Rassegna Stampa

martedì 20 dicembre 2016

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testata_ILBOdiga-piccolaTina Merlin, la voce inascoltata del Vajont

3 OTTOBRE 2013

di Valentina Berengo

L’hanno soprannominata “la Cassandra del Vajont”, perché, inascoltata, scriveva su l’Unitàdel pericolo di qualcosa di molto simile a quel che poi successe: il franamento “improvviso”, una notte di ormai quasi cinquant’anni fa, di una massa enorme di terreno dal lato sinistro del monte Toc. La frana si riversò nel bacino pieno d’acqua della diga a doppia curvatura più grande al mondo, infelicemente nota ai posteri come “diga del Vajont”, che la Società Adriatica di Elettricità (Sade) aveva costruito a ridosso dei paesi di Erto e Casso, nella valle giusto di fronte a Longarone, nel Bellunese. La terra fece tracimare l’acqua e provocò un’onda immensa che travolse Longarone e la rase al suolo: una sciagura di dimensioni paragonabili all’attentato delle Torri Gemelle, quanto a morti e dispersi.

Eppure Tina Merlin, giornalista e militante del Pci, non amava essere chiamata Cassandra, perché, come racconta il figlio Toni Sirena in sua vece (lei è morta nel dicembre del 1991 dopo un anno di malattia), quel che faceva era niente più che il suo mestiere di corrispondente da Belluno per il quotidiano comunista. Bellunese di origini (era nata a Trichiana nel ’26), aveva partecipato alla resistenza su quelle stesse montagne e riportava nei suoi articoli ciò che lassù, nelle valli, e a Venezia, negli uffici della Sade, era cosa ben nota: tutti vedevano e tutti sapevano.

Leggi tutto:  www.unipd.it/ilbo/content/tina-merlin-la-voce-inascoltata-del-vajont

 

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IL FEMMINILE DEL CORRIERE DELLA SERA
18 febbraio 2012
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sabato 03 dicembre 2011

QUELLA. TESTIMONI. Biografia della giornalista a vent’anni dalla scomparsa
Tina Merlin, cronista di provincia, aveva capito tutto Denunciò per anni il pericolo, si battè in tribunale In America avrebbe vinto il Pulitzer. Qui fu snobbata DEL VAJONT

tina_giornaleVITina Merlin negli anni Cinquanta a Venezia, con L’Unità sottobraccio

Tina Merlin, all’anagrafe Clementina, giornalista, scrittrice, ex partigiana, morì il 22 dicembre 1991, a 65 anni, all’ospedale civile di Belluno, la sua città. Morì lontana da onori e riflettori, senza esser riuscita a pubblicare il suo libro di memorie, La casa sulla Marteniga, per il quale Mario Rigoni Stern si era speso inutilmente presso i grandi editori, descrivendolo come «un sorso di grappa nostrana nel rosolio annacquato della letteratura italiana d’oggi».
Vent’anni dopo l’editrice Cierre pubblica la prima biografia di Tina Merlin: Quella del Vajont: una donna contro. L’autrice è Adriana Lotto, ricercatrice bellunese, presidente dell’associazione intitolata alla giornalista. Da questo lavoro minuzioso, che colleziona lettere e testimonianze inedite, affiora Tina «nonostante non abbia parlato di sé nemmeno quando ha scritto di sé», come osserva la biografa.
Figlia di contadini della Valbelluna, cresciuta zappando i campi, Tina Merlin diceva che «i poveri nascondono i loro pensieri per pudore quasi d’esistere», ma se ne rammaricava: «A chi mi conosce poco sembro diffidente».
Decise di infrangere questo silenzio millenario: scrivendo. Su e giù per la provincia a caccia di notizie: lavoro malpagato, ma pur sempre un atto di ribellione. Come quando, anni prima, la giovanissima Tina fu mandata a Milano. «A servizio», si diceva, e proprio da serva la trattavano i padroni, finché lei scappò dalla finestra. O come quando, appena diciassettenne, entrò nella Resistenza, pedalando solitaria su stradine bianche per recapitare messaggi. «Se anche noi donne partecipiamo, domani avremo maggiori diritti».
Questo le interessava: combattere per i diritti di chi non ne aveva.
Sulla pelle viva, il suo libro sul disastro del Vajont («un onesto pugno nello stomaco», Marco Paolini) faticò a trovare un editore. Andrea Zanzotto lo segnalò ad alcuni concorsi nazionali: niente. «Qui non le avrebbero negato il Pulitzer» commentò Aniello Coppola dagli Stati Uniti. Perché l’ostracismo? Era una voce troppo irriverente: una cronista che non riveriva i potenti, per di più comunista e del giornale del PCI, L’Unità. Ma era l’unica che aveva dato voce a un manipolo di montanari friulani contro il colosso energetico della Sade (Società adriatica di elettricità) e la diga di 260 metri in costruzione, tra le più alte del mondo.
Non era colpa di Tina Merlin se nessun altro voleva vedere. Prima che il monte Toc, il 9 ottobre 1963, franasse nel bacino del Vajont, spazzando via duemila vite, lei aveva incitato i colleghi di altre testate a constatare di persona smottamenti, crepe, scosse, avvisaglie del peggio: «Venite a vedere anche voi e scrivete!» Niente. La Sade la denunciò per «diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico»; assolta dal Tribunale di Milano: «Negli articoli viene praticato il diritto di cronaca». All’indomani del disastro il giudice Salvini si mise le mani nei capelli: «Se l’avessi condannata ora avrei questi morti sulla coscienza».
Perché solo Tina Merlin aveva capito? Lei sentiva allo stesso modo dei montanari. Nella casa dell’infanzia, «quattro stanze con annessi stalla e fienile» sul torrente Marteniga, aveva assorbito la cultura popolare «nelle ossa come il vino e la polenta» (Cesare Pavese). Per lei era facile credere, invece che ai geologi prezzolati, ai pastori quando spiegavano che il monte Toc si chiama così perché «patòc», cioè marcio, franoso: pazzesco costruire proprio lì un enorme bacino idroelettrico. Nell’opera della Sade vedeva un’offesa, «la prepotenza di chi viene da fuori, mettendo a ferro e fuoco una terra con cui da secoli chi l’abita ha firmato tregue e armistizi».
Giunse quella notte. La biografia pubblica una testimonianza inedita: Franco Malaguti, allora grafico ventenne, neoassunto all’Unità, era stato relegato al centralino dai colleghi più anziani, scesi con i tipografi a farsi una briscola: «Tanto di notte non succede niente». Arrivò la chiamata. «Alzo il ricevitore. Risponde un singhiozzo disperato, irrefrenabile, che sento ancora oggi nel suo straziato dolore: «Pronto? “Sono la Tina…” Pronto, Tina chi? “Non c’è più niente, non c’è più nessuno!” Poi Tina venne spesso in redazione. Una volta, io ragazzetto le chiesi se non fosse intimorita da quella selva di avvocati. “Mona, no importa cosa ti ga davanti, importa quel che ti ga drento”».
Lorenza Costantino

 

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 testata-unitalunedì 02 gennaio 2012

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giovedì 22 dicembre 2011

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testata_i-dolomitivenerdì 16 dicembre 2011

L’attualità di Tina, giornalista senza compromessi

Autore redazione – dicembre 16, 2011

una donna dalla scorza durissima, inflessibile nei suoi principi morali, ma capace di convivere senza tentennamenti nel triplice ruolo di giornalista, madre e militante di partito; e amata dai giovani. Ecco chi era Tina Merlin nella biografia recentemente pubblicata da Cierre Edizioni. “Quella del Vajont”, recita il titolo, anche se Tina Merlin non diceva mai a nessuno di aver seguito tanto da vicino la catastrofe, perché, afferma l’autrice Adriana Lotto “pensava di non avere nulla di cui vantarsi”.

foto_iDolomitiTina e il marito Aldo Sirena (“Nerone”) ad un raduno partigiano in Cansiglio

Cosa ci riporta di Tina questa biografia?
Nella prima parte la sua maturazione, la presa di consapevolezza del mondo. Prima sta in famiglia, poi va a servizio a Milano, quindi partecipa alla Resistenza e successivamente entra nel partito comunista. Qui comincia a capire come è fatto il mondo e la prima cosa di cui si rende conto sono le ingiustizie, comprende che ci sono due pesi e due misure, c’è chi sta in alto e chi sta in basso e chi sta in basso non ha strumenti per difendersi. La sua emancipazione personale va di pari passo con quella degli umili. Ha avuto questa grande volontà ma anche la fortuna di fare un mestiere che lei ritiene importante, il giornalismo, e lo usa mettendolo al servizio degli umili. Tutto il suo correre là dove si muove qualcosa, dal Vajont prima, alle lotte operaie dopo, non è altro che lo sforzo di Tina di rendere giustizia ai soggetti sociali più deboli e indifesi.

Qual è il Paese che racconta?
E’ un Paese uscito dalla guerra, che si è ricostruito con grande sforzo e che ora, dagli anni Sessanta in poi, vuole controllare e se possibile orientare gli esiti di quel processo. Lei si rifà sempre alla Resistenza e alla Costituzione come basi della società e dello Stato italiani, ma si accorge che questi valori sono costantemente traditi e la democrazia si riduce al momento elettorale o poco più.

In questo atteggiamento riconduce anche il proprio partito, il Pci?
Sì, lei imputa alla chiusura del partito, al suo diventare autoreferenziale la crisi di partecipazione delle masse. Il partito usava la base soltanto per favorire giochi di potere interni. Ma quella di Tina è stata di fatto una collocazione anomala nel Pci. Da un lato lei credeva fortemente nel partito, ma il partito non credeva in lei, perché era troppo autonoma, critica e chiedeva che il Partito non avvilisse o non strumatalizzasse le lotte operaie e sociali degli anni ’70, ma ne costituisse il supporto politico. Dopo il delitto Moro e il riflusso di inizio anni ’80, di fatto Tina Merlin si allontana dal Partito.

Eppure, per il partito fece una lunga esperienza in Ungheria?
Nei mesi tra l’autunno ’67 e la primavera ’68 fu in Ungheria per lavorare alla radio del partito comunista. Dai suoi scritti si capisce la volontà di trasmettere come nell’esperimento di instaurazione del socialismo alcune cose funzionassero: le donne, per esempio, potevano lavorare perché c’erano reti di assistenza, come gli asili. Del resto l’indipendenza e la libertà della donna Tina l’ha sempre avuta fissa, fin da ragazza. E’ un concetto abbastanza comune per le donne di quella generazione che non volevano ripetere le esperienze di lavoro nei campi e la dipendenza totale dai mariti delle loro madri.

Donna contro, difficile, scomoda. Ha ancora senso definire così Tina Merlin?
Caratterialmente non era facile, anzi. A volte era insolente, collerica, strappava i pezzi dei colleghi che secondo lei non andavano bene. Era integerrima e intransigente dal punto di vista morale. Una rigidità da cui non deroga, al di là della convenienza politica. E’ come se avesse un codice morale da osservare che le derivava dalla Resistenza, dalle azioni di quel periodo e dai conseguenti rischi e responsabilità.

Tuttavia non era solo questo, immagino
No, certo, l’altro aspetto è che dietro la scorza,c’è l’umanità, c’è la madre tenerissima e preoccupata nel periodo della gravidanza, c’è il legame solido e forte con la famiglia di origine, con il marito e con i pochi ma fedelissimi amici. Ma anche quello di una donna sempre molto in sintonia con i giovani, incapace di vantarsi di alcun ché. Tanto meno di essere stata tra le protagoniste del Vajont. Anzi, non lo diceva a nessuno, mai si è posta come “quella del Vajont” con i colleghi, né con i conoscenti o compagni di partito. E poi le piaceva moltissimo viaggiare. Per Tina viaggiare significava fare amicizie che poi curava e manteneva nel tempo con rapporti epistolari.

Giorgio Lago definì Tina Merlin come l’antidoto, la coscienza, il giornalista forte che a costo di emarginazioni e querele sa essere nel momento giusto quello che deve essere, cioè il cane da guardia sul potere. Quanto è attuale questa definizione?
Dovrebbe essere molto attuale, il giornalista dovrebbe controllare il potere. Dovrebbe lavorare sui contenuti, non solo sulle citazioni.

Eppure proprio Tina innovò molto il giornalismo di allora. Fu tra le prime a utilizzare le fonti orali.
Certo, ma lei andava in giro e verificava le fonti, la bontà della notizia. Oggi si riporta quanto passato dalle agenzie e quello che viene scritto un giorno cancella quanto pubblicato il giorno prima. A furia di notizie non verificate, che si accumulano e si azzerano, l’informazione fa il gioco del potere, perché confonde, fa diventare tutto equivalente e non aiuta a capire e a prendere posizione. Mentre per Tina il fatto, la descrizione senza commenti, servivano a denunciare realtà taciute e a trasformare l’informazione in uno strumento per fare politica.

Chi, oggi, assomiglia a Tina Merlin?
Non c’è più un giornalismo di inchiesta, tranne rare eccezioni. Inoltre gran parte del dibattito si è trasferito dai giornali alla televisione. Forse Milena Gabbanelli, su argomenti specifici, ha in parte la forza e il coraggio di Tina Merlin. Poi, c’è Corradino Mineo che, pur nella divulgazione, punta all’approfondimento così da mettere lo spettatore nelle condizioni di comprendere anche le questioni più complesse.

Quanto è stato difficile scrivere il libro?
La stesura ha richiesto un mese e mezzo, ma su alcuni argomenti, come il Vajont, è stato difficile non ripetere quello che hanno scritto in tanti e, soprattutto, è stato difficile non interpretare Tina, né commentarla. Volevo solo che si conoscessero le sue vicende, per come lei le aveva vissute, e questa è una scelta che ho fatto fin dall’inizio. Lungo poi è stato il lavoro di consultazione degli archivi, da quelli privati, del partito comunista, a quelli pubblici della Provincia, delle fonti giornalistiche. Come è stato necessario e importante ascoltare le testimonianze orali di colleghi giornalisti, leggere i testi dei discorsi di Tina o le centinaia di lettere che scriveva, soprattutto per ricostruire e contestualizzare talune vicende per sopperire ai vuoti documentali.

Adriana Lotto, “Quella del Vajont. Tina Merlin una donna contro”, Cierre Edizioni, prefazione di Toni De Marchi – euro 14,50, pagg 211

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venerdì 23 dicembre 2011

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 martedì 03 gennaio 2012

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