetto all’epoca di una violenta campagna xenofoba. Provocò inoltre tensioni nei rapporti fra Italia e Svizzera e, all’interno, accuse al governo di non tutelare gli emigranti italiani. La tragedia fece emergere ancora una volta la connivenza di molti esperti con le società elettriche, alle quali erano legati da molteplici interessi. I pochi che avevano messo in guardia sulla pericolosità del ghiacciaio furono screditati. Uno di loro, Nicolas Oulianoff, di origini russe, professore di geologia all’Università di Losanna, lo si disse addirittura fratello di Lenin. La sentenza dichiarò che si trattava di una catastrofe naturale e imprevedibile e mandò assolti gli imputati, giudizio confermato in appello. I ricorrenti, cioè i famigliari delle vittime, vennero condannati al pagamento delle spese processuali.
Il libro di Ricciardi ripercorre, con una accurata documentazione, l’intera storia di Mattmark, fatta di grandiosi progetti (serbatoio di 100 milioni di metri cubi, produzione di 650 GWh all’anno), ma anche di condizioni di lavoro pesanti, supersfruttamento, alloggi primitivi, negazione degli elementari diritti democratici (come quelli di associazione e riunione sindacale e politica). Le baracche furono costruite direttamente sotto il ghiacciaio, il più vicino possibile al cantiere per risparmiare sui costi e sui tempi di spostamento della manodopera. Vennero inoltre sottovalutati i segnali di allarme che da giorni si succedevano.

Video http://www.toniricciardi.it/

———————————–

IN SENATO UNA MOSTRA PER NON DIMENTICARE
Mattmark_Senato
———————————–

cantalamappa_big

Un libro sorprendente, una raccolta di racconti di viaggio per bambini scritta dal collettivo Wu Ming.
Uno dei racconti, “Toc e Patoc”, è dedicato a Tina Merlin e racconta bene ai bambini la storia del Vajont.
I protagonisti sono Guido e Adele Cantalamappa, due hippie ormai anziani che hanno girato tutto il mondo viaggiando attraverso il tempo e le nazioni. Hanno tante storie da raccontare e le raccontano così bene che ti sembra di sentirli cantare. Cantano le mappe dei loro viaggi.  Il messaggio delle storie raccontate da Wu Ming va però oltre i viaggi dei Cantalamappa e i luoghi in verità servono da innesco per compiere ulteriori riflessioni, stimolano i piccoli lettori (ma anche i grandi) a guardare il mondo con occhi nuovi e a mente aperta, per coglierne la bellezza, la responsabilità verso gli altri e verso le cose che ci circondano. Un libro di racconti ispirati a luoghi della Terra abitati da antiche leggende, oppure teatro di eventi memorabili, o ancora a mezza strada tra la realtà e la fantasia.

Illustrazioni di Paolo Domeniconi
ElectaKids

———————————–


levi “A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo”. Primo Levi

———————————–

vigano

Si parla sempre di partigiani, di uomini coraggiosi e indomiti ma meno spesso si parla di partigiane, di donne di ogni età e estrazione sociale che hanno ugualmente sacrificato la loro vita per lo stesso, identico ideale. Erano infatti loro ad essere ‘usate’, perchè meno controllate, come staffette per portare messaggi in codice, trasportare viveri, traferire armi. Di una di loro, una contadina imponente, con mani screpolate e gambe grosse, instancabile lavoratrice, senza nessuna istruzione ma con una forza indomabile, ci regala un appassionato ritratto Renata Viganò nel bel libro ‘L’Agnese va a morire’.

———————————–

zangrandi

In una sera d’autunno del 1942 una donna contempla la conca di Cortina dall’alto del balcone di casa. E’ un’insegnante di scienze naturali e istruttrice di sci, ama la montagna e l’ha scelta per viverci. Ma per la prima volta sente che tutto ciò non le basta più, e così le tornano in mente le parole della madre: “ Ti accorgerai un giorno che non c’è solo la natura…che c’è la gente…”. Su quel balcone, avvolta nella coperta sotto il cielo stellato, la giovane medita su di sé e su quanto sta accadendo, e decide di entrare nella Resistenza. Si apre così, con questa scena intensa del prologo, I giorni veri di Giovanna Zangrandi (pseudonimo di Alma Bevilacqua) diario della resistenza in Cadore, pubblicato per la prima volta nel 1963.

———————————–

amadeLa cronaca autentica con potente narrazione di vita vissuta di un gruppo di partigiani della montagna bellunese, scritta a caldo, subito dopo la guerra, da uno di loro (pubblicata da Einaudi nel 1977): speranze giovanili, scelte drammatiche si intrecciano in un racconto – ancora oggi straordinariamente “giovane” – che ci iuta a riflettere, senza retorica, sui valori della libertà, collettiva e individuale. E sul prezzo che essa ha comportato.

———————————–

coperina toniBelluno in guerra 1915-18

di Toni Sirena

La città e la provincia di Belluno strette nella morsa del fronte del 1915-18. Una testimonianza storica resa attraverso immagini dell’epoca, talvolta crude e sconcertanti, e narrata da Toni Sirena nel suo ultimo libro “Belluno in guerra 1915-18”. Una storia narrata con 200 immagini, descritte da testi brevi e agili, che testimoniano accuratezza e puntiglio storico. Sirena racconta Belluno alla vigilia della guerra, l’anno della neutralità, le manifestazioni dei disoccupati, gli episodi principali del fronte dolomitico, l’opera del politico socialista, medico e fotografo Carlo Pagani, innovatore e attento ai cambiamenti del suo tempo. Le immagini raccontano di un popolo fondamentalmente contadino costretto dalla fame a nutrirsi di topi e ortiche. La sezione centrale è costituita dalle immagini del lungo anno dell’occupazione austriaca, dopo Caporetto fino alla liberazione del novembre 1918: i ponti fatti saltare dagli italiani in ritirata e provvisoriamente ricostruiti dagli austriaci, la vita degli occupanti, la città stremata dalla fame e dalle angherie di quelli che Pietro Mandruzzato, facente funzioni di sindaco (quasi tutta la classe dirigente era fuggita per tempo), chiamava i “velenosi microcefali”, cioè gli ufficiali austriaci, autori di ordini vessatori e imbecilli, infine la ritirata austro-ungarica e le nuove rovine di ponti, di paesi e di strade. Molte le immagini inedite o poco conosciute. Oltre alle belle vedute panoramiche della Belluno in riva al Piave (o meglio la Piave, come si diceva allora) fatte di lavanderie all’aperto, concerie, segherie, officine fabbrili, e di tanta acqua che a quel tempo scorreva ancora sotto le mura, vanno citate le immagini dell’aeroporto militare di Belluno, del recupero del corpo di Arturo Dell’Oro caduto in un duello aereo sulla Schiara, delle officine del Genio militare, dei topi messi ad essiccare durante “l’anno della fame”, infine dei funerali a Cortina di un ufficiale (ma la foto cela un mistero).

Un libro di divulgazione storica nel quale le foto hanno vita propria: sono il vero racconto e non semplici “illustrazioni” di un testo.

Editore Dario De Bastian