Il “giudice del Vajont”
Mario Fabbri

Non possiamo che dire grazie a Mario Fabbri per il sostegno e l’affettuosa amicizia che ha dimostrato fino all’ultimo all’Associazione di cui era socio fondatore. Un’amicizia che veniva da lontano, che era nata dall’incontro con Tina Merlin sulle scale del vecchio Tribunale di Belluno, dal quale era bandita perché scriveva sull’Unità. Fu lui a farla entrare: un giovane magistrato e una giovane giornalista che avevano in comune vicende famigliari dolorose e un implacabile desiderio di giustizia.

Non possiamo che dire grazie a Mario Fabbri per i suggerimenti dati sempre con grande lucidità e rigore, per le battute e gli aneddoti che ci divertivano ma ci facevano anche pensare perché spesso erano come valigie col doppio fondo, ma grazie anche per averci fatto capire che per navigare lungo il fiume della vita e arrivare in porto contenti di avere bene vissuto occorre dotarsi di buoni strumenti: tra questi sicuramente l’amicizia, l’impegno per la verità senza la quale non c’è giustizia, la memoria del passato e la fedeltà alle sue stagioni più fruttifere, pur nel dolore, quali furono la resistenza e il Vajont, una fedeltà militante, si potrebbe dire, sempre destinata a un nuovo inizio, mai rievocazione nostalgica.

E non possiamo che dire grazie a Mario Fabbri per averci fatto capire che per affrontare eventi abnormi, specie in epoca di affittabilità delle coscienze e del sapere, occorre quella sana follia che è propria dei giovani, e Mario lo era ai tempi del Vajont, e degli uomini liberi, e Mario lo è stato, come Tina del resto, ma occorre anche metodo per fermare o risarcire ogni insulto alla vita e alla dignità degli uomini. Occorre una grammatica per poter non parlare, ma dire, per dare senso alle parole. E Mario la possedeva.

Follia e metodo, coraggio e perseveranza, gioiosa visione della vita nonostante…, ironia e autoironia, di questo ti siamo riconoscenti e grati assieme all’amicizia che ci hai regalato. Come ha scritto Maurizio Donadoni, il primo ad aver portato in teatro il Vajont proprio con l’aiuto di Mario Fabbri e di suo figlio Antonio, egli è stato un “grande giudice, duro coi fatti e tenero con gli uomini, implacabile documentatore come Matteotti”.

Adriana Lotto (presidente dell’Associazione)

 

L’ ”avvocato del Vajont”
Sandro Canestrini

Come si possono ricordare i morti senza esecrare i carnefici?”

«Perché questo processo è ancora di più, è anche un contributo che dobbiamo dare ad una battaglia per l’onestà, per la dignità, per la società nuova che dovrà pur nascere anche dal sangue e dalle sofferenze di questi bellunesi, di questi udinesi, di questi pordenonesi, di questi uomini e di queste donne delle province degli alluvionati, dei silicotici, degli emigranti». E’ una frase estrapolata dalla arringa di Sandro Canestrini a L’Aquila, al processo per la strage del Vajont, dove era uno degli avvocati delle parti civili, rappresentando i superstiti, tra il 1969 e il 1971. Quella arringa che aveva aperto alzando tre dita alla domanda dei magistrati «Di quanto tempo avrà bisogno, avvocato?». «Tre ore?» aveva insistito il magistrato. «No, tre giorni», aveva precisato Canestrini. E tre giorni aveva parlato. Di perizie e montagne, di persone e capitali, di dighe e testimoni. Dell’Italia di allora e dell’Italia di prima. Di politica, inevitabilmente. Perché, come diceva lo stesso Canestrini aprendo la propria arringa fiume, «Per noi il presupposto cardine è questo: che il fatto per cui si procede non si possa comprendere altrimenti se non calato nel suo tempo, e condizionatore a sua volta di altri “fatti” che rispondano agli stessi moventi e mirino agli stessi fini».

Già da qui si capisce che non fu un’arringa soltanto “tecnica”, come non furono mai soltanto “tecniche” le arringhe di Canestrini in altri famosi processi. Fu una appassionata ricostruzione dei fatti, ma anche della situazione storica e politica nella quale quei fatti erano iscritti. Perché, disse Canestrini, «la politica è economia», e non era vero che la Sade (la potente e monopolista società elettrica che aveva costruito la diga, ed insieme alla diga la catastrofe) era «uno Stato nello Stato», come avevano detto altri – dall’azionista e poi radicale Ernesto Rossi al democristiano Alessandro Da Borso, all’epoca presidente della Provincia di Belluno – ma «la Sade è lo Stato». Perciò il processo del Vajont diventava, per Canestrini, un processo allo Stato e al sistema.

Ormai parecchi anni fa, lo stesso Sandro Canestrini ad un giovane giornalista che gli chiedeva della sua carriera da avvocato aveva spiegato che la sua fortuna era stata il poter scegliere: non angustiato da necessità economiche stringenti, aveva potuto seguire le cose che lo interessavano e i casi destinati a segnare il nostro tempo ovunque fossero. Così il Vajont, ma anche Stava, Ustica, il Processo di Milano sul terrorismo in Sudtirolo. «Un contributo che dobbiamo dare ad una battaglia per l’onestà», diceva Canestrini a L’Aquila. Con questo spirito si è mescolato alle tragedie che hanno fatto l’Italia contemporanea. Consapevole del privilegio di poterselo permettere, ha dato un senso diverso e prezioso non solo alla propria vita professionale ma alla stessa idea del mestiere di avvocato.

La sua arringa divenne poi un libro, ancora essenziale per capire “il Vajont”, stampato nel dicembre del 1969, ristampato nel 2003. Canestrini lo dedicò «a tutti i morti e i vivi del Vajont, perché su di loro non cada la pietà». Quella pietà falsa, s’intende, che per molti anni si volle stendere come un velo con lacrime e con discorsi d’occasione, per coprire responsabilità economiche e politiche prima ancora che personali. Quella vicenda giudiziaria, conclusasi in Cassazione alla vigilia della prescrizione, stabilì che il disastro del Vajont era prevedibile. Anche se le condanne furono poche e miti le pene. Certo, le responsabilità in sede penale sono sempre personali. Ma quell’evento non può essere spiegato solo così. Perciò, scriveva nel 1969 Carlo Bertorelle nella prefazione al libro, «quest’arringa, che è insieme un comizio, una lucida e mordente documentazione, una denuncia e una meditazione filosofica, dice che cos’è la società italiana e perché la politica oggi è un dovere».

“Vajont, genocidio di poveri”, s’intitola quel libro. A quei “poveri”, vivi e morti, l’avvocato aveva scelto di dare voce, schiacciati da un sistema di cui gli imputati erano solo gli anelli più deboli di una catena. Canestrini era tra i molti che, accostandosi a quella tragedia, ne sono rimasti contagiati come da una malattia, curabile solo con l’impegno a rendere giustizia e verità.

Toni Sirena

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di Tommaso Percivale
un libro per ragazzi su Tina Merlin

Questo libro mi ha portato via l’anima.
Tommaso Percivale

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CONCORSO LETTERARIO A PREMI SU TINA MERLIN

19 marzo 2018 – 30 aprile 2019

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 tina_homeQuesto è il sito ufficiale dell’ Associazione fondata a Belluno dal 29 novembre 1992 che porta il nome di Tina Merlin, voluta dai suoi amici ed estimatori con la famiglia.

“Oggi tuttavia non si può soltanto piangere, è tempo di imparare qualcosa”. Questa frase, scritta il 10 ottobre 1963, all’indomani del disastro del Vajont che Tina Merlin aveva cercato, come poteva e sapeva, di impedire, riassume bene il motivo d’essere dell’associazione culturale che ne porta il nome, e che è stata fondata da un gruppo di suoi amici ed estimatori nel novembre 1992, poco tempo dopo la sua scomparsa. L’associazione vuole dunque continuare la ricerca e l’impegno di Tina, soprattutto sui temi dei diritti civili, della giustizia sociale, della condizione femminile. Questioni sulle quali ella aveva maturato la sua riflessione fin dai tempi della Resistenza.

L’associazione ha così promosso, in questi anni, con la pubblicazione delle sue opere, il dibattito attorno a temi importanti, quali lo sfruttamento delle risorse naturali, in particolare dell’acqua, e i limiti dello sviluppo. Nasce da qui l’impegno dell’associazione nella “battaglia per il Piave”, contro lo sfruttamento indiscriminato della montagna che ha impoverito fiumi e torrenti, modificando l’ambiente e il paesaggio, e per il diritto all’autogoverno delle comunità locali. In un’epoca in cui si fanno indistinti i confini tra il giusto e l’ingiusto, il civile e l’incivile, e su tutto si stende un velo di facile giustificazionismo, storico e personale collettivo e individuale, per scelte che furono diametralmente opposte, l’associazione intende con la sua opera ribadire valori e punti di riferimento per interpretare il nostro vivere sociale.

Indirizzo: Via  Brigata Marche, 3/B 32100 Belluno
Per contatti Associazione Tina Merlin: ass.tinamerlin@gmail.comcell. 366.1074351
Presidenza: adrianalotto91@gmail.com
Webmaster: martabercia@hotmail.com

 

Tina Merlin, staffetta del battiglione Manara, brigata Settimo Alpini.

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