La Storia

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Come due bombe H

La lunga storia del Grande Vajont durò 38 anni e finì in un momento. 
Tutto inizia nel 1925 da un’idea di Semenza. Primo progetto nel ’29 

Da dove si parte per raccontare la storia di una tragedia infinita? Dal momento in cui tutto, in pochi minuti, finisce: l’esistenza di interi paesi, la vita di duemila persone. In pochi attimi vengono cancellati sogni, speranze, progetti di una intera comunità. E allora partiamo da quel 9 ottobre 1963. Perché quella data è l’alfa e l’omega, è l’ora, il minuto che racchiude come in un’esplosione il senso assurdo di una vicenda iniziata decenni addietro. La potenza di due bombe atomiche deflagra in un attimo sopra Longarone. Si spezzano gli ultimi fili che legano la frana alla montagna. Quel giorno si compie il disastro annunciato. Il livello del lago è a quota 700,42. Duecentosessantasei milioni di metri cubi precipitano nel lago alla velocità di 100 chilometri all’ora che provocano un’onda di 50 milioni di metri cubi. L’acqua risale a 200 chilometri all’ora fino a 230 metri sopra il livello del lago.
L’onda si divide in due: da una parte risale lungo il versante opposto alla diga, distruggendo le frazioni più esposte di Erto; l’altra, di 25-30 milioni di metri cubi, supera la diga per un’altezza tra i 100 e 200 metri e si abbatte nella forra del Vajont avventandosi poi su Longarone, Villanova, Rivalta, Pirago, parte di Codissago, Faè e altre frazioni. I morti accertati sono 1910 di cui 1450 a Longarone, 111 a Castellavazzo, 158 a Erto, 54 nei cantieri della diga, 137 in altri luoghi. Feriti pochi: 95 i lievi, 49 i gravi, 2 i gravissimi. 1464 morti furono sepolti nel cimitero di Fortogna, dei quali solo 704 identificati. La storia del «Grande Vajont», cioè il sistema di dighe, bacini e centrali Piave-Boite-Maè-Vajont, finisce in un incubo.

Ma è storia complessa e antica. L’inizio risale al 1925 quando Carlo Semenza inizia a pensare a una utilizzazione sistematica del torrente Vajont. L’ipotesi è quella di una diga all’altezza del ponte di Casso. Il geologo Giorgio Dal Piaz sostiene invece la scelta della zona del ponte del Colomber. Idea che si concretizza il 30 gennaio 1929, quando la Società idroelettrica veneta, filiazione della Sade, presenta il primo progetto di una diga ad arco presso il ponte di Casso, alta 130 metri, invaso di 33,6 milioni di metri cubi. Nel 1937 ecco il progetto esecutivo di Semenza: la diga risulta spostata al ponte del Colomber, l’altezza è di 190 metri, l’invaso di 46 milioni di metri cubi. Meno di due anni dopo, il 18 gennaio 1939, nasce la prima idea del «Grande Vajont»: sbarramenti del Boite a Vodo di Cadore, e del Piave a Pieve. Il 22 giugno 1940 la Sade (sempre Semenza) presenta domanda per unificare i progetti e le domande precedenti su Boite-Piave-Vajont. Si prevedono una diga a Vodo (700 mila metri cubi), una a Pieve di Cadore (50 milioni), una sul Vajont (50 milioni). L’altezza della diga del Vajont viene portata a 200 metri. Sarà una coincidenza, ma è proprio il 15 ottobre 1943, con il Re in fuga e lo Stato allo sbando, che il Consiglio superiore dei Lavori pubblici trova il tempo di riunirsi e approvare. Decisione tuttavia illecita per la mancanza del numero legale. Ma decisione poi ratificata il 2 marzo 1945 e il 5 agosto 1946, nella vicinanza di date altrettanto cruciali. La concessione definitiva arriva il 24 marzo 1948.
Il 15 maggio 1948, ecco il progetto esecutivo del «Grande Vajont». Con significative modifiche: la derivazione dal Boite viene spostata a Valle di Cadore (il bacino sale 4,260 milioni di metri cubi). Il serbatoio di Pieve sale a 64,3 milioni. La diga del Vajont sale a 202 metri, massimo invaso a quota 679, capacità di 71,4 milioni di metri cubi. Nuova diga in val Gallina per un serbatoio di regolazione di 6,9 milioni di metri cubi. Il sistema fa riferimento alla centrale di Soverzene, potenza nominale di 97.287,45 kw.
Ma non è finita. Nell’ottobre del 1948, Semenza chiede al geologo Dal Piaz il parere sull’ipotesi di elevare il livello del serbatoio da quota 677 a 730. La diga salirebbe a circa 300 metri, per un invaso di 340 milioni di metri cubi. Dal Piaz è sconcertato: «Le confesso», scrive a Semenza, «che i nuovi problemi prospettati mi fanno tremare le vene e i polsi».Il 13 dicembre 1950 arriva l’approvazione del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, il 18 dicembre 1952 il decreto presidenziale. Intanto i lavori procedono. Tra il settembre 1950 e il gennaio del 1953 vengono ultimate e collaudate le dighe di Pieve di Cadore, Valle e Val Gallina. Manca all’appello il «cuore» del sistema, il Vajont. Ma si procede spediti. Alla metà del 1956 Semenza decide tra le diverse ipotesi allo studio: massimo invaso a quota 722,50, coronamento della diga a 725,50, altezza 263,50, capacità utile 175 milioni di metri cubi.
Nel gennaio 1957 iniziano i lavori senza che ci sia ancora l’autorizzazione. Del resto, gli espropri erano già in atto dal 1948: riguarderanno alla fine 170 abitazioni e 3000 ettari sui 5222 del territorio comunale. La comunità di Erto è già colpita, senza terre e senza case molti ertani emigrano.
La storia della diga è la storia di continue varianti, subito autorizzate, e anche di controlli mancati, di relazioni ingannevoli e false da parte della società idroelettrica, come emergerà al processo. Il 31 gennaio 1957 la Sade presenta domanda di varianti alla concessione delle acque del Vajont per il sistema del «Grande Vajont». Solo il 2 aprile 1957 la Sade presenta il progetto esecutivo: altezza diga 266 m., massimo invaso a quota 722,50, capacità di 168.715.000 metri cubi. Il 15 giugno 1957 il Consiglio superiore Lavori pubblici approva, anche se manca la relazione geologica definitiva, che verrà inviata tre mesi dopo. Il 17 luglio 1957 arriva la immancabile autorizzazione provvisoria ai lavori della diga, che erano già iniziati. Ma incominciano gli allarmi. Nel luglio 1957 la Sade commissiona indagini al geotecnico Leopold Muller che evidenza un «forte pericolo di frana» in sponda sinistra. Nessuno se ne meraviglia, tanto che il 13 marzo 1958 lo Stato decide un primo contributo di 1.419.090.000 lire (30% della spesa riconosciuta soggetta a contributo). Nell’aprile viene nominata la commissione di collaudo del Consiglio superiore Lavori pubblici. Il 30 gennaio 1959, decreto interministeriale di concessione delle varianti richieste. I lavori erano già iniziati nel gennaio 1957.
Se Muller aveva già individuato un pericolo di frana, il 22 marzo 1959 il campanello d’allarme suona più forte che mai in val Zoldana, dall’altra parte della valle del Piave, su uno degli impianti del «Grande Vajont». Tre milioni di metri cubi cadono nel bacino di Pontesei provocando un’ondata di 20 metri e la morte di un operaio, Arcangelo Tiziani. Le dinamiche sono le stesse che provocheranno, qualche anno dopo, il disastro del Vajont.
Si preoccupano anche gli ertani. Il 3 maggio 1959, si costituisce il Consorzio per la difesa e la rinascita della valle ertana. Ne fanno parte i capifamiglia. Tina Merlin ne fa il resoconto sull’Unità in un articolo che esce il 5 maggio («La Sade spadroneggia ma i montanari si difendono»). Viene denunciata per «diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico», verrà assolta nel novembre 1960. La sentenza riconosce l’esistenza del pericolo. Ma lo si ignora. Tanto che nel febbraio 1960 iniziano gli invasi sperimentali. Proseguono anche le indagini geologiche. Edoardo Semenza, figlio di Carlo, individua nel giugno del 1960 una grande frana di epoca preistorica e avvisa del pericolo di cedimenti. Il materiale in movimento viene calcolato in 50 milioni di metri cubi.
Ma si va avanti. Nel settembre del 1960 sono completati i getti di calcestruzzo. Il secondo campanello di allarme suona ancora più forte il 4 novembre 1960: 800 mila metri cubi cadono nel bacino provocando un’alta ondata. Carlo Semenza propone la costruzione di un by-pass per garantire, in caso di ulteriore frana, il collegamento tra le due parti nelle quali sarebbe rimasto diviso l’invaso.
Siamo nel febbraio del 1961. Muller, incaricato di studiare meglio la situazione dopo la relazione di Edoardo Semenza, individua una massa di frana di 200 milioni di metri cubi.
Nella sua relazione (XV Rapporto alla Sade) scrive che non c’è modo di tenerla sotto controllo, essendo i possibili teorici rimedi (provocare con esplosivo la caduta della frana a pezzi, cementare il versante, costruire reti estese di drenaggio, ed altro) o eccessivamente costosi o tecnicamente improponibili. L’unico possibile rimedio sarebbe dunque abbandonare il progetto, ma la Sade non ci sente: gettare la spugna avrebbe probabilmente comportato il blocco di tutto il progetto e indagini anche sugli altri impianti collegati. Una prospettiva improponibile, per la Sade, tanto più che ormai si va verso la nazionalizzazione. Bisogna arrivare al collaudo. Eppure, gli allarmi continuano più forti. Edoardo Semenza: «Con rapido abbassamento del livello del lago sono da aspettarsi i movimenti più forti». Carlo Semenza: «Mi trovo di fronte a una cosa che per le sue dimensioni mi sembra sfuggire di mano». Dunque, si va avanti. Nell’ottobre 1961 c’è l’ultima visita al Vajont della Commissione di collaudo.
Sempre in ottobre muore Carlo Semenza (gli subentra Alberico Biadene) e nell’aprile dell’anno dopo anche Giorgio Dal Piaz.
Nel gennaio del 1961 Augusto Ghetti, luminare del dipartimento di idraulica dell’Università di Padova, ottiene l’incarico dalla Sade di eseguire delle prove di laboratorio su cosa potrebbe accadere al Vajont. Perché si sa che la frana cadrà, prima o poi. Ghetti, in una lettera alla Sade, consiglia di evitare di eseguire i test all’Università o in un luogo accessibile a estranei. Così si sceglie Nove di Fadalto, zona Sade ben sorvegliabile e chiusa. «La quota di 700 metri può ritenersi di assoluta sicurezza», conclude Ghetti nel luglio del 1962. Ma nelle simulazioni si «sbagliano» velocità di caduta e compattezza del materiale. I risultati vengono tenuti segreti. Usciranno solo alcuni giorni dopo il disastro grazie a Lorenzo Rizzato, all’epoca tecnico disegnatore dell’Università di Padova, che li sottrae per alcune ore e li passa alla stampa. Venne arrestato, poi assolto per insufficienza di prove.
Intanto da anni si parlava di nazionalizzazione dell’energia elettrica, che arriva nel dicembre del 1962. E proprio in concomitanza viene messa in attività la centrale del Colomber (che fa parte dell’impianto), ancora una volta senza autorizzazione, per poter mostrare che l’impianto è già in esercizio. Tra marzo e luglio 1963 la Sade e i suoi impianti vengono trasferiti all’Enel. Tutto il personale Sade diventa così personale Enel. Nel settembre 1963 si invasa, arrivando fino a quota 710 (ben sopra quella indicata da Ghetti come quota massima di sicurezza). Il programma prevede di procedere fino a quota 715. Il collaudo deve avvenire. Ma subito riprendono i franamenti, gli smottamenti, le scosse. Si va verso il tragico epilogo, ma in condizioni di forte allarme. Il primo ottobre 1963 la situazione di rischio è tale che si decide uno svaso veloce per ritornare sotto quota 700. Ma la frana accelera ancora. L’8 ottobre 1963 viene diramato l’ordine di sgombero delle frazioni sotto il Toc. Si accelera freneticamente lo svaso per portarsi sotto la quota di sicurezza indicata da Ghetti. Biadene scrive in una nota: «Che Iddio ce la mandi buona».
                                          Il 9 ottobre cade il Toc.
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