Dopo la tragedia del Vajont

Roma 13 marzo 1998

“Giornata internazionale per i fiumi, le acque, la vita”

Presentazione del rapporto

“Grandi dighe, diritti dei popoli e dell’ambiente”

a cura della “Campagna per la riforma della banca mondiale” e della Fondazione internazionale Lelio Basso Intervento di: Renzo Franzin*

“Dopo la tragedia del Vajont, il destino del bacino del Piave”

Il 9 ottobre 1963 la tragedia del Vajont cancella tre paesi, provoca più di duemila morti e sottrae d’un sol colpo al sistema di produzione idroelettrica e di sfruttamento del Piave a fini irrigui, una riserva di 150 milioni di mc d’acqua. Un dato che, al di là delle stesse ragioni che determinarono la catastrofe, avrebbe dovuto da solo far rivedere al subentrante ENEL (il nuovo ente per l’energia elettrica perfezionava in quei mesi, l’acquisto della società privata SADE) i programmi di produzione di energia elettrica previsti per gli anni successivi e, contestualmente, avviare la revisione quantitativa dei disciplinari per le concessioni ai Consorzi di Bonifica della pianura. Non succede nulla di tutto questo, anzi l’ENEL mantiene gli obiettivi prefissati e li adegua all’onda crescente di sviluppo delle aree industriali di pianura fino ai giorni nostri con uno sfruttamento esponenziale dell’acqua del Piave. E qui inizia una nuova, trentennale tragedia poco conosciuta, ma che ha già avuto le sue vittime (alluvione del 1966), i suoi danni ingenti al territorio ed al patrimonio materiale dell’intera regione (le piene incontrollate degli anni successivi), sino all’incombere di un rischio idraulico diffuso per parti consistenti delle province di Venezia e Treviso come evidenziano i recenti studi (1996) prodotti in allegato ai rispettivi Piani Territoriali Provinciali. Ciò nonostante, per poter mantenere gli obiettivi prefissati, l’ENEL ha completato in questi decenni, con impressionante metodicità, l’intera trasformazione artificiale del bacino montano del fiume per tutta la sua estensione (in un’area di circa 3.750 Kmq), succhiando tutte le acque dei torrenti affluenti ad alta quota, riutilizzando attraverso sistemi di sfruttamento integrati, più volte, la stessa acqua che viene pompata, incanalata e, alla fine, persino indirizzata verso bacini diversi da quelli d’origine. La rete artificiale che ormai ha soffocato il fiume conta di una cinquantina di “prese” ad alta quota che drenano l’acqua dei torrenti (circa il 75% della quantità in scorrimento per circa 2.000 milioni di mc l’anno), un gigantesco sistema di by-pass di oltre 200 km di tubature in gran parte sotterranee, 17 invasi di media grandezza, 30 impianti di produzione e un’infinità di altri sbarramenti funzionali. È drammaticamente esemplare il fatto che l’acqua scesa dal ghiacciaio della Marmolada ad altissima quota verso gli affluenti del Piave continua la sua corsa attraverso percorsi completamente artificiali sino a sfociare in un altro fiume, il Sile; allo stesso modo, parte consistente dell’acqua del medio corso del fiume Piave viene deviata in forte quantità (circa 40 mc/s) verso il bacino del Livenza, nel Veneto orientale. Ancora: i Consorzi di Bonifica della pianura hanno continuato ad usare con grandi sprechi l’acqua del Piave, drasticamente prelevata dal corso naturale e deviata verso le prese, usando antiquati sistemi irrigui (il metodo a spaglio già introdotto dalla Serenissima Repubblica di Venezia) senza provvedere ad ammodernare progressivamente la rete per evitare sprechi. Completano il quadro degli usi delle acque del Piave i prelievi autorizzati (alcuni grandi acquedotti fra cui quello di Venezia) e quelli abusivi (centinaia di aziende dell’alta pianura trevigiana e migliaia di fontanili privati) che sottraggono in zona di risorgive una quantità enorme – difficilmente quantificabile – di acqua alla funzione di ricarica delle falde acquifere che alimentano molti corsi d’acqua della pianura. Negli ultimi trent’anni, questo dissennato sfruttamento ha ridotto di circa 1/3 la portata del fiume nella sua parte finale, ha del tutto prosciugato circa il 90% dei torrenti d’alta montagna (dati della CIPRA), con conseguenze strutturali abnormi: il letto ghiaioso del fiume, largo in alcuni punti anche alcuni chilometri, modulato nei secoli dalle piene, si è alzato di circa 3 mt, non avendo la corrente più la forza necessaria per portare detriti e sabbia a valle. Di conseguenza, gli arenili a nord della laguna di Venezia (Cavallino, Jesolo, Eraclea) sono stati mangiati dall’erosione marina causa il mancato ripascimento; nelle piane ghiaiose del greto sono cresciuti interi boschi cedui che costituiscono ostacolo al defluire delle acque di piena e la qualità dell’acqua, quasi completamente scomparsa nell’alto e medio corso, è fortemente compromessa da scarichi biologici ed industriali. Di fronte a questa situazione e ai danni che ha provocato e continua a provocare lo sfruttamento intensivo del Piave, i bellunesi dal 1994 hanno incominciato a manifestare un’opposizione radicale e diffusa. I caratteri di questa vera e propria guerra con l’ENEL, i Consorzi di Bonifica e tutti gli utilizzatori legali e abusivi dell’acqua del Pive, sono innovativi nel metodo e nella sostanza. Nel metodo, i protagonisti sono gli enti locali rivieraschi coordinati dalla provincia di Belluno, al di là di ogni schieramento politico, con un forte coinvolgimento delle popolazioni. Nella sostanza, i bellunesi rifiutano la delega ad altri per decidere delle sorti del Piave e non accettano più la monetizzazione dei danni; puntano ala ricontrattazione dei disciplinari di concessione ai Consorzi e all’ENEL; chiedono massicci investimenti per il recupero dei danni idrogeologici e la rinaturazione di grandi tratti del fiume. Hanno ottenuto, finora, l’impegno formale del Ministro ai LL.PP. Costa per la presentazione di uno stralcio di Piano di bacino che riguardi il Piave e la convocazione di un “tavolo unico per la trattativa”, entro il 1998. Ambedue gli impegni non si sono ancora concretizzati: nel frattempo, a pochi chilometri di distanza, lungo le acque del Tagliamento – altro grande fiume alpino saccheggiato dallo sfruttamento – è nata un’iniziativa analoga a quella del Bellunese e ad Enemonzo (località storica della Carnia) si è costituito, qualche giorno fa, il Comitato per la Salvezza del Fiume.

*membro del direttivo e in rappresentanza dell’Associazione Culturale Tina Merlin