Su di lei…

17 dicembre 2016
Una piazza a Bologna ricorda Tina Merlin
Il quartiere Savena onora l’impegno civile della giornalista

targa1targa2targa3

targa4targa5Un filo rosso unisce Belluno e Bologna. L’impegno di chi, con forza e coraggio, combatté per garantire la libertà e per far emergere, sempre e comunque, la verità. Un impegno che caratterizzò tutta la vita della giornalista, scrittrice e partigiana bellunese Tina Merlin, a cui sabato è stato intitolato un piazzale nel quartiere Savena, a Bologna, fra via Firenze e via Corrado Mazzoni.
Un’iniziativa voluta dal consiglio di quartiere uscente di Savena, che ha proposto questa sua idea alla giunta comunale, ottenendo risposta positiva. A marzo di quest’anno la delibera che ha dato l’ok all’intitolazione e sabato il taglio del nastro del piazzale dedicato alla Merlin. «Il tutto è nato spontaneamente dal consiglio di quartiere, che ci ha contattato a settembre, in particolare nella persona di Edoardo D’Alfonso Masariè, originario di Cibiana, presidente uscente del quartiere bolognese», fa presente Adriana Lotto, alla guida dell’associazione culturale Tina Merlin, presente all’inaugurazione a Bologna insieme al figlio della nota giornalista, Toni Sirena. «Il piazzale intitolato alla nostra concittadina si trova vicino alle scuole e al parco dedicato a Renata Viganò, altra scrittrice e partigiana italiana. Due donne, due partigiane, dunque».
La cerimonia si è tenuta anche alla presenza dell’assessore del Comune di Bologna Virginia Gieri e di Marzia Benassi, presidente del consiglio di quartiere Savena, oltre a rappresentanti dell’Anpi bolognese. «Nei discorsi ufficiali sono stati sottolineati la forza, l’impegno e la determinazione con cui la Merlin si è mossa in tutti gli ambiti», aggiunge la Lotto. «Ma non i è mancato il ricordo del legame che già lega Belluno e Bologna. Nel capoluogo, infatti, il parco cittadino è intitolato proprio alla “Città di Bologna”, per ricordare 17 partigiani bolognesi (tra loro anche due ragazzi ravennati) che furono uccisi negli scontri con i tedeschi».
Furono difatti circa 120 i partigiani che, tra l’inverno del 1943 e l’estate del 1944, si spostarono da Bologna alle montagne del Bellunese per combattere la guerra di Liberazione in un territorio che era sotto il controllo diretto del Terzo Reich. «L’intitolazione del piazzale è solo il primo passo di una serie di iniziative che verranno portate avanti nella città capoluogo dell’Emilia Romagna», dice ancora la Lotto. «Saranno coinvolte le scuole, a cui si proporranno percorsi didattici sulla Resistenza e sui fatti del Vajont».
Ma il prossimo anno ci sarà anche una novità per Belluno: l’Istituto comprensivo 2, la cui segreteria ha sede nella scuola media Nievo, sarà intitolato alla Merlin. A dare il via libera, quest’estate, è stata la giunta comunale, dopo la richiesta fatta dal consiglio di istituto e dalla dirigente, Bruna Codogno. Il nome della Merlin è stato scelto, tra gli altri proposti, per il suo forte legame con la terra d’origine e in quanto costituisce un esempio di donna coraggiosa e tenace, che ha saputo sostenere le proprie idee in difesa dei più deboli, denunciando i soprusi e le prevaricazioni che poi portarono al disastro del Vajont. La cerimonia di intitolazione si svolgerà nella primavera 2017.
di Martina Reolon ( Corriere delle Alpi martedì 20 dicembre 2016)

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La sezione dell’ANPI “La Spasema” della sinistra Piave a Limana (Belluno) ha voluto ricordare Tina Merlin sulla maglietta della loro sezione.
Info: e.mail- raffaeladattilo@gmail.com o cell. 3881275466

magliettaTina_anpi

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dedicato a Tina uno dei racconti di
cantalamappa_big

(…) Pensiamo ai nazionalismi nascenti e crescenti, e nel libro si potrà leggere che ci sono “micropaesi che nascono per scherzo e altri per protesta, per attirare turisti, o per avere leggi nuove, per ingannare qualcuno o per vendere francobolli”, così come forte sarà anche il tema della de-responsabilizzazione e della colpa sempre degli altri. Tema che sarà incentrato sulla tragedia del Vajont, dove il “monte Toc metteva in guardia dal pericolo, da quelle parti toc vuol dire pezzo e patoc vuol dire marcio. Tu la costruiresti una diga sotto un monte marcio che cade a pezzi?”.
Ed il processo di de-responsabilizzazione vorrà come giustificazione il sentir dire “non è mica venuta giù la diga ma la montagna, quindi è colpa della montagna” in un Paese dove spesso tutti si dimenticano delle cose brutte che hai fatto, basta dire che facevi finta, ma è anche un Paese ove “finché non arriva un Dolcino, non arriva una Margherita che dice “no non deve andare così, i prepotenti non possono passarla sempre liscia. Tutti insieme possiamo farcela e costruire un mondo dove queste cose non accadranno più”. (…)

Marco Barone

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Omaggio a Tina Merlin
di Edizioni Colophonarte

Tina Merlin
LE STAGIONI SULLA MARTENIGA

con opere di
Graziella Da Gioz
a cura di
Nicoletta Comar
e
Maurizio Mannoni

stagioniMartenigaTina Merlin

Non ho conosciuto di persona Tina Merlin e devo ammettere che sino ad oggi non ne conoscevo tutta la produzione letteraria. Conoscevo naturalmente il suo lavoro giornalistico, esemplare per tutti noi, al quale sempre guardavo con un misto di ammirazione e di incredulità……

Maurizio Mannoni

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Dello sguardo e dell’ombra

Il libro d’arte Le stagioni sulla Marteniga è l’occasione di un incontro a distanza tra due donne: Tina Merlin, contadina, partigiana, giornalista, scrittrice, e Graziella Da Gioz, pittrice. Nonostante la ricorrenza del ventennale dalla morte di Tina Merlin, per Le stagioni sulla Marteniga Graziella Da Gioz non ha lavorato sulla memoria: «Ho voluto lavorare sullo sguardo di Tina sul paesaggio, un paesaggio molto simile a quello in cui sono cresciuta io, il corso d’acqua, il bosco, il prato»…..

Nicoletta Comar

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stampato in 150 esemplari segnati
da
1/150 a 150/150
3
copie d’obbligo
Il testo riproduce il primo e l’ultimo capitolo de

La casa sulla Marteniga
edito da Cierre Edizioni, Sommacampagna
2001
che gentilmente ne autorizza la presente ristampa
Gli esemplari dal numero
1/150 al 50/150
vengono arricchiti da un pastello originale di
Graziella Da Gioz
con una incisione a ceramolle e puntasecca
per gli esemplari
dal numero
1/150 a 100/150
realizzata presso la
Stamperia Busato di Vicenza
Testi composti in Dante c
14
da Rodolfo Campi
impressi su Amatruda di Amalfi da
200 g
da Tipoteca Italiana Fondazione
sotto la direzione di Silvio Antiga
Legatura di Sandro Francescon
Ogni esemplare reca il timbro a secco dell’editore
Finito di stampare per conto di
Edizioni Colophon di Belluno
nel giorno di San Martino dell’
a.d. 2011
Esemplare n.

Edizioni Colophon Via Torricelle 1 – Belluno
Tel:0437 941480 – Cell 3356751854

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Quarto d’Altino (Venezia) 16 aprile 2015

Intitolazione del Centro culturale a Tina Merlin

Quarto D’Altino è un Comune in provincia di Venezia bagnato dal fiume Sile,
attraversato da molti canali, affacciato ai bordi della laguna.
Nel 2015 sono terminati i lavori di costruzione di un nuovo centro culturale,
con annessa biblioteca pubblica: l’interno del vecchio municipio era stato
ristrutturato per questo scopo. A chi intitolare il nuovo centro? L’
Amministrazione comunale, guidata dalla sindaca Silvia Conte, ha lanciato una
proposta: che il nome sia di una donna e che sia di una donna che è stata
significativa per il territorio. Non ha deciso, la sindaca, dalla stanza dei
bottoni. Ha invitato le cittadine e i cittadini a proporre un nome per fornire
alla toponomastica locale il richiamo alla memoria di figure femminili. Sempre
poco rappresentate in vie e piazze.
Alla fine, il nome prescelto è stato quello di Tina Merlin: a lei è stato
intitolato il centro culturale altinate.
“Considerata l’assenza del richiamo alla memoria di figure femminili nella
toponomastica altinate – ha spiegato Silvia Conte – abbiamo voluto
invitare le cittadine e i cittadini di Quarto d’Altino a suggerire figure
femminili che si siano distinte per le loro scelte o la loro azione e che
potessero per questo fungere da esempio per tutta la comunità: la figura di
Tina Merlin è sicuramente un esempio significativo di donna che ha saputo
distinguersi per la sua indipendenza rispetto ai poteri forti, l’impegno civico
e ambientale, e che richiama ancora oggi l’importanza della cittadinanza attiva
e vigilante come anche del ruolo della cultura e dell’informazione.”
Le motivazioni parlano di “una donna di straordinaria tenacia e libertà
intellettuale, che seppe comprendere in anticipo sui tempi il valore della
salvaguardia del territorio e l’importanza della protezione ambientale. La
memoria del suo comportamento contribuisce a far sì che nel nostro Comune, in
cui l’acqua ha un valore fondamentale, non si smarrisca il legame con il fiume,
con i molti canali che irrigano la terra, con i principi di libertà che Tina
Merlin ha sempre invocato e praticato” (Enrico Cerni) e di “una donna che ha
lottato con caparbietà e ostinazione per mettere in luce la verità sul disastro
ambientale e umano della diga del Vajont. Una donna coraggiosa, in un mondo
dominato da uomini, che ha denunciato che gli interessi economici prevaricano
qualsiasi altro sentimento” (Rosanna Carrettin).
A partire dall’intitolazione del centro culturale, il Comune ha promosso un
calendario ricco di iniziative per ricordare l’esempio di Tina Merlin. 

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Trichiana 06 dicembre 2013

Intitolazione Palazzo delle Mostre e conferimento Premio “S.Felice” a Tina Merlin

“Era da tempo che pensavamo come rendere omaggio a Tina Merlin, una concittadina che ha lasciato indubbiamente il segno nella storia della nostra comunità, coraggiosa giornalista e scrittrice, che mi auguro riceverà dalla comunità di Trichiana il giusto riconoscimento per la sua opera, sociale culturale, di coraggiosa sostenitrice della verità e della giustizia.”
Giorgio Cavallet Sindaco di Trichiana

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Trichiana 6 dicembre 2013

IL CONSIGLIO COMUNALE

Con voti unanimi favorevoli espressi in forma palese

 D E L I B E R A

di approvare l’intitolazione del Palazzo “Mostre” ubicato in P.zza Toni Merlin a Trichiana, alla concittadina Tina Merlin nata a Trichiana il 19 agosto 1926 e deceduta a Belluno il 22 dicembre 1991, per le motivazioni evidenziate, dando atto che d’ora in avanti detto edificio sarà identificato come Palazzo “Tina Merlin”.

Motivazioni
il ruolo di grande valore civile che la concittadina trichianese Tina Merlin ebbe nel denunciare alcune realtà omesse sulla costruzione della diga, subendo in prima persona le conseguenze, anche giudiziarie, della sua caparbia ricerca della verità; la doverosità di tributare a Tina Merlin la riconoscenza dell’intera Comunità per la sua attività professionale, vissuta come servizio, e di consegnare alle memoria delle future generazioni l’importanza dell’impegno nella difesa del supremo interesse pubblico, che non deve essere secondo a nessun interesse privato; la collocazione del Palazzo cosiddetto delle “Mostre”, situato in piazza Toni Merlin, che può ergersi a luogo simbolico all’interno della Comunità, per la sua posizione centrale e per le numerose attività culturali e associative che vi trovano sede, e che, quindi, potrebbe essere opportunamente intitolato alla concittadina Tina Merlin.

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Martedì 25 febbraio 2014
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Intitolazione Campus Universitario a Tina Merlin

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IL CONSIGLIO COMUNALE
Premesse

Il campus universitario di Feltre, in Via Borgo Ruga, sede delle attività di ricerca della Fondazione per l’Università e l’Alta Cultura della Provincia di Belluno, dell’Istituto Enaip, della Casa dei Beni Comuni e dei Laboratori di cittadinanza, è ancora senza una denominazione ed è intenzione dell’Amministrazione proporre una intitolazione che sia in linea con i criteri individuati dalla norma ovvero la tutela della storia toponomastica del Comune e del territorio e, nel caso intitolazione ad una persona, l’individuazione preferibilmente di nomi di personaggi, o categorie di persone, che si siano distinte in campo civile, professionale od artistico, di cui si intende onorare e perpetrare la memoria.
A questo proposito il 9 ottobre prossimo ricorre l’anniversario della “strage” del Vajont, evento che ha segnato la storia non solo provinciale visto che è stato riconosciuto dall’ONU nel 2008 come il più grande disastro ambientale della storia,«esempio del fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere il problema che tentavano di risolvere». Il Comune di Longarone, nel richiamare l’attenzione generale sulla prossima 50^ ricorrenza, ha auspicato che tutti gli Enti Locali della Provincia colgano questa circostanza per un consolidamento della memoria del Vajont, titolando un Bene Comunale al ricordo di questa vicenda. L’Amministrazione di Feltre condivide questo appello con convinzione ed intende titolare il proprio Campus Universitario a chi, meglio di tutti, ha saputo interpretare, dare senso e significato alle vicende del Vajont: Tina Merlin resistente, giornalista, scrittrice.
Motivazioni
A Tina Merlin
Per il suo coraggioso impegno civile, per i suoi preziosi scritti e per la sua testimonianza di vita coerente ed intransigente verso i fondamentali principi di libertà ed eguaglianza; per aver denunciato con indignata precisione quello che accadde intorno al Vajont prima e dopo l'”olocausto”; per aver dato parola a chi non l’aveva, per aver rivendicato con determinazione la dignità delle nostre comunità e portato l’attenzione generale sulla complessità, durezza e bellezza di vivere e lavorare in queste montagne; per aver anticipato le più attuali e necessarie consapevolezze che non può esistere giustizia sociale se non vi è giustizia ambientale e che ambedue non possono consolidarsi se non c’è democrazia reale. Per questi valori sociali e culturali l’Amministrazione Comunale di Feltre ritiene Tina Merlin la figura che meglio e più credibilmente può rappresentare unitariamente sia le finalità formative proprie delle attività di ricerca sulla sostenibilità ambientale dei corsi e master universitari che gli innovativi obiettivi di democrazia di cittadinanza del processo partecipativo “La Casa dei Beni Comuni”, iniziative che si svolgono nelle strutture del campus di via Borgo Ruga.

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49° anniversario del Vajont

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“Con l’intitolazione della aula magna della scuola media “Gonzaga” abbiamo colmato una lacuna dedicando un luogo molto significativo alla figura di Tina Merlin. Una donna coraggio che ha lanciato attraverso le pagine de L’Unità il suo grido d’allarme sulle conseguenze della costruzione della diga del Vajont in quella valle. Un grido che maledettamente non è stato ascoltato. L’amministrazione comunale di Longarone ha dunque voluto riconoscere l’impegno della giornalista bellunese attraverso un’iniziativa che ha coinvolto la scuola e l’Associazione culturale Tina Merlin dando vita ad una giornata dalle forti emozioni. Ringrazio, in particolare, la professoressa Adriana Lotto, per aver descritto ai ragazzi i tratti salienti di Tina dal suo ultimo libro a lei dedicato, il figlio Toni, che ha scoperto con me la targa e tutti i presenti che hanno voluto condividere con noi questo momento inserito tra le celebrazioni del 49. Anniversario del disastro del Vajont. Quest’anno a caratterizzare le celebrazioni sono stati il ricordo e la gratitudine, due valori inestimabili e quest’iniziativa si è inserita perfettamente in tale contesto. Riteniamo doveroso aver ricordato Tina con una targa a perenne memoria perché si possa comprendere ancor di più ciò che lei ha fatto per la nostra comunità lottando a fianco dei nostri cittadini in diversi momenti della sua vita. La sua esperienza è ancora di esempio per tanti giovani”.

Roberto Padrin
Sindaco di Longarone
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QUELLA DEL VAJONT
Tina Merlin, una donna contro
     

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Adriana Lotto
prefazione Toni De Marchi

 Il ricordo di Toni De Marchi, giornalista (tratto dal libro)

“Toni, chiama Tina Merlin all’Unità. Cerca collaboratori per la pagina del Veneto”. Franco Donati, il segretario della sezione di Cannaregio del Pci di Venezia, mi telefonò una mattina all’inizio del 1975. Non so se fu più lo stupore o la gioia, e mi ci volle un bel po’ per riprendermi. Facevo il ferroviere senza nascondere a nessuno che mi immaginavo un futuro da giornalista. Ma che l’entrata potesse addirittura essere attraverso quel giornale così importante, così amato da tanta gente certo non l’avevo mai neppure sognato. Non sapevo chi fosse Tina Merlin, se non per aver visto qualche volta la sua firma sulle pagine de l’Unità. Mi stupii però che cercasse collaboratori chiedendo ai segretari di sezione. Mi immaginavo il solito gioco del “chi conosce chi”: esisteva anche trent’anni fa.

Dal primo incontro con Tina, qualche giorno dopo, uscii senza un’opinione precisa su di lei. Ricordo di essermi sentito intimidito ma anche rassicurato. Fu un colloquio abbastanza breve ma ebbi la sensazione che dietro quelle poche parole che scambiammo ci fosse una persona vera.

Sensazione che si confermò nelle settimane successive, quando mi assegnò i primi incarichi. Piccole cose, come sempre succede. Il primo vero articolo, con firma e un bel titolo su tre colonne di taglio basso, era una storia di bollette dell’Enel gonfiate. Credo l’abbia stracciato almeno un paio di volte, forse tre, facendomelo riscrivere ogni volta. E fu l’inizio di un lunga serie di fogli finiti nel cestino. Erano cartelle  a righe gialle, con la carta copiativa. Gli urli più forti erano per quando non si rispettavano i rigaggi. Anni dopo, quando mi trovai a fare il suo lavoro in altri giornali, capii quanto avesse ragione e quanto mi fossero servite quelle lavate di capo. Che non tutti i compagni della redazione apprezzavano. Anzi.

Anche se Tina non ne parlava mai, con il passare dei mesi cominciai a conoscere un po’ della sua storia: il Vajont, certamente, il periodo ungherese, la guerra. Dei suoi giorni da staffetta partigiana me ne parlò per primo Fiorello Zangrando, un giornalista de Il Gazzettino, anche lui bellunese. Mi sorprese non tanto la storia in sé, certo bellissima in quegli anni in cui la guerra partigiana era ancora un mito della nostra esperienza quotidiana, ma il fatto che a parlarmene non fosse stata lei.

In quei tre anni che rimasi a collaborare alla redazione veneziana, Tina si trovò più di una volta al centro di polemiche e di contestazioni provenienti dal Pci, ma anche dall’interno dell’Unità. Non ne sapevo molto, non facevo vita di partito, tanto meno conoscevo le dinamiche del giornale. Ma erano anni di giovani leoni arrembanti e spesso feroci, anche se i riti del partito mettevano la sordina a tutto. Non ne quasi parlava mai, ma era evidente la delusione più ancora che l’incazzatura. Lei era il vecchio che andava cancellato, demolito. Forse fu un passaggio necessario, ma molte ipocrisie, molte ambizioni carrieristiche erano evidenti e questo credo le pesasse più di tutto.

Difendeva il suo e il nostro lavoro con una tenacia ammirevole. Si batteva per noi collaboratori. Un’altra lezione che ho sempre avuto presente nella mia vita professionale. Mi fece avere anche un fisso mensile: 30 mila lire. Era come una promozione per me, che continuavo comunque a fare il ferroviere. Ad un certo punto da Milano (allora c’erano due Unità, quel del nord e quella romana, con due direttori: eredità della storia) ci fecero sapere che avrebbero fatto delle assunzioni nelle sedi regionali. Petruccioli, il direttore milanese, mi disse di licenziarmi dalla ferrovia. Entro due mesi, promise, sarei stato assunto all’Unità. Tina mi consigliò prudenza, di non licenziarmi, di prendere un’aspettativa. Ebbe ragione lei: la promessa rimase tale. Un giorno stavo per entrare nella stanza della redazione quando la sentii litigare al telefono. Parlava di me, di noi, della vita delle persone con cui non si deve giocare. Dall’altra parte c’era qualcuno del giornale, non so chi. Era evidente che la promessa di Petruccioli sarebbe rimasta tale.

Anni belli e importanti, e non solo perché ero giovane. In redazione con noi oltre a Tina c’era anche Michele Sartori che per i suoi articoli viveva un vita da braccato, prima dai fascisti, poi dagli Autonomi padovani. Un altro mito, per me che facevo le tranquille cronache dal Comune di Venezia.

Per molto tempo, e ancora oggi, quegli anni con Tina mi sono serviti a costruirmi il mio piccolo pedegree, soprattutto con i colleghi più giovani. “Il mio primo capo è stata la Merlin, Tina Merlin” racconto qualche volta. “Sapete, quella del Vajont”, aggiungo per i ragazzi che vengono a fare gli stages dalle scuole di giornalismo e mi pare di diventare improvvisamente importante.

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Lavoro svolto sulla figura di Tina Merlin dalla classe 3aca del liceo ginnasio G.B. Brocchi di Bassano del Grappa, anno scol. 2011-2012

                                  Tina Merlin, partigiana, giornalista, scrittrice

Rappresentazione scenica

Il progetto a cui abbiamo partecipato prevedeva la scelta e poi l’approfondimento e l’interpretazione della vita di una delle donne che secondo noi hanno contribuito a migliorare il nostro paese.

Ciò che abbiamo ottenuto è un pezzo della storia italiana visto attraverso una personalità femminile non comunemente  conosciuta, come accade talvolta alle protagoniste femminili della storia.

La nostra scelta è ricaduta su Tina Merlin, nata a Trichiana nel 1926 e morta nel 1991. Noi l’abbiamo conosciuta tramite il suo libro autobiografico “La casa sulla Marteniga”, pubblicato postumo su sollecitazione di Mario Rigoni Stern, e altre fonti forniteci dall’insegnante, Antonella Carullo (  il libro di memoria e inchiesta “Sulla pelle viva”)

 Dalla lettura della sua autobiografia abbiamo ricavato spunti di riflessione ed episodi particolarmente significativi,  che l’insegnante con il nostro apporto ha  adattato per la scena attraverso la costruzione di un filo conduttore. Nel libro convivono due protagoniste narranti. Una è lei che ci racconta in prima persona la storia della sua vita dall’infanzia fino ai vent’anni. L’altra presenza è quella di lei adulta e scrittrice che ad un certo punto decide di guardare indietro, al passato, per valutare, criticare, commentare e anche fare un bilancio della sua stessa vita. Così anche noi abbiamo scelto di mantenere questa ambivalenza, selezionando persone diverse che interpretano sempre Tina, ma in età via via diverse. Proprio perché il filo conduttore è quello della strada che porta alla libertà, la cronologia dei fatti non è rispettata, ma si è seguito un percorso per tappe. Il rapporto con la madre, diversa da lei e per questo lontana ed estranea  a tutte le sue idee ed azioni, una donna piegata dal dolore, che non reagisce, che vive per ricordare e che semplicemente, nonostante gli sforzi della figlia, rimane indietro. E mentre la madre, a cui Tina vuole bene, che ammira, ma a cui non vuole somigliare, rimane prigioniera della sua condizione di vittima, Tina ha deciso di reagire alla paura che rende succubi, ha lottato per i suoi ideali e per la libertà: ha raggiunto l’indipendenza, anche dalla discriminazione di ogni tipo. Non ha mai sopportato di essere esclusa o sottovalutata perché donna o povera, è entrata nella Resistenza, la sua porta verso una nuova esistenza, ha fatto la staffetta partigiana e ha reagito dinanzi alle umiliazioni della condizione di serva, non rassegnandosi mai. Si è avvicinata alla politica e al giornalismo. E’ lei a denunciare la Sade, società Adriatica dell’Elettricità, un colosso economico e la sua diga sul Vajont, in Friuli, quando nessun altro ne aveva avuto il coraggio. Non verrà ascoltata. L’esito è noto, la distruzione del paese di Longarone.

Tina Merlin è una donna che vogliamo ricordare perché ci insegna il coraggio e la possibilità che ciascuno di noi ha, uomo o donna, di costruirsi, traendo energia e decisione dagli ostacoli. Costruendo se stessi, si costruisce una società

Oggi esiste l’Associazione Tina Merlin che ringraziamo per averci fornito le sue foto d’archivio, come ringraziamo la pittrice Graziella Da Gioz per averci offerto i suoi oli e i suoi disegni ispirati alla Casa sulla Marteniga  per lo sfondo.

l’ insegnante referente del progetto
Antonella Carullo

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                                      “TINA”

Liberamente tratto da “La casa sulla Marteniga” di Tina Merlin

Drammaturgia e Regia Alessandro Rossi – Assistente di laboratorio e voce fuori campo Silvia De Nes

 Si è concluso il 25 maggio 2012, il laboratorio condotto da Alessandro Rossi con gli allievi della Scuola Media “Gonzaga” di Longarone. Le classi terze B e C, su iniziativa del prof. Paolo Vendramini e della Prof.ssa Carolina Sacchet proporranno quest’anno lo spettacolo “Tina”, un lavoro sulla vita di Tina Merlin: partigiana, giornalista e scrittrice bellunese. Il lavoro in scena è liberamente tratto dal libro “La Casa sulla Marteniga”, autobiografa della stessa Merlin. Questo spettacolo, con regia e drammaturgia di Alessandro Rossi, conclude i tre anni di laboratorio teatrale presso la Scuola Media, che ha visto impegnati 41 ragazzi; lo spettacolo del terzo anno è sempre il più atteso poiché porta in scena un lungo percorso di lavoro teatrale.

Il lavoro “Tina” nasce da una profonda riflessione sulla perdita della memoria, intesa come memoria storica. Oggi più che mai risulta necessario, visti anche i recenti fatti di cronaca, provare a trasmettere ai giovani la memoria di quello che è stato. Tina Merlin, conosciuta ai più per il suo impegno giornalistico durante il periodo del Vajont, ha provato proprio a fare questo: “scrivere per far sapere, a quelli della propria epoca e a quelli che verranno dopo di noi, affinché il progresso non si fermi mai.”

 Ne è uscito uno spettacolo contemporaneo, intenso, essenziale e carico di significato sia da un punto di vista storico che formativo. Saranno “i ricordi, i pezzi di memoria” della stessa Merlin a prendere vita sul palco grazie a sette quadri immaginari, dal 1932 al 1963. Sette momenti fondamentali della vita di Tina Merlin, che si susseguiranno in una scena asettica… come se i ricordi fossero figurine da ordinare, guardare, riscoprire, accompagnati da una ricerca musicale precisa, che anno per anno scandisce il tempo che passa.

Tina Merlin scrive: “A pensarci bene, mi sembra impossibile che si possano ricordare fatti  e persone di quando si era piccoli. Eppure m’avviene spesso d’avere davanti agli occhi una scena, un lampo,un frammento di visione… La mia memoria , la mia vita.. sono tanti piccoli frammenti, tante figurine… e in quel ricordo ci sono tutti.”

 Il percorso laboratoriale messo in atto è stato piuttosto complesso per i ragazzi. Sono stati infatti chiamati, per la prima volta in tre anni, a candidarsi volontariamente per le parti “parlanti, solitamente assegnate dal regista. Questa scelta ha voluto mettere forzatamente i giovani attori di fronte alla responsabilità concreta del “voler fare teatro” e non di subire – se così si può dire – una parte imposta dall’esterno. La poetica teatrale presentata, inoltre, si distacca in parte dai canoni classici, poiché risulta strettamente legata al movimento corporeo, e utilizza quindi, oltre alla parola, il corpo come fondamentale parte narrante.

I ragazzi hanno saputo svolgere questo difficile lavoro corporeo e vocale in modo davvero soddisfacente. Bisogna ricordare che in un laboratorio teatrale il cammino formativo e creativo è molto più importante del risultato finale, che va dunque considerato come l’insieme di un processo collettivo, e non come un fine da perseguire. Fare teatro a scuola non sempre è cosa facile, ma i risultati ottenuti grazie a questo importante percorso sono certamente importanti per ognuno di questi ragazzi. 

Alessandro Rossi, attore, regista e formatore bellunese, è ormai da 7 anni formatore teatrale nell’Istituto

Scolastico “Gonzaga”.

Venerdi 25 maggio 2012

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                                                   Marco Ferrari
Una cicatrice nel cuore
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Premio nazionale letterario per racconti brevi 2011

Associazione Culturale 150strade
Velletri

VI edizione del concorso letterario nazionale per racconti brevi

Il tema di quest’anno è dedicato ai 150 anni dell’unità d’Italia. Sono racconti ma hanno una particolarità: si tratta di lettere: 150 anni di lettere per 150strade. Quindi è stato chiesto agli autori di cimentarsi nel racconto epistolare descrivendo fatti di fantasia o realmente accaduti comunque attinenti e ambientati nel periodo che va dal 1861 ad oggi.
La forma epistolare restituisce la spontaneità e l’intimità proprie del discorso diretto; ad un figlio, ad un amico, ad una madre in attesa. Viene così naturalmente edificata un’altra storia d’Italia, fatta di lettere personali che, oltre a suscitare le emozioni legate alle storie delle famiglie, ci parlano di una storia più generale e più vasta, con fatti che si inseriscono nella saga di questa grande famiglia italiana dal 1861 ad oggi.

UNA CICATRICE NEL CUORE

Milano, 30 novembre 1960

Caro Gianni,

oggi mi sento un po’ più sollevata. Quando il giudice ha letto la sentenza della mia assoluzione ho visto finalmente uno spiraglio di luce alla fine del tunnel di angoscia in cui sto vivendo da mesi. Hanno cercato di tapparmi la bocca, per dare una lezione a tutta la gente della valle. Hanno mostrato i muscoli schierando il loro esercito di avvocati, per farci capire che possono schiacciarci come e quando vogliono.
Al giornale mi sono stati vicini, ma il loro sospiro di sollievo era carico di inquietudine. Se avessimo perso la causa l’Unità avrebbe dovuto pagare un risarcimento enorme a quei banditi senza scrupoli. Questa volta è andata bene, ma con quale spirito potremo pubblicare dei nuovi articoli sulla maledetta diga che la Società Adriatica Di Elettricità sta costruendo su al Vajont? Io non mi arrendo e continuerò a denunciare le loro porcherie, ma sarà sempre più dura trovare gli spazi per andare in stampa.
Hanno manipolato i dati e stanno nascondendo alla popolazione che qualora la montagna continuasse a franare potrebbe succedere una catastrofe spaventosa. Quando sono in gioco gli interessi dei grandi gruppi industriali e in particolare di quelli legati agli affari energetici, sembra di combattere contro delle corazzate invincibili. Con i loro soldi riescono a corrompere tutti, piegando persino le evidenze scientifiche. Fanno prevalere le loro menzogne intossicando il dibattito attraverso la mobilitazione dei mezzi di informazione che si comportano come dei megafoni al loro servizio.
In aula davanti alla Corte ho sempre mantenuto un atteggiamento serio e dignitoso, ma ti confesso che quando sono rientrata in albergo ho pianto come una bambina.
Questa sera resto a Milano e voglio festeggiare: magari andrò a vedermi un bel film al cinema… danno l’ultimo di De Sica, La ciociara, ma già domani pomeriggio sarò a Erto. Ho saputo che stanno cominciando a trasferire delle persone per riempire d’acqua quel sarcofago di cemento.

Tina

Longarone, 7 ottobre 1963

         Cara Tina,

                        sono molto preoccupato. Oggi pomeriggio sono salito su al Vajont e ho visto i segni degli ultimi smottamenti. Ieri notte hanno sentito dei boati e credo che il monte Toc stia davvero collassando. Sembra che le nostre previsioni più funeste si stiano avverando. Ti ricordi quei solchi nel terreno che avevamo scoperto, profondi un metro e larghi una quarantina di centimetri? Beh, non ci crederai ma sono diventati una roba che potrebbe muoversi dentro una macchina. Ho camminato per più di un chilometro e la breccia non era ancora terminata.
Al bar ho raccontato tutto, ma la gente ormai sembra rassegnata. A questo punto
hanno scommesso sulla bontà delle dichiarazioni delle autorità. Sono in tanti quelli che hanno lavorato su al cantiere e adesso non possono fare a meno di fidarsi. In tanti si sono comprati la casa proprio qui a Longarone e ci sono venuti ad abitare con i loro famigliari.

Di andarsene proprio non ci pensano.

          “E dove dovremmo andare?!” Mi hanno risposto e io non sono stato capace di dire altro che “Non lo so! Via…”
Gianni

Belluno, 24 dicembre 1963

Cara Giulia,

non ho parole e neppure lacrime. Le ho esaurite tutte e mi sento svuotata. Cosa potevamo fare di più per aprire gli occhi alle persone? Come potevamo ostacolare più tenacemente gli interessi di quei criminali assetati di denaro e di potere?

Benedico Gianni per la forza d’animo che ha dimostrato nell’allontanare te e i bambini dalla minaccia della diga. Non dev’essere stato facile restare da solo a Longarone, bersagliato dalle critiche dei galoppini della S.AD.E. e senza il conforto delle persone che amava. Ma l’affetto per la sua gente, per gli amici d’infanzia, per i vicini di casa e per i colleghi di lavoro era troppo forte per poterli abbandonare di fronte a quel pericolo.
Penserai che la sua integrità di uomo si è rivelata crudele nei confronti della donna che lo amava e ingiusta di fronte al futuro cui ha condannato i suoi figli.
Duemila persone sono morte schiacciate da una montagna d’acqua, di rocce e di fango. Sono stati assassinati, messi in conto a tavolino come eventualità di un rischio calcolato al saldo di un utile a tanti zeri. Neppure la più punitiva delle sentenze di condanna dei criminali che li hanno uccisi a sangue freddo potrà ripagarci degli affetti che ci hanno rubato. Mi trovo a pregare perché possa esistere veramente un luogo orrendo come l’inferno, dove quegli esseri disumani possano soffrire per l’eternità.
Se penso agli ultimi istanti di vita di Gianni sono convinta che avrà subito interpretato come il preludio dell’Apocalisse annunciata, ormai inevitabile, gli spaventosi boati che provenivano dalla gola e quell’atmosfera irreale di un’aria prima immobile e poi risucchiata con violenza verso il cielo. Quando il muro d’acqua l’avrà travolto, sono sicurissima che non avrà sprecato il suo ultimo pensiero a maledire gli imprenditori e i politici responsabili di quel disastro. Sarà morto con un sorriso nel cuore perché vi sapeva in salvo, perché la sua cocciutaggine aveva messo te e i bambini al riparo dalla minaccia.
Sono molto orgogliosa di lui e anche tu devi esserlo. Devi essere forte e trarre le energie necessarie per andare avanti proprio dal ricordo del suo amore smisurato. La cicatrice che portiamo indelebile nel nostro cuore servirà a ricordarci che non dovremo mai arrenderci di fronte alle ingiustizie. Per quanto orrenda sia stata, dovrà ricordare a tutti gli italiani che la lotta contro la speculazione e la corruzione non è mai vinta.

Ciao cara, dai una carezza a Gabriella e al piccolo Filippo. Appena posso vengo a trovarvi giù a Mestre. Ti voglio bene.

Tina

Venezia, 27 novembre 1968

          Ornella cara,

                      voglio affidare a te i miei ultimi pensieri. Non posso separarmi da questa vita con un fardello così pesante che mi schiaccia il cuore. Dunque lo consegno a te,l’unica persona che potrà comprendere il mio travaglio interiore senza limitarsi a condannare la mia debolezza.
Gli avvocati continuano a ripeterci di non preoccuparci: tra i vari gradi di giudizio e i successivi condoni ce la caveremo con al massimo pochi mesi di carcere. Dicono che l’aver tenuto fuori dai guai i grossi papaveri ci ha garantito un trattamento di riguardo. I loro discorsi scivolano dalle mie orecchie e non scalfiscono la mia coscienza devastata. Le mie notti sono abitate dal ricordo dei volti delle persone che abbiamo sacrificato, delle centinaia di abitanti dei paesini su al Vajont e dei quasi duemila disintegrati giù a valle e persino dei quindici operai morti durante la costruzione di quel mostro di calcestruzzo.
Lo sapevamo Ornella, sapevamo tutto! Il pericolo era reale, ma per non rinunciare a quella montagna di soldi siamo andati fino in fondo.
I mandanti e gli altri complici di questa strage orrenda sono certi di farla franca, ma a me non importa sopravvivere ai miei crimini. La mia morte non sazierà la sete di giustizia dei parenti e degli amici delle vittime, ma sento che comunque è più onesto così.
Mario Pancini si è comportato da vigliacco, ma almeno pretende di morire con dignità.
Non salirò sul treno per L’Aquila, non mi presenterò al processo, mi inginocchierò davanti a Dio. Perdonami.

Mario

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Ravenna, 26 febbraio 2011

La giovane e coraggiosa giornalista Tina Merlin scriveva nei suoi articoli quello che in tanti già sapevano. La geologia della vallata del Vajont era segnata dalla presenza inquieta del monte Toc, destinato a franare con i suoi ritmi naturali millenari, ma la volontà di un pugno di avventurieri ha osato stuzzicare le forze della Natura. Quattro anni prima un’altra frana a pochi chilometri di distanza aveva fornito ai più scettici la prova inconfutabile dell’instabilità di quel tratto di Dolomiti, ma il treno dello Sviluppo era stato ormai lanciato per garantire un futuro luminoso all’Italia della riscossa.
Come si poteva essere contro il Progresso? Chi poteva prendersi la responsabilità di ostacolare un progetto così ambizioso per un Paese che stava vincendo la sfida dell’industrializzazione e della modernità?
I tecnici che avevano osservato gli effetti catastrofici dalle simulazioni della possibile frana non alzarono la loro voce e si unirono al coro dei tanti complici che avevano ammorbidito le perizie, che avevano sfumato i termini nelle relazioni, che avevano rilasciato delle interviste rassicuranti alla stampa, che avevano firmato tutte le licenze e che arrivarono a sottoscrivere gli accordi per l’acquisizione da parte dello Stato di una diga già minata dai continui smottamenti.
Da Belluno Tina si recava spesso nei paesi della valle e aveva instaurato tanti rapporti di stima e di amicizia. La S.A.D.E. l’aveva denunciata per la “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”, ma a Milano aveva gioito insieme agli amici della valle dopo la sentenza di assoluzione. Sicuramente si sarà poi unita al dolore delle tante persone innocenti conosciute a Longarone come a Erto o a Casso, condannate alla perdita di un parente, se non dell’intera famiglia dopo il disastro annunciato.
Alla vigilia del processo, il capo direttore del cantiere della diga s’era tolto la vita con il gas piuttosto che affrontare lo strazio del dibattimento. Cosa avrà provato alla notizia del suicidio dell’ingegner Pancini? Sicuramente si sarà sentita umiliata e tradita dallo Stato quando poi, conclusi i vari ordini di giudizio, i maggiori responsabili di quella strage non scontarono neppure un anno di carcere.
La vicenda del Vajont è stata la ferita più profonda vissuta dall’Italia repubblicana. In tante altre occasioni il volto perverso di certi settori del potere economico e politico hanno oltraggiato la vita dei cittadini, sfruttando la complicità di un sistema giudiziario a lungo asservito ai medesimi interessi, ma il sacrificio deliberato di duemila nostri connazionali resta la pagina più scura della nostra Storia. Chi apriva e chiudeva le paratie della diga era pienamente consapevole che l’allagamento dell’invaso avrebbe innescato la bomba del cedimento della montagna già in bilico sulla valle.
Ricordando Tina, vogliamo augurarci che la nostra società abbia sviluppato gli anticorpi per scongiurare che una simile atrocità debba ripetersi.

©Marco Ferrari

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SULLA FIGURA DI TINA MERLIN SONO STATI ALLESTITI UNA 
MOSTRA FOTOGRAFICA E UNO SPETTACOLO TEATRALE

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Le radici del cielo – Tina Merlin: una donna, una voce libera

-La mostra fotografica, realizzata dal Centro Internazionale Civiltà dell’Acqua (Mogliano Veneto), dal Comune di Trichiana e la Provincia di Venezia, ha per titolo Le radici del cielo – Tina Merlin: una donna, una voce libera; racconta Tina Merlin come donna e come giornalista, attraverso immagini fotografiche e brevi testi, nei quali il privato – spazio della memoria, della riflessione sulla propria storia, della quotidianità – si accosta al pubblico, inteso come luogo dell’esposizione all’altro, delle scelte di campo, della testimonianza e dell’azione per un riscatto che non può essere che collettivo e nel praticare il quale Tina Merlin sconta una duplice differenza: l’essere donna e lo schierarsi dalla parte dei deboli, dando voce a chi non ne ha.Il tema della memoria si intreccia così con il tema del futuro, della sua costruzione come scelta e impegno nel presente.

(…..) Ci è piaciuta da subito, questa donna, questa contadina povera, autodidatta, della Valle della Piave, piena di entusiasmi e capace di ostinazione, questa giornalista contro corrente che ha saputo difendere le cose che amava anche nei confronti dei compagni di strada, che ha cercato, fuori dell’ubriacatura del progresso, di affermare il primato dell’uomo e del suo diritto a vivere la propria identità nella propria terra.
In fondo, quella di Tina Merlin è una lezione attualissima e una testomonianza scomoda per tutti gli imbonitori  che ci vendono ad ogni angolo di strada le luminose sorti del progresso, dimenticando nel conto le vittime dei loro progetti e i danni irrimediabili che arrecano agli equilibri del pianeta (…..)
Renzo Franzin      (dal catalogo della mostra)

La mostra è organizzata in 22 pannelli che misurano ciascuno cm 140 di lunghezza per cm 70 di larghezza. Si tratta di pannelli in kmount un materiale leggero.
Ogni pannello è predisposto per essere appeso ai due angoli superiori direttamente al muro tramite chiodi oppure in presenza di binari o altro tipo di supporto tramite catenelle e ganci a esse.Chi fosse interessato ad ospitare la mostra, può contattare:
il Centro Internazionale Civiltà dell’Acqua – tel 041/5906897
  www.civiltacqua.org

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A Perdifiato, ritratto in piedi di Tina Merlin

Lo spettacolo teatrale, per la regia di Daniela Mattiuzzi la drammaturgia di Luca Scarlini e l’interpretazione di Patricia Zanco, ha per titolo A Perdifiato, ritratto in piedi di Tina Merlin.
Lo spettacolo è realizzato con il sostegno della Provincia di Trento e di TRACCE di Teatro d’Autore, con la collaborazione dell’ Associazione Culturale Tina Merlin e con il patrocinio del “PREMIO ILARIA ALPI E IL TEATRO D’IMPEGNO CIVILE”: un binomio ormai consolidato.
Da anni il premio di Giornalismo Televisivo intitolato alla giornalista del Tg3 uccisa in Somalia nel 1994, Ilaria Alpi, si impegna per promuovere e accreditare  il teatro d’impegno civile. Non poteva quindi il PREMIO ILARIA ALPI non promuovere “A PERDIFIATO” uno spettacolo teatrale che racconta la passione di una donna verso il giornalismo. Ilaria e Tina due donne, due giornaliste, entrambe hanno svolto la propria professione con impegno e senso etico non  comuni. Due donne che hanno saputo raccontare la complessità degli eventi con un unico obiettivo arrivare a svelare sempre ogni possibilità di verità.

Lo spettacolo ripropone, in un varietà di forme e stili, il percorso biografico di Tina Merlin: dall’infanzia sulle montagne del Bellunese alla Resistenza, fino all’impegno nella società e nel giornalismo, che la vide a lungo attiva sulle pagine de “L’Unità”. La narrazione viene affrontata lavorando in primo luogo sulla ricerca del vero fil rouge del personaggio: un amore forte e razionale a un tempo per la natura, nato dai ritmi biologici della vita contadina, che rimane sempre il pensiero dominante – come emerge dai numerosi articoli sul paesaggio veneto, stravolto dall’industrializzazione selvaggia degli anni ’50 e ’60. Tre ante, allora, per altrettante immagini di un trittico.

Nella prima, Tina Merlin si racconta alla madre, in una narrazione che rievoca il passato: dal duro apprendistato dell’andare a servizio a Milano, fino allo scoppio della guerra e alla  presa di coscienza politica con la scelta partigiana. La sezione centrale cambia completamente stile. Una perdita d’equilibrio del discorso, un corpo a corpo poetico tra video, musica e parola. Il terzo episodio si apre sulla figura di Tina Merlin giornalista; sull’impegno di dar voce alla terra, al paesaggio violato, ai montanari costretti ad emigrare dalle loro case per la sete del monopolio elettrico. E’ la precisa volontà di dire quello che la gente – nell’Italia ridente del boom economico -preferisce forse ignorare, per poi  fronteggiare le tragedie con lo sgomento dell’ uditore cieco davanti alla morte annunciata.
Emerge da questa memoria appassionata un’antica oralità, una sapienza femminile distillata nei secoli, un’opera di civiltà che le nostre madri hanno compiuto giorno dopo giorno per rendere abitabili le case e più umana la vita.
Chi fosse interessato ad ospitare lo spettacolo, può contattare:
il numero 0444/1803939 – oppure il sito internet 
www.patriciazanco.it  

Foto di Adriano Tomba

Foto Patricia Zanco

PATRICIA ZANCO
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A PERDIFIATO
RITRATTO IN PIEDI DI TINA MERLIN

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